Defenseless Night

Defenseless night

Don’t touch the sky

Above your knees, I

Will take on it, just by

Chance or will, we’ll ride

The Moonlight wherever it

Shines, breaks the darkness

Into slices and crashes there

Beneath your eyes, you see, I

Am not

The one who’ll cry it out or shout

Until the end of this harmless time

I will fight for one breath after the other

For the sea to wash it over wave by wave,

For the Sun to light and color up this crap 

Of an abyss we are into and through, you

Know, know it all, know all about it again.

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Altro inizio – parte quarta – Riders on the storm

Una goccia di sudore nell’occhio, forse una lacrima: si svegliò così, la palpebra che le tremolava, la vista offuscata, il mondo sfocato, il sale nell’occhio, una goccia soltanto. Portare la mano alla fronte per asciugarsela o all’occhio per strofinarselo era ancora un’impresa: la mano, il braccio, pesavano. Rimanette stesa, sul fianco, rigirandosi piano sulla schiena, fino a mettere a fuoco il tetto del furgoncino e sentire la goccia scenderle lungo la tempia, fin dentro l’orecchio, fresca e sottile, impalpabile eppure decisa, percettibile, tutto ciò che percepiva. Oltre la musica e la luce del giorno ora calda, dorata. Matthew e il suo doppio album dei The Doors alla guida, certo. Il tramonto, l’imbrunire, la fine del giorno. Quanto aveva dormito? Non era importante. Dove stavano andando? Nella baia. John? E lo disse. Lo chiamò in un sussurro, un pensiero sulle labbra, un orientarsi a parole, a nomi, a persone, a domanda: “John?”

“My love...”, le rispose, e le carezzò la testa, i capelli, la fronte, le labbra, inclinando la propria quel tanto per agganciare il suo sguardo. Aveva dormito come una bimba sulle sue cosce, ebbene sì. E gli occhi di lui brillavano ancora nel sole, grigiazzurri con spine aranciorosa ora, gli occhi che l’avevano già salvata, tenuta, ancorata, una volta… Forse due, forse più, forse sempre. “John.”

Si alzò a sedere e gli poggiò la testa sulla spalla, spostandogli un paio di dread dietro la propria. Gli diede un bacio sulla guancia, a occhi socchiusi, per poi riaprirli piano e cercare di vedere quel che aveva guardato lui lungo il viaggio fin lì: l’orizzonte fuori dal finestrino, le montagne dell’Idaho, il deserto del Nevada, le colline di Modesto con i loro mulini a vento, il cielo senza limite sopra la California, i colori della libertà, della vita, della gioia di viverla prendendola bassa ma volando alto. L’autoradio suonava Riders On The Storm dei The Doors. Matthew era concentrato alla guida, silenzioso e stanco, perché se era silenzioso era stanco e se era stanco era silenzioso, le sorrideva dallo specchietto retrovisore e il suo sorriso era uno di quei sorrisi che pur non vedendolo sentiva, la chiamava, lo scorgeva, lo trovava. I suoi occhi verdi dicevano “lo sai che adoro questa canzone” e lei lo sapeva e John più di lei. Così il loro silenzio rimase intatto, e Jim Morrison lo riempiva rendendolo pieno con le sue parole, la sua voce, la musica che le accompagnava perfetta, sporca come la terra, carica di elettricità come il cielo della golden hour nel Golden State, scortandoli fino alla baia, portandoli in loop sul Golden Bridge, fino a casa, come pioggia fresca e leggera, come una lacrima che non cade, come una goccia di sudore. Diceva:

Riders on the storm
Riders on the storm
Into this house we’re born
Into this world we’re thrown
Like a dog without a bone
An actor out on loan
Riders on the storm

Eccetera. Fino a casa.

Nuovo inizio – parte quarta – Zaira non ha paura

La sua rubrica era così kitsch che ogni volta che la recuperava nella borsa di rete si chiedeva come l’era venuto in mente di prendere proprio quella: era ricoperta di peluche leopardato, morbida e zozza, piena di numeri e indirizzi raccolti lungo la strada, nei suoi tanti viaggi, sui tanti divani in cui si era addormentata e sui quali era svenuta di stanchezza. Appena scesa dal bus, appena ritrovatasi sveglia nella città più europea della baia, aveva infilato la testa sotto il rubinetto del lavandino dei bagni pubblici, s’era data una bella rinfrescata, cambiata, e aveva raggiunto un telefono a monete. Dal portamonete un quarto di dollaro saltava sempre fuori. Aveva appoggiato la sua rubrica lì sopra, sopra il telefono, e cercato il numero di John, il suo amico pittore, per chiamarlo e chiedergli di ospitarla. Non rispondeva. Niente. Riprovava: nulla. Fece per sfogliare nuovamente la rubrica e non la vide più. Guardò subito a terra, sarà caduta, si disse: no. Mise entrambe le mani nella borsa, con la cornetta ancora appoggiata tra l’orecchio e la spalla, entrambe le braccia, quasi la faccia: niente. Ripose la cornetta e fece due passi indietro per guardare meglio attorno al telefono: nulla. In strada: niente. Un altro passo indietro, due, e iniziò a guardarsi attorno: due traverse più in là vide un movimento tra la gente sul marciapiede e cercò di metterlo a fuoco, con gli occhi di un falco stanco ma determinato a ritrovare il suo uovo, pur a becco vuoto. Notò una chioma scura fluttuare nell’aria creata da una corsa, una chioma lunga e frastagliata, dei dreadlocks lunghi fino al fondo della schiena, castano scuro ondeggiare nell’aria dietro ogni passo veloce, ogni arcata colpevole. Non poteva essere, si disse: perché diavolo? Può davvero avermi rubato la rubrica, quello? Come ci penso? Ma si mise a correre: attraversò due vie con un cenno del capo alle auto, niente di più, giusto un’esitazione nello scendere dal marciapiede, e via, a rincorrere quello che sentiva avere la sua vita tra le mani, la fatica di un anno in giro in autobus, autostop e treni, tutte le conoscenze fatte, tutti i contatti stabiliti, tutti i divani e i letti, tutte le esperienze messe in saccoccia, tutti i ricordi, tutto ciò che era stata e voleva continuare a essere. Corse come un’aquila alla vista di un serpente, corse che non sentiva le gambe, tanto le diventava chiaro perché quel tipo stesse correndo da prima che lei mettesse giù il telefono e scattasse: come aveva fatto a non vedere la sua mano afferrare quanto era suo? Ladro. Lo agguantò: “hey tu!”

Era affannato, sudato, un non so che di spaventato quando si sentì afferrare la maglia alle spalle. Si bloccò come stesse per cadere all’indietro e si voltò. Pantaloni larghi con tasconi, verdone militare, verde oliva, quel che era, maglia nerogrigia, barba incolta, occhiali neri tondi sul naso. Si ricompose in un attimo: “what?” disse.

“La mia rubrica!!!”, e Zaira era rossa in volto, ansimante, incredula al punto da aver voglia di mettergli le mani in tutte le tasche, in particolare quando lo vide non scomporsi di una virgola, negare con la sola postura qualsiasi accusa, infilare le sue di mani nelle proprie tasche, raddrizzare le spalle, gonfiare il petto e guardarla come se avesse detto una gran stronzata, tipo che Marte è un pianeta pieno di oceani azzurri.

“La mia rubrica, dammela!”, ribadì Zaira. Ma la scena si ripeteva e il tipo non spiaccicava parola. Il dubbio di aver preso un granchio si insinuò in lei, ma lo tenne e bada e gli spiegò che le era sparita mentre telefonava e appena voltatasi per cercarla l’aveva visto scappare.

Negò: negò di averla, negò di averla rubata, negò di correre per fuggire. E lo fece bene.

Non fu il dubbio a vincere in Zaira, non accettò e non si limitò a vederlo innocente, fu altro, fu un click nella pancia e quel momento in cui la testa la sta a sentire, e comprese che le cose vanno come devono andare se le si lascia fare, comprese cosa significasse essere fatalisti fin nel midollo, comprese ch’era un momento che doveva accettare, una tabula rasa che doveva guardare, lì, davanti a lei, da lì in poi. Rilassò ogni muscolo e fissò il suo sguardo in quel del tipo, bisbigliando un ok senza sorry. Colse il senso: ce l’aveva, ma doveva lasciargliela. Era chiaro. Si capirono in un istante, e nell’istante successivo lui se ne andava, camminando, mani nelle tasche, dandole la schiena coi suoi lunghi dread, e lei lo osservava come si può osservava il proprio passata scivolare nell’oblio, confondersi nella folla, lasciarla con davanti a sé solo e soltanto il futuro e tra le dita un presente assurdo eppur sensato, tangibile, spietato. Tabula rasa. Avrebbe affrontato e vissuto San Francisco come se la ricordava, senza rubrica, senza indirizzi, senza tragitti predefiniti, senza aspettative, senza tramiti, senza schemi: come veniva. E si sentiva pronta. Era una città che l’aveva sempre accolta con cura e premura, era una città che non le aveva mai fatto paura, né del male: era una città che aveva amato e amava. Era pronta.

Altro inizio – parte quarta – In piedi

Xania si lasciò portare dalla presa ai fianchi di John non appena i tremori si furono calmati e la vista le si fosse rimessa un minimo in pari con la luce che filtrava tra le foglie degli alberi. Tornare eretta le era costata fatica, ma in suo soccorso era arrivato anche Matthew, che mentre lei nascondeva la faccia nel petto di John le si era accovacciato vicino, le aveva tolto i capelli dal viso e con un gesto delicato ma deciso della mano le aveva afferrato la mascella alla base, accarezzato una guancia col pollice e stabilito un contatto netto coi suoi occhi socchiusi: “Xania”, le aveva detto “mi vedi? Se mi vedi guardami, un momento, solo un momento”. E lei l’aveva guardato attraverso le lacrime che avevano iniziato a scorrerle lungo le guance come cera che, sciolta da un fuoco improvviso incendiatosi in lei, stesse fuoriuscendo senza tregua dai suoi occhi. Lo vedeva sì, immerso in un mare di cera liquefatta, trasparente come acqua di sorgente, calda come bile, che le scendeva fino alle labbra, oltre gli angoli della bocca, fin dentro le gengive e giù, sul collo, nella gola, sul petto nudo di John, tra le mani di Matthew. Cercò di parlare ma non ci riuscì. “Shhh”, le disse lui: “va tutto bene, ti vedo anch’io”, e iniziò a raccogliere le lacrime dai suoi occhi con entrambi i pollici, mentre John taceva e concentrava il suo silenzio sul calore delle mani che le teneva a cucchiaio sul ventre. Non lo vedeva, in volto, ora, ora era come agganciata allo sguardo di Matthew. “Ascoltami”, le disse: “non serve che mi rispondi, ti dico io cosa faremo ora, e John sarà d’accordo con me perché sai che non può essere altrimenti: arriviamo al furgoncino e ti ci sdrai e cerchi di riposare, non hai nulla da temere qui ricordalo bene, ma se vuoi John rimane nel furgone con te finché non ti addormenti, perché dormirai bella stella, finché non sarai stanca di dormire, mi segui? Poi ti sveglierai a casa, casa nostra, mia e di John, e anche tua. Non hai nulla di cui preoccuparti, la noce di cocco che vi appartiene la raccolgo io, guido io, vi porto io, tu reggiti a John e concentrati soltanto a raggiungere il sedile posteriore del furgoncino, ora, dove riposerai finché non sarai stanca di riposare, va bene?”

Andava più che bene, andava tutto bene, non aveva nulla da temere: strinse una mano di Matthew mentre ancora le stava a ridosso delle lacrime, immersa nelle lacrime, annuì e ne sfiorò il palmo con le labbra; avrebbe voluto baciarla ma non ne aveva la forza, si sentiva come ubriaca, ma tanto, non più padrona del proprio corpo, stordita, debole, devertebrata dove poco prima correva una tensione insostenibile, fino ai denti, alla mascella, alla punta della lingua, ben oltre la sbornia delle sbornie, colpita da un fulmine partitole dal plesso solare, forse dai piedi, forse da ovunque; le gambe e le braccia? Dovevano ancora tornare, non le sentiva, nemmeno formicolare. “Matt”, bisbigliò. “Sì Xania, sono qui” e le spostò altri capelli appiccicati come ragnatele zuppe alla sua pelle, fin dietro le orecchie. “John”, riuscì a dire anche. “Stellina”, le rispose lui e risalì con una mano il suo braccio, lo strofinò piano, ancora e ancora, fino a scaldarlo un po’ nel tepore del suo palmo, per poi concentrarsi sulle gambe, raccogliendole entrambe, afferrandole sotto, dietro le ginocchia e portandole a sé per poterle massaggiare con un gesto fluido, dalle caviglie alle anche, dalle anche alle caviglie, lentamente, molto lentamente, senza premere, quasi senza toccare, solo a sfiorarle.

“La porto in braccio”, disse nel frattempo all’amico.
“No John, ascoltami, falla camminare, solo un po’ ma falla camminare ora: a piedi scalzi, occhi chiusi se non riesce ad aprirli, ma presa a terra, chiaro? Non ha la circolazione negli arti, vedi? Cerca di farla alzare, non subito, tra un po’, appena ti senti pronto tu, cingila forte, e arriva, arrivate al furgoncino… Io vi raggiungo. Se preferisci ti aiuto, ma so che puoi farcela, Xania è una piuma… E dobbiamo portarla in un nido adatto a lei ora, il prima possibile, ha bisogno di cure.”
“Matt?”, un sussurro.
“Xania, lo so, ti sto sul cazzo adesso, sembro vostro padre, ma…”
“No.”
“Xania, ascoltami, è per il vostro bene, tuo e del bambino…”
“No… Non…”
“Xania…”
“Sembri. Mio. Padre. Non… Io. Matt. John…”
“Shhh”, e le baciò la fronte: il sudore si stava asciugando, le lacrime anche, e lei iniziava a scottare come il fuoco che le era esploso dentro. “Andiamo, Matt. Grazie amico. Ti aspettiamo alla guida. Sei più di un padre per me lo sai, fratello. Puoi cantare tutte le cazzate che vuoi mentre guidi, compare. Cerca solo di non svegliarla se riesce ad addormentarsi per favore.”
“Canterò tutte le ninnenanne che serviranno, amico. Non riesco a pensare di rivederla star male, mi son sentito affogare con lei.”
“Anch’io, amico, anch’io…”
“Siamo in due allora, e lei è la tua perla. Rimettiamola in una conchiglia, amico mio. Tornerà a brillare vedrai. Ora ha bruciato, una fiamma rapida e intensa, deve rinascere con calma.”
“Matt…”
“Sì?”
“Non ti innamorare anche tu di lei, per favore…”
“Troppo tardi, amico. Ma non temere. Sai che sei il mio unico grande amore, bestia feroce.”
“Lo so, cagna in calore. Fratelli senza macchia e senza paura.”
“Parla per te, maiale, io la paura ce l’ho, ma faccio finta di no.”
“Matt…”, un altro sussurro. Xania a occhi chiusi e con la sua mano nel pugno blando.
“Sono qui, Xania”.
“Matt… Io. Io… Anche. Gra. Zie. Ma… tt.”
E un bacio lieve… Sul palmo della sua mano: smack. Per poi alzarsi, insieme, assieme, tutti e tre, Xania ben aggrappata a John, tenuta, coperta, retta da John, Matthew ad accompagnare i movimenti di entrambi con le braccia, a flettere le ginocchia assieme a loro, a ritrovare la posizione eretta con loro. John le aveva tolto le scarpe nel frattempo.

Dunque Xania si lasciò portare dalla presa ai fianchi di John fino a raggiungere il furgone, mentre Matthew raccoglieva le loro cose, il cibo, le maglie, le metà delle loro noci di cocco, le sue scarpe. Camminava a occhi chiusi, totalmente riversa su John. La sbronza delle sbronze sarebbe stata una passeggiata al confronto: questo era come camminare sospesa nell’aria, nel vuoto, nel buio, con una vaga luce rossa stretta, appiccicata alle palpebre, l’odore confortante di John nelle narici, piccole, infinitesimali, dolorose scosse elettriche alle giunture, la testa assurdamente pesante, i piedi in fiamme eppure gelidi, un tutt’uno con la terra a ogni passo, eppure assenti, pesanti eppure assenti, ancorati eppure assenti, sospesi, nel vuoto, nel buio, appesi, a John. Fino al sonno, il sonno nero, pieno, elettrico, cupo, silenzio, vuoto vero, nulla, niente, assoluto nero, salvifico.

Altro inizio – parte terza – All’ombra dei pini

Matt aveva chiuso gli occhi da un po’ quando sentì uno scatto, un colpo e un rumore metallico: li aprì voltandosi su un fianco, in allarme. Era il rumore del walkman che John aveva posizionato dentro la ciotola di metallo che usava per isolare quel minimo i rumori quando premeva rec sulla sua voce. Era caduto, dentro quella ciotola, come fosse stato colpito, perché anche la ciotola era spostata, lontana dalla sua testa e contro la sua spalla. Si levò a sedere e vide John correre verso la cucina. La cosa non gli piacque affatto. Cos’era accaduto? Xania, pensò, e si alzò.

John non l’aveva vista cadere, l’aveva sentita, poi vista a terra e si era alzato a tal velocità che avrebbe voluto poter riavvolgere il tempo di quella manciata di secondi che gli sarebbe stata sufficiente ad essere stato al suo fianco per afferrarla prima che cadesse. L’aveva raggiunta ad ampie falcate, era tornato a inginocchiarsi accanto al suo corpo steso ma con tale impeto da sbucciarsi le ginocchia. La sua stella, la sua stella luminosa, era rovinata al suolo e implodeva. Le sue gambe non erano stese, ma raggomitolate, le ginocchia l’una contro l’altra, a toccarsi poggiate l’una sull’altra; le sue braccia non erano rilassate, ma tese, ora piegate, strette contro il busto, sul petto, tremule; gli occhi erano spalancati, terrorizzati, una lacrima le scendeva da quello destro, appena visibile sul biancore della pelle; la bocca, le labbra erano tirate, le guance infossate, i muscoli, i nervi del collo, tesissimi. John la chiamò e le infilò la mano e il braccio sinistri dietro la nuca, mentre le posava la mano destra aperta sul ventre. Xania tremava convulsa. Le avvicinò la bocca all’orecchio e le disse di esserci, di essere lì, di respirare con lui, poi le fissò gli occhi negli occhi poggiando la fronte contro la sua e continuando: “sono qui, stellina, respira con me ora, respira con me.”

Le scese un’altra lacrima, dall’occhio sinistro ora. La sentì esplodere all’angolo come una piccola bolla d’aria, la sentì scivolarle lungo lo zigomo, arrivarle al naso, mentre quella che per prima era riuscita suo malgrado a far uscire le entrava nell’orecchio. Non riusciva ancora a chiudere le palpebre, non riusciva ancora a mettere a fuoco nulla, ma sentiva il braccio di John reggerla, sentiva il suo respiro, il suo odore, il suo calore, vedeva i suoi colori e sentiva le sue parole. Respirare. Sì, respirare. Avrebbe voluto poterlo baciare ma non riusciva a rilassare le labbra: si sentiva implodere. Sono in cortocircuito, pensò, è un sovraccarico… Eploderò? Cosa le avevano fatto, dio cosa le avevano fatto in quell’inferno? John, oh John, sei qui, ora, adesso, sei qui ti sento, pensò. E ritrovò il suo respiro, lo sentì sui denti. Ritrovò i suoi occhi, azzurro cielo di primavera, azzurro acqua di torrente dove è profonda, azzurro ghiaccio nel bicchiere, aria, i suoi occhi erano la sua aria. Inspira, espira. Sei qui, sono qui, siamo qui, cosa mi succede? Cos’è successo? Cosa mi sta succedendo? Ma non riusciva a parlargli, non poteva parlare. Sentiva però di nuovo le braccia, forse anche le gambe. Provò a muovere una mano, le dita: se le ritrovò contro il petto e si rese conto che non s’era accorta d’avercele portate. Lasciò che scivolassero e incontrò la mano di John sul ventre, la avvolse e la cinse, riuscì a dire il suo nome e continuò a respirare con lui, ci si impegnò: sentiva la pancia alzarsi e abbassarsi, le gambe rilassarsi.

“Così, piccola, così, sono qui, respira, tranquilla” e lei pian, piano si rilassava. Le baciò l’incavo tra il naso e il labbro superiore non appena la sentì più morbida e vide le sue palpebre sbattere. Ti amo, le disse. Lei gli si raggomitolò contro e pianse, a singhiozzi sempre più acuti, pianse come una bimba impaurita, pianse come una stella ferita, la sua luce gli si nascondeva nel petto, bruciava come può bruciare il ghiaccio. La lasciò piangere, tenendole la mano sul ventre con le dita ora intrecciate alle sue. Sapeva che non appena le fosse passata la crisi avrebbe avuto delle domande a cui rispondere e sapeva di avere le risposte, ciò che non poteva prevedere era che Xania non gliele avrebbe poste, che Xania non avrebbe voluto sapere, che Xania non avrebbe voluto parlarne, per molto tempo, di quel malore. L’avrebbe fatto Matt.

Matt aveva raggiunto John e Xania lentamente, a grandi falcate ma con la calma di chi si è appena rialzato dalla terra che l’aveva accolto, pensieroso, preoccupato, ma calmo come un albero senza vento. La scena che gli si presentò lo commosse, lo commosse non tanto per le condizioni in cui si trovava Xania, ma per l’amore che percepì tra loro: il suo miglior amico aveva davvero trovato la sua metà, ma la sua metà stava boccheggiando contro la sua bocca, a terra, come un pesce fuor d’acqua in quel momento. Si sedette su un ceppo lì vicino e attese che quell’uragano tutto loro finisse. Fu solo quando lo sguardo di John si sollevò, lo cercò e incrociò il suo che proferì parola: “cosa le è successo?” chiese.

“Adrenalina” gli rispose John: “dopo lo shock ora ha il down, le è scesa in picchiata, giù a picco, e lei di conseguenza… Mi aspettavo sarebbe successo, ma speravo sarebbe accaduto gradualmente, e invece, boom, bam, giù.”

Xania sentì e non sentì quelle parole, gli stava rannicchiata addosso come un cucciolo, e respirava il suo odore a occhi chiusi, si sentiva avvolta e coperta, nascosta e protetta, e con le palpebre finalmente chiuse vedeva solo il rosso di ciò che rimaneva di tutta quell’insopportabile luce, sentiva solo i suoi tre cuori battere: quello nel suo petto, quello nel suo ventre, quello contro il suo orecchio. Ci si addormentò, altro non avrebbe voluto in quel momento.

Altro inizio – parte terza – Xania sviene, o quasi

L’accampamento era confortevole, l’organizzazione ineccepibile, la sua scodella di mezza noce di cocco estremamente funzionale, i ragazzi amichevoli, John e Matthew impareggiabili, insostituibili, la loro complicità l’aveva accolta, la avvolgeva, la teneva al caldo, tra loro, con loro, a ridere, a sorridere, ad ascoltare in silenzio il vento, a guardare in silenzio il cielo, azzurro o nero, soleggiato o stellato, non la lasciavano mai sola, le controllavano le ferite come fosse stata un cucciolo, le portavano acqua e musica, carezze, calore. Tanta premura la intimidiva, la rimpiccioliva, la calmava, la cullava come acqua di lago, verde speranza, dolce, tiepida, eppure la rabbia che l’aveva catapultata fuori da quell’inferno di clinica era ancora sepolta nel suo ventre, pulsava assieme ai suoi due cuori, il suo e quello del suo cucciolo d’uomo, quello che le cresceva dentro, piano ma inesorabile, col suo bagaglio di truci ricordi, una creatura di dolore che avrebbe amato ugualmente, una creatura innocente. Il suo girovita ancora non la lasciava trasparire, ma i suoi occhi acquosi, la sua fame atavica, il suo sonno imprevedibile, loro, sì.

John le era seduto accanto quando lei si alzò e andò verso la cucina per dare una mano a lavare le stoviglie e bere un po’ d’acqua. Matthew era sdraiato sull’erba al sole e canticchiava una melodia lieve mentre con i pugni afferrava ciuffi d’erba per poi aprire le dita e accarezzarli, e quindi richiuderli e stringerli. Stava cercando una canzone, diceva, e fissava il cielo cercando di afferrarla come si afferra la luce dietro le palpebre. John gli strinse una caviglia: “Matt, Xania sta andando in cucina…” ma Matt non rispose altro che un sospiro e continuò la sua melodia, continuò a cercare di afferrarla, tenerla, fissarla e chiuse gli occhi intonandola più forte per poi tacere e sospirare ancora. John lasciò stare, mollò la presa e si chiese perché, perché tanta apprensione, perché si sentisse così preoccupato per una decina di passi tra lui e la sua amata. Perché era molto pallida, si disse, ancora debole, si rispose, magra, anzi scheletrica, e la sua pelle febbricitante, le ferite in via di guarigione ma lenta, faticosa, febbrile. La osservò camminare e le parve di vederla ondeggiare, anzi fluttuare, leggera come una libellula, luminosa come una stella nel cielo azzurro. Decise di rimanere seduto, lasciarla andare, osservarla in silenzio un altro po’, poi recuperare il suo walkman e registrare il delirio melodico, sempre più armonico, del suo miglior amico. Avrebbero voluto, poi, discutere seriamente sul da farsi: smontare l’accampamento e tornare tutti a Marine County o salutare gli altri e muoversi solo loro tre, quando, come, quanto veloce.

Xania si avvicinò ai lavandini fatti con un paio di bidoni, l’ombra dei pini e il loro odore la avvolsero, l’acqua putrida delle stoviglie sporche però catturò la sua attenzione e vi fissò lo sguardo. Le mani si tesero e vi si immersero stringendo le due metà della loro noce di cocco, la sua e di John. Le sciacquò con le dita e poi le risciacquò con gesto rapido e rotondo nell’acqua pulita dell’altro secchio, quindi le mise ad asciugare sull’asse di legno lì accanto. Immerse nuovamente entrambe le mani nell’acqua putrida, fino a toccare il fondo del secchio, a cercare stoviglie rimaste lì ce ne fossero state. Trovò una forchetta, un paio di cucchiai e un coltello, forse due, ma non ebbe il tempo di capirlo che ritirò la mano velocemente per un riflesso condizionato dal dolore: si era tagliata. Niente di grave ma aveva già il dito in bocca e il sapore del sangue sulla lingua, mescolato a quel sapore d’acqua stagnante, orrido oltre il suo puzzo. Non proferì suono. Pensò che la sua soglia di dolore era elevata a sufficienza da non provocarle alcun suono dalla gola in caso di ulteriori ferite, ma si fermò qualche istante a riflettere sul fatto che si stava ciucciando il sangue ancora una volta, come sotto la sua roccia, lo stesso sapore sul fondo ma senza l’ossigeno dell’acqua corrente, senza quel guizzo vitale, eccezionale, ora invece venoso, nero probabilmente, lento, denso, schifoso. Le si appannò la vista, si sentì gli occhi secchi e le palpebre bloccate, la lingua cisposa, la gola serrata, lo sterno come infossato nello stomaco, lo stomaco di pietra, ma pulsante, le gambe di gomma, la testa pesante. Ruotò il collo e cercò lo sguardo di John come un naufrago può cercare una corda, un appiglio, qualcosa a cui aggrapparsi nell’istante in cui le forze vengono meno e nuotare è oltre ogni capacità. Non lo trovò: lo vide seduto accanto all’amico con una scodella di metallo che brillava al sole; ebbe il tempo di notare un qualcosa di plastica azzurra al suo interno, oltre il riverbero della luce, il dreadlock che gli scendeva lungo la guancia e quasi cadeva dentro la scodella, e di rendersi conto che pur nei dettagli vedeva tutto sfocato, quindi cadde a terra, ma non si sentì cadere, si sentì affondare, tremare, vibrare, scivolare… Cercò di chiudere le palpebre ma le sentiva ancorate alle ciglia; cercò di usare le braccia per aggrapparsi ai secchi ma non le sentì rispondere, non le sentiva affatto, come non sentiva più le gambe, neanche molli, semplicemente assenti. Sentiva solo lo sterno affondarle nello stomaco e il ventre pulsare, la testa pesare, cadere, lo sguardo svanire dove esiste solo il riverbero del calore sul ricordo dell’asfalto. A terra, cieca di luce, sorda di vento, cercò ancora di chiudere le palpebre, ma tutto ciò che riuscì a fare in quello sforzo fu di far uscire una lacrima.

Nuovo inizio – parte terza – Zaira sogna

Alla stazione degli autobus le seggiole erano fornite di piccoli televisori attivabili con un quarto di dollaro, ma Zaira non riusciva nemmeno a stare seduta. La sala d’attesa era gremita di gente e bagagli e cibo e odori, pochi rumori, si sentiva mancare l’aria, gli odori non erano poi così fastidiosi ma formavano un tutt’uno di qualcosa non molto simile all’ossigeno. Guardò distrattamente davanti a sé, oltre lo schermo quadrato del televisorino spento che le pendeva a neanche mezzo metro dal visto, e incrociò uno sguardo assonnato, un ragazzo che dormiva su due sedili, sopra il proprio borsone, biondo occhi azzurro sonno, appena socchiusi a incrociare i suoi, poi richiusi. Per un istante pensò sarebbe stato bello dormire come lui, sognare come lui, magari con lui, quindi si alzò di scatto e uscì dalla stazione, nel cortile antistante, dove una Luna piena illuminava la parete. Vi si appoggiò e respirò: inspira, espira, sospira. Poi di nuovo: inspira, espira, sospira, rasente la parete, ruota la schiena, la spalla ancora attaccata, come a sostenerla, a tenerla, come parte del muro, senza spigolo d’ossa, senza attrito, intonaco, appoggio. Non si accorse dei passi dietro di lei, ora al suo fianco, e una voce che le chiedeva come andasse. Si voltò: era un omone afroamericano alto e grosso, quasi due volte lei, in divisa, forse da poliziotto, forse da sorveglianza privata, forse una guardia del cane della Greyhound, un ufficiale qualcosa. Lo osservò attonita, i raggi della Luna ancora agli angoli degli occhi, lo guardò fissarla con un sorriso complice, a dire sì è bellissima stanotte, e rispose ok. Al che lui si voltò verso di lei, e con fare premuroso le ricordò ch’era una ragazza sola nella notte di una stazione degli autobus. Zaira abbassò lo sguardo, non aveva alcun bisogno di sentirsi vulnerabile più di quanto già non lo fosse, e il suo autobus non sarebbe partito prima dell’alba. Inspirò, espirò, sospirò: “quindi?”, chiese. Quindi sarebbe stato un po’ lì con lei a guardare la Luna, le rispose, ma poi avrebbe fatto meglio a rientrare. E così fu. Riportarono gli sguardi al cielo e non dissero altro, fino al momento in cui lei sentì la spalla tornare a essere uno spigolo d’osso contro il muro e decise di rientrare, ringraziandolo della compagnia.

Una volta tornata nella sala d’attesa, prese posto lontano dalle seggiole fornite di televisore, appoggiò la schiena e tenne stretta la sua borsa di rete in grembo, guardando il soffitto. Respira, e prova a chiudere gli occhi un po’, si disse, rivedi la Luna. Abbassò le palpebre come a riposarli, a reidratarli, con la ferma intenzione di riaprirli di lì a pochi istanti e tenerli bene aperti. Sentì una presenza accanto a sé e li aprì di scatto: due occhioni neri la stavano fissando, la bocca un po’ aperta, ora chiusa, la faccina imbarazzata, una bambina ispanica dai capelli nero pece e la pelle violacea liscia come solo quella di una bimba sui quattro, cinque, forse sei anni. Zaira le sorrise e il voltò della bimba si rilassò. Rimasero lì a guardarsi per un po’, nessuna delle due disse nulla finché Zaira non provò a chiederle come si chiamasse. Niente, la bimba abbassò lo sguardo. Sembrava non capire. Glielo chiese in spagnolo. “Maika”, disse. Bene, avevano fatto progressi. Ma la madre? Il padre? Qualcuno? Zaira si guardò intorno e le parve di riconoscere la madre qualche seggiola più in là, addormentata, e pensò: ok, Maika, tranquilla, ci sono io, fino al mio autobus. Stettero lì sedute a frugare nella sua borsa di rete senza parlare. Trovarono una macchina fotografica e si divertirono: il primo ritratto della bimba uscì con lo stesso sguardo imbarazzato che aveva avuto quando le si era seduta accanto, con la bocca un po’ aperta nello stupore dei loro occhi che si incrociavano dopo che Zaira aveva tentato di chiuderli, il secondo uscì con un gran sorriso. Poi si alzarono e andarono a fotografare una delle mini-tv spente, quindi il ragazzo che dormiva sul borsone, che ancora una volta levò le palpebre e la guardò per poi richiuderle… Un ragazzo, biondo occhi azzurri, evidentemente abituato allo stato di dormiveglia, in guardia, ma non allarmato dalla sua presenza. A Maika piaceva il suo ruolo di assistente fotografa. Zaira pensò di uscire a fotografare anche la Luna, con lei, ma poi decise che non sarebbe stato inopportuno se la madre della bimba si fosse svegliata proprio in quell’istante e non l’avesse vista, anzi decise che per sicurezza la cosa migliore ora era tornare a sedersi, il tempo era stato comunque ammazzato, la bimba sorrideva, l’alba si avvicinava.

Sentì annunciare il suo autobus per la baia. Cercò di spiegare a Maika che doveva tornare a sedersi vicino alla madre, di non preoccuparsi, che si sarebbe sicuramente svegliata a momenti: lo fece a gesti. La bimba capì al volo e quando si accomodò affianco alla madre le fece ciao con la mano e le riservò l’ultimo sorriso di quella notte. Zaira si alzò, tornò al cortile antistante, scattò una foto alla Luna e cercò la guardia. Quando la trovò, pochi passi più oltre oltre l’angolo, lo informò che c’era una bimba sveglia la cui madre dormiva e che lei stava per partire e che avrebbe preferito sapere che un occhio alla bimba qualcuno lo stava comunque dando. Lui le sorrise, le chiese dove fosse diretta, la tranquillizzò su Maika, era il suo lavoro precisò, e le augurò buon viaggio.

Una volta sull’autobus, Zaira strinse ancora a sé la sua borsa di rete e chiuse gli occhi per più di un istante, per più di qualche istante: si addormentò. Sognò d’essere su un’auto decapottabile che correva veloce su una riviera, una strada lungo la linea di un mare, lungo la spiaggia, un viale di palme alla sua sinistra. L’auto scorreva sull’asfalto più che correre, la sensazione era di estrema leggerezza, finché non sbandò verso destra, salendo sul marciapiede, sfiorando il muretto di una casa, una ringhiera, qualcosa, col muso. Nel sogno Zaira scendeva, un po’ frastornata ma intera, e attraversava la strada, raggiungeva la spiaggia, entrava in un locale a forma di cupola, bianco, illuminato dal sole in ogni sua parte, apparentemente vuoto, silenzioso, circondato di vetrate. Una volta dentro, quello che vide fu qualcosa di indimenticabile di lì ad anni, sogno o realtà che fosse: il posto era pieno di bambini, tutti più o meno dell’età di Maika, tutti rivolti nella stessa direzione, lo sguardo fisso davanti a sé, non del tutto verso l’alto ma con le testoline vagamente inclinate in su, a lei davano un po’ la schiena, un po’ il fianco, oltre le vetrate il mare, forse l’oceano, gli occhi bianchi, lucenti, illuminati di luce propria. Camminò tra loro dopo un lungo sconcerto, non si muovevano, non parlavano, respiravano? Aveva completamente dimenticato di aver appena avuto un incidente, nel sogno, e sempre nel sogno, non uscì mai da quel luogo, rimase lì, forse per anni, anche quelli a venire.