La mia colpa

La mia colpa

è di non essermi difesa

quando avrei potuto.

La mia colpa

è di non averti respinto

quando avrei dovuto.

La mia colpa

è di non avercela

con te, mai.

La mia colpa è

di essere il ferro

per la calamita.

La calamità

che è in me

è d’acciaio

e sangue

rappreso

che Luna

muove e

usa solo

per la vita

quando urta

la roccia dura

e cruda della

sopravvivenza,

quando il mio corpo

parla e racconta e tace.

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Solitude is not loneliness

La mia solitudine è la mia libertà;

la mia libertà è questa solitudine:

è il mio rifugio, il mio posto sicuro.

È postapocalittico e sorvegliato ma

i miei guardiani graffiano e mordono.

Le mura non reggono tanto quanto

i loro sguardi;

le mura non sanno quel che

conoscono i nostri passi.

La mia solitudine è la mia libertà

ed è salvaguardata

perché la mia libertà

è la mia solitudine.

Defenseless Night

Defenseless night

Don’t touch the sky

Above your knees, I

Will take on it, just by

Chance or will, we’ll ride

The Moonlight wherever it

Shines, breaks the darkness

Into slices and crashes there

Beneath your eyes, you see, I

Am not

The one who’ll cry it out or shout

Until the end of this harmless time

I will fight for one breath after the other

For the sea to wash it over wave by wave,

For the Sun to light and color up this crap 

Of an abyss we are into and through, you

Know, know it all, know all about it again.

Altro inizio – parte quarta – Riders on the storm

Una goccia di sudore nell’occhio, forse una lacrima: si svegliò così, la palpebra che le tremolava, la vista offuscata, il mondo sfocato, il sale nell’occhio, una goccia soltanto. Portare la mano alla fronte per asciugarsela o all’occhio per strofinarselo era ancora un’impresa: la mano, il braccio, pesavano. Rimanette stesa, sul fianco, rigirandosi piano sulla schiena, fino a mettere a fuoco il tetto del furgoncino e sentire la goccia scenderle lungo la tempia, fin dentro l’orecchio, fresca e sottile, impalpabile eppure decisa, percettibile, tutto ciò che percepiva. Oltre la musica e la luce del giorno ora calda, dorata. Matthew e il suo doppio album dei The Doors alla guida, certo. Il tramonto, l’imbrunire, la fine del giorno. Quanto aveva dormito? Non era importante. Dove stavano andando? Nella baia. John? E lo disse. Lo chiamò in un sussurro, un pensiero sulle labbra, un orientarsi a parole, a nomi, a persone, a domanda: “John?”

“My love...”, le rispose, e le carezzò la testa, i capelli, la fronte, le labbra, inclinando la propria quel tanto per agganciare il suo sguardo. Aveva dormito come una bimba sulle sue cosce, ebbene sì. E gli occhi di lui brillavano ancora nel sole, grigiazzurri con spine aranciorosa ora, gli occhi che l’avevano già salvata, tenuta, ancorata, una volta… Forse due, forse più, forse sempre. “John.”

Si alzò a sedere e gli poggiò la testa sulla spalla, spostandogli un paio di dread dietro la propria. Gli diede un bacio sulla guancia, a occhi socchiusi, per poi riaprirli piano e cercare di vedere quel che aveva guardato lui lungo il viaggio fin lì: l’orizzonte fuori dal finestrino, le montagne dell’Idaho, il deserto del Nevada, le colline di Modesto con i loro mulini a vento, il cielo senza limite sopra la California, i colori della libertà, della vita, della gioia di viverla prendendola bassa ma volando alto. L’autoradio suonava Riders On The Storm dei The Doors. Matthew era concentrato alla guida, silenzioso e stanco, perché se era silenzioso era stanco e se era stanco era silenzioso, le sorrideva dallo specchietto retrovisore e il suo sorriso era uno di quei sorrisi che pur non vedendolo sentiva, la chiamava, lo scorgeva, lo trovava. I suoi occhi verdi dicevano “lo sai che adoro questa canzone” e lei lo sapeva e John più di lei. Così il loro silenzio rimase intatto, e Jim Morrison lo riempiva rendendolo pieno con le sue parole, la sua voce, la musica che le accompagnava perfetta, sporca come la terra, carica di elettricità come il cielo della golden hour nel Golden State, scortandoli fino alla baia, portandoli in loop sul Golden Bridge, fino a casa, come pioggia fresca e leggera, come una lacrima che non cade, come una goccia di sudore. Diceva:

Riders on the storm
Riders on the storm
Into this house we’re born
Into this world we’re thrown
Like a dog without a bone
An actor out on loan
Riders on the storm

Eccetera. Fino a casa.

Nuovo inizio – parte quarta – Zaira non ha paura

La sua rubrica era così kitsch che ogni volta che la recuperava nella borsa di rete si chiedeva come l’era venuto in mente di prendere proprio quella: era ricoperta di peluche leopardato, morbida e zozza, piena di numeri e indirizzi raccolti lungo la strada, nei suoi tanti viaggi, sui tanti divani in cui si era addormentata e sui quali era svenuta di stanchezza. Appena scesa dal bus, appena ritrovatasi sveglia nella città più europea della baia, aveva infilato la testa sotto il rubinetto del lavandino dei bagni pubblici, s’era data una bella rinfrescata, cambiata, e aveva raggiunto un telefono a monete. Dal portamonete un quarto di dollaro saltava sempre fuori. Aveva appoggiato la sua rubrica lì sopra, sopra il telefono, e cercato il numero di John, il suo amico pittore, per chiamarlo e chiedergli di ospitarla. Non rispondeva. Niente. Riprovava: nulla. Fece per sfogliare nuovamente la rubrica e non la vide più. Guardò subito a terra, sarà caduta, si disse: no. Mise entrambe le mani nella borsa, con la cornetta ancora appoggiata tra l’orecchio e la spalla, entrambe le braccia, quasi la faccia: niente. Ripose la cornetta e fece due passi indietro per guardare meglio attorno al telefono: nulla. In strada: niente. Un altro passo indietro, due, e iniziò a guardarsi attorno: due traverse più in là vide un movimento tra la gente sul marciapiede e cercò di metterlo a fuoco, con gli occhi di un falco stanco ma determinato a ritrovare il suo uovo, pur a becco vuoto. Notò una chioma scura fluttuare nell’aria creata da una corsa, una chioma lunga e frastagliata, dei dreadlocks lunghi fino al fondo della schiena, castano scuro ondeggiare nell’aria dietro ogni passo veloce, ogni arcata colpevole. Non poteva essere, si disse: perché diavolo? Può davvero avermi rubato la rubrica, quello? Come ci penso? Ma si mise a correre: attraversò due vie con un cenno del capo alle auto, niente di più, giusto un’esitazione nello scendere dal marciapiede, e via, a rincorrere quello che sentiva avere la sua vita tra le mani, la fatica di un anno in giro in autobus, autostop e treni, tutte le conoscenze fatte, tutti i contatti stabiliti, tutti i divani e i letti, tutte le esperienze messe in saccoccia, tutti i ricordi, tutto ciò che era stata e voleva continuare a essere. Corse come un’aquila alla vista di un serpente, corse che non sentiva le gambe, tanto le diventava chiaro perché quel tipo stesse correndo da prima che lei mettesse giù il telefono e scattasse: come aveva fatto a non vedere la sua mano afferrare quanto era suo? Ladro. Lo agguantò: “hey tu!”

Era affannato, sudato, un non so che di spaventato quando si sentì afferrare la maglia alle spalle. Si bloccò come stesse per cadere all’indietro e si voltò. Pantaloni larghi con tasconi, verdone militare, verde oliva, quel che era, maglia nerogrigia, barba incolta, occhiali neri tondi sul naso. Si ricompose in un attimo: “what?” disse.

“La mia rubrica!!!”, e Zaira era rossa in volto, ansimante, incredula al punto da aver voglia di mettergli le mani in tutte le tasche, in particolare quando lo vide non scomporsi di una virgola, negare con la sola postura qualsiasi accusa, infilare le sue di mani nelle proprie tasche, raddrizzare le spalle, gonfiare il petto e guardarla come se avesse detto una gran stronzata, tipo che Marte è un pianeta pieno di oceani azzurri.

“La mia rubrica, dammela!”, ribadì Zaira. Ma la scena si ripeteva e il tipo non spiaccicava parola. Il dubbio di aver preso un granchio si insinuò in lei, ma lo tenne e bada e gli spiegò che le era sparita mentre telefonava e appena voltatasi per cercarla l’aveva visto scappare.

Negò: negò di averla, negò di averla rubata, negò di correre per fuggire. E lo fece bene.

Non fu il dubbio a vincere in Zaira, non accettò e non si limitò a vederlo innocente, fu altro, fu un click nella pancia e quel momento in cui la testa la sta a sentire, e comprese che le cose vanno come devono andare se le si lascia fare, comprese cosa significasse essere fatalisti fin nel midollo, comprese ch’era un momento che doveva accettare, una tabula rasa che doveva guardare, lì, davanti a lei, da lì in poi. Rilassò ogni muscolo e fissò il suo sguardo in quel del tipo, bisbigliando un ok senza sorry. Colse il senso: ce l’aveva, ma doveva lasciargliela. Era chiaro. Si capirono in un istante, e nell’istante successivo lui se ne andava, camminando, mani nelle tasche, dandole la schiena coi suoi lunghi dread, e lei lo osservava come si può osservava il proprio passata scivolare nell’oblio, confondersi nella folla, lasciarla con davanti a sé solo e soltanto il futuro e tra le dita un presente assurdo eppur sensato, tangibile, spietato. Tabula rasa. Avrebbe affrontato e vissuto San Francisco come se la ricordava, senza rubrica, senza indirizzi, senza tragitti predefiniti, senza aspettative, senza tramiti, senza schemi: come veniva. E si sentiva pronta. Era una città che l’aveva sempre accolta con cura e premura, era una città che non le aveva mai fatto paura, né del male: era una città che aveva amato e amava. Era pronta.

Altro inizio – parte quarta – In piedi

Xania si lasciò portare dalla presa ai fianchi di John non appena i tremori si furono calmati e la vista le si fosse rimessa un minimo in pari con la luce che filtrava tra le foglie degli alberi. Tornare eretta le era costata fatica, ma in suo soccorso era arrivato anche Matthew, che mentre lei nascondeva la faccia nel petto di John le si era accovacciato vicino, le aveva tolto i capelli dal viso e con un gesto delicato ma deciso della mano le aveva afferrato la mascella alla base, accarezzato una guancia col pollice e stabilito un contatto netto coi suoi occhi socchiusi: “Xania”, le aveva detto “mi vedi? Se mi vedi guardami, un momento, solo un momento”. E lei l’aveva guardato attraverso le lacrime che avevano iniziato a scorrerle lungo le guance come cera che, sciolta da un fuoco improvviso incendiatosi in lei, stesse fuoriuscendo senza tregua dai suoi occhi. Lo vedeva sì, immerso in un mare di cera liquefatta, trasparente come acqua di sorgente, calda come bile, che le scendeva fino alle labbra, oltre gli angoli della bocca, fin dentro le gengive e giù, sul collo, nella gola, sul petto nudo di John, tra le mani di Matthew. Cercò di parlare ma non ci riuscì. “Shhh”, le disse lui: “va tutto bene, ti vedo anch’io”, e iniziò a raccogliere le lacrime dai suoi occhi con entrambi i pollici, mentre John taceva e concentrava il suo silenzio sul calore delle mani che le teneva a cucchiaio sul ventre. Non lo vedeva, in volto, ora, ora era come agganciata allo sguardo di Matthew. “Ascoltami”, le disse: “non serve che mi rispondi, ti dico io cosa faremo ora, e John sarà d’accordo con me perché sai che non può essere altrimenti: arriviamo al furgoncino e ti ci sdrai e cerchi di riposare, non hai nulla da temere qui ricordalo bene, ma se vuoi John rimane nel furgone con te finché non ti addormenti, perché dormirai bella stella, finché non sarai stanca di dormire, mi segui? Poi ti sveglierai a casa, casa nostra, mia e di John, e anche tua. Non hai nulla di cui preoccuparti, la noce di cocco che vi appartiene la raccolgo io, guido io, vi porto io, tu reggiti a John e concentrati soltanto a raggiungere il sedile posteriore del furgoncino, ora, dove riposerai finché non sarai stanca di riposare, va bene?”

Andava più che bene, andava tutto bene, non aveva nulla da temere: strinse una mano di Matthew mentre ancora le stava a ridosso delle lacrime, immersa nelle lacrime, annuì e ne sfiorò il palmo con le labbra; avrebbe voluto baciarla ma non ne aveva la forza, si sentiva come ubriaca, ma tanto, non più padrona del proprio corpo, stordita, debole, devertebrata dove poco prima correva una tensione insostenibile, fino ai denti, alla mascella, alla punta della lingua, ben oltre la sbornia delle sbornie, colpita da un fulmine partitole dal plesso solare, forse dai piedi, forse da ovunque; le gambe e le braccia? Dovevano ancora tornare, non le sentiva, nemmeno formicolare. “Matt”, bisbigliò. “Sì Xania, sono qui” e le spostò altri capelli appiccicati come ragnatele zuppe alla sua pelle, fin dietro le orecchie. “John”, riuscì a dire anche. “Stellina”, le rispose lui e risalì con una mano il suo braccio, lo strofinò piano, ancora e ancora, fino a scaldarlo un po’ nel tepore del suo palmo, per poi concentrarsi sulle gambe, raccogliendole entrambe, afferrandole sotto, dietro le ginocchia e portandole a sé per poterle massaggiare con un gesto fluido, dalle caviglie alle anche, dalle anche alle caviglie, lentamente, molto lentamente, senza premere, quasi senza toccare, solo a sfiorarle.

“La porto in braccio”, disse nel frattempo all’amico.
“No John, ascoltami, falla camminare, solo un po’ ma falla camminare ora: a piedi scalzi, occhi chiusi se non riesce ad aprirli, ma presa a terra, chiaro? Non ha la circolazione negli arti, vedi? Cerca di farla alzare, non subito, tra un po’, appena ti senti pronto tu, cingila forte, e arriva, arrivate al furgoncino… Io vi raggiungo. Se preferisci ti aiuto, ma so che puoi farcela, Xania è una piuma… E dobbiamo portarla in un nido adatto a lei ora, il prima possibile, ha bisogno di cure.”
“Matt?”, un sussurro.
“Xania, lo so, ti sto sul cazzo adesso, sembro vostro padre, ma…”
“No.”
“Xania, ascoltami, è per il vostro bene, tuo e del bambino…”
“No… Non…”
“Xania…”
“Sembri. Mio. Padre. Non… Io. Matt. John…”
“Shhh”, e le baciò la fronte: il sudore si stava asciugando, le lacrime anche, e lei iniziava a scottare come il fuoco che le era esploso dentro. “Andiamo, Matt. Grazie amico. Ti aspettiamo alla guida. Sei più di un padre per me lo sai, fratello. Puoi cantare tutte le cazzate che vuoi mentre guidi, compare. Cerca solo di non svegliarla se riesce ad addormentarsi per favore.”
“Canterò tutte le ninnenanne che serviranno, amico. Non riesco a pensare di rivederla star male, mi son sentito affogare con lei.”
“Anch’io, amico, anch’io…”
“Siamo in due allora, e lei è la tua perla. Rimettiamola in una conchiglia, amico mio. Tornerà a brillare vedrai. Ora ha bruciato, una fiamma rapida e intensa, deve rinascere con calma.”
“Matt…”
“Sì?”
“Non ti innamorare anche tu di lei, per favore…”
“Troppo tardi, amico. Ma non temere. Sai che sei il mio unico grande amore, bestia feroce.”
“Lo so, cagna in calore. Fratelli senza macchia e senza paura.”
“Parla per te, maiale, io la paura ce l’ho, ma faccio finta di no.”
“Matt…”, un altro sussurro. Xania a occhi chiusi e con la sua mano nel pugno blando.
“Sono qui, Xania”.
“Matt… Io. Io… Anche. Gra. Zie. Ma… tt.”
E un bacio lieve… Sul palmo della sua mano: smack. Per poi alzarsi, insieme, assieme, tutti e tre, Xania ben aggrappata a John, tenuta, coperta, retta da John, Matthew ad accompagnare i movimenti di entrambi con le braccia, a flettere le ginocchia assieme a loro, a ritrovare la posizione eretta con loro. John le aveva tolto le scarpe nel frattempo.

Dunque Xania si lasciò portare dalla presa ai fianchi di John fino a raggiungere il furgone, mentre Matthew raccoglieva le loro cose, il cibo, le maglie, le metà delle loro noci di cocco, le sue scarpe. Camminava a occhi chiusi, totalmente riversa su John. La sbronza delle sbronze sarebbe stata una passeggiata al confronto: questo era come camminare sospesa nell’aria, nel vuoto, nel buio, con una vaga luce rossa stretta, appiccicata alle palpebre, l’odore confortante di John nelle narici, piccole, infinitesimali, dolorose scosse elettriche alle giunture, la testa assurdamente pesante, i piedi in fiamme eppure gelidi, un tutt’uno con la terra a ogni passo, eppure assenti, pesanti eppure assenti, ancorati eppure assenti, sospesi, nel vuoto, nel buio, appesi, a John. Fino al sonno, il sonno nero, pieno, elettrico, cupo, silenzio, vuoto vero, nulla, niente, assoluto nero, salvifico.

Altro inizio – parte terza – All’ombra dei pini

Matt aveva chiuso gli occhi da un po’ quando sentì uno scatto, un colpo e un rumore metallico: li aprì voltandosi su un fianco, in allarme. Era il rumore del walkman che John aveva posizionato dentro la ciotola di metallo che usava per isolare quel minimo i rumori quando premeva rec sulla sua voce. Era caduto, dentro quella ciotola, come fosse stato colpito, perché anche la ciotola era spostata, lontana dalla sua testa e contro la sua spalla. Si levò a sedere e vide John correre verso la cucina. La cosa non gli piacque affatto. Cos’era accaduto? Xania, pensò, e si alzò.

John non l’aveva vista cadere, l’aveva sentita, poi vista a terra e si era alzato a tal velocità che avrebbe voluto poter riavvolgere il tempo di quella manciata di secondi che gli sarebbe stata sufficiente ad essere stato al suo fianco per afferrarla prima che cadesse. L’aveva raggiunta ad ampie falcate, era tornato a inginocchiarsi accanto al suo corpo steso ma con tale impeto da sbucciarsi le ginocchia. La sua stella, la sua stella luminosa, era rovinata al suolo e implodeva. Le sue gambe non erano stese, ma raggomitolate, le ginocchia l’una contro l’altra, a toccarsi poggiate l’una sull’altra; le sue braccia non erano rilassate, ma tese, ora piegate, strette contro il busto, sul petto, tremule; gli occhi erano spalancati, terrorizzati, una lacrima le scendeva da quello destro, appena visibile sul biancore della pelle; la bocca, le labbra erano tirate, le guance infossate, i muscoli, i nervi del collo, tesissimi. John la chiamò e le infilò la mano e il braccio sinistri dietro la nuca, mentre le posava la mano destra aperta sul ventre. Xania tremava convulsa. Le avvicinò la bocca all’orecchio e le disse di esserci, di essere lì, di respirare con lui, poi le fissò gli occhi negli occhi poggiando la fronte contro la sua e continuando: “sono qui, stellina, respira con me ora, respira con me.”

Le scese un’altra lacrima, dall’occhio sinistro ora. La sentì esplodere all’angolo come una piccola bolla d’aria, la sentì scivolarle lungo lo zigomo, arrivarle al naso, mentre quella che per prima era riuscita suo malgrado a far uscire le entrava nell’orecchio. Non riusciva ancora a chiudere le palpebre, non riusciva ancora a mettere a fuoco nulla, ma sentiva il braccio di John reggerla, sentiva il suo respiro, il suo odore, il suo calore, vedeva i suoi colori e sentiva le sue parole. Respirare. Sì, respirare. Avrebbe voluto poterlo baciare ma non riusciva a rilassare le labbra: si sentiva implodere. Sono in cortocircuito, pensò, è un sovraccarico… Eploderò? Cosa le avevano fatto, dio cosa le avevano fatto in quell’inferno? John, oh John, sei qui, ora, adesso, sei qui ti sento, pensò. E ritrovò il suo respiro, lo sentì sui denti. Ritrovò i suoi occhi, azzurro cielo di primavera, azzurro acqua di torrente dove è profonda, azzurro ghiaccio nel bicchiere, aria, i suoi occhi erano la sua aria. Inspira, espira. Sei qui, sono qui, siamo qui, cosa mi succede? Cos’è successo? Cosa mi sta succedendo? Ma non riusciva a parlargli, non poteva parlare. Sentiva però di nuovo le braccia, forse anche le gambe. Provò a muovere una mano, le dita: se le ritrovò contro il petto e si rese conto che non s’era accorta d’avercele portate. Lasciò che scivolassero e incontrò la mano di John sul ventre, la avvolse e la cinse, riuscì a dire il suo nome e continuò a respirare con lui, ci si impegnò: sentiva la pancia alzarsi e abbassarsi, le gambe rilassarsi.

“Così, piccola, così, sono qui, respira, tranquilla” e lei pian, piano si rilassava. Le baciò l’incavo tra il naso e il labbro superiore non appena la sentì più morbida e vide le sue palpebre sbattere. Ti amo, le disse. Lei gli si raggomitolò contro e pianse, a singhiozzi sempre più acuti, pianse come una bimba impaurita, pianse come una stella ferita, la sua luce gli si nascondeva nel petto, bruciava come può bruciare il ghiaccio. La lasciò piangere, tenendole la mano sul ventre con le dita ora intrecciate alle sue. Sapeva che non appena le fosse passata la crisi avrebbe avuto delle domande a cui rispondere e sapeva di avere le risposte, ciò che non poteva prevedere era che Xania non gliele avrebbe poste, che Xania non avrebbe voluto sapere, che Xania non avrebbe voluto parlarne, per molto tempo, di quel malore. L’avrebbe fatto Matt.

Matt aveva raggiunto John e Xania lentamente, a grandi falcate ma con la calma di chi si è appena rialzato dalla terra che l’aveva accolto, pensieroso, preoccupato, ma calmo come un albero senza vento. La scena che gli si presentò lo commosse, lo commosse non tanto per le condizioni in cui si trovava Xania, ma per l’amore che percepì tra loro: il suo miglior amico aveva davvero trovato la sua metà, ma la sua metà stava boccheggiando contro la sua bocca, a terra, come un pesce fuor d’acqua in quel momento. Si sedette su un ceppo lì vicino e attese che quell’uragano tutto loro finisse. Fu solo quando lo sguardo di John si sollevò, lo cercò e incrociò il suo che proferì parola: “cosa le è successo?” chiese.

“Adrenalina” gli rispose John: “dopo lo shock ora ha il down, le è scesa in picchiata, giù a picco, e lei di conseguenza… Mi aspettavo sarebbe successo, ma speravo sarebbe accaduto gradualmente, e invece, boom, bam, giù.”

Xania sentì e non sentì quelle parole, gli stava rannicchiata addosso come un cucciolo, e respirava il suo odore a occhi chiusi, si sentiva avvolta e coperta, nascosta e protetta, e con le palpebre finalmente chiuse vedeva solo il rosso di ciò che rimaneva di tutta quell’insopportabile luce, sentiva solo i suoi tre cuori battere: quello nel suo petto, quello nel suo ventre, quello contro il suo orecchio. Ci si addormentò, altro non avrebbe voluto in quel momento.