Altro inizio – parte prima – Alla tenda

John l’aiutò ancora una volta a rialzarsi. Xania era veramente debole, il caldo di mezzogiorno non le avrebbe giovato e inoltre iniziava a sanguinare più copiosamente. Il suo sguardo sembrava appannarsi. “Mi sta venendo sonno, temo”, gli disse. La afferrò delicatamente per un braccio, lei si diede una piccola spinta con l’altra mano ed entrambi salutarono il torrente con un cenno impercettibile del capo. “La mia tenda non è molto lontana, gli alberi la proteggono dal sole più inclemente e c’è del cibo, mangiamo qualcosa e poi ti ci riposi, ne hai bisogno, si vede”. Xania non capiva perché fosse così premuroso con lei, sentiva le sue parole come carezze sulle guance ad asciugarle lacrime mai cadute, si sentiva rapita dall’azzurro dei suoi occhi eppure in salvo. Temeva le sue domande, ma non i suoi occhi… Erano d’un grigio azzurro incantevole. La stava incantando? Perché? No, non era questo che sentiva. Era fuggita dall’anticamera della sala operatoria prima che potessero farle l’anestesia, s’era strappata via la flebo non appena l’anestesista era passato a dirle di stare tranquilla, che l’infermiera c’aveva preso e di lì a poco non avrebbe più pensato né sentito nulla, gli aveva assestato un pugno sullo sterno e una ginocchiata nelle palle ed era corsa via, via a gomitate, addosso a una porta di sicurezza, di corsa giù per un pendio, in mezzo al bosco, via, via anche il camice verde poltiglia, via da tutto e tutti, nessuno le avrebbe tolto nulla, nessuno doveva prenderle nulla, non il pensiero, non la coscienza, non i rimpianti e neanche i rimorsi, neanche per un attimo, tanto meno il suo utero e qualsiasi cosa ci fosse dentro, fosse anche solo l’isteria che dicevano; e poi giù nell’acqua per scampare ai segugi e ai fanali, giù nella corrente come un velo senza peso, giù sotto la sua roccia magnanima, ma all’erta, sveglia come un gufo, ferita come un lupo. E poi e ora e ancora John… John coi suoi occhi di cielo e nuvole, chiare e scure, John con la sua presa virile e suoi gesti, i suoi tocchi gentili, lievi e premurosi, oltre il mondo, oltre il tempo, davanti a lei. Avrebbe dormito nella sua tenda, non sa se mangiato, lo stomaco non dava alcun segnale, ma dormito, mio dio, dormire, magari! Pensò. Lo seguì pensierosa, qualche passo dietro i suoi. Odorava di sole e clorofilla. Si voltò a guardarla e sentì ancora una volta il calore del suo sguardo. Non la temeva? La sua camicia odorava di lui, di sole, clorofilla, terra e miele. Ci si sentiva avvolta come in una coperta, le palpebre iniziavano a pesarle. “Ce la fai? Manca poco”, sì: “sì ce la faccio, ma mi sto addormentando”, e le prese la mano. Xania si sentì più leggera, come se l’avesse sollevata di qualche millimetro da terra, e si lasciò portare. La tenda era in un cerchio d’alberi, arancione e verde pastello, alba e tramonto e bosco nel silenzio. Ci si addormentò in poco tempo, mentre lui ancora le parlava, quasi sussurrando ora, le diceva che le avrebbe preparato la colazione, e l’avrebbe medicata, di riposare intanto. Il sonno in cui sprofondò non era agitato, era il sonno di una bambina dopo aver pianto e urlato, nero e profondo. John prese le garze e il disinfettante dopo una mezz’ora che lei dormiva. Iniziò dalle gambe, con estrema delicatezza per non svegliarla. Xania si muoveva appena quando la toccava, a volte sospirava, ma dormiva profondamente. Scivolò nella tenda con lei per raggiungerle le mani e il braccio, quello andava fasciato. Quando ebbe finito lei socchiuse gli occhi e lo ringraziò con un filo di voce, poi li richiuse. La baciò sulla fronte. La mano stanca e abbandonata di lei si levò lenta e gli sfiorò una guancia, la sua testa si piegò un po’ all’indietro e le sue labbra trovarono la sua bocca. Gli occhi negli occhi, socchiusi quelli di entrambi, poi chiusi, poi l’abbracciò. Lei gli si rannicchiò nel petto. E rimasero così fino al tramonto, finché il cielo non ebbe lo stesso colore della tela della sua casa tascabile, finché anche a Xania venne un po’ fame e il pane con il miele già l’attendeva. John decise di imboccarla, piano, a piccoli morsi, e poi baciarla ancora, e ancora, e ancora. Aveva estratto una stella dal torrente, e splendeva tra le sue mani, nei suoi occhi. A Xania un paio di lacrime calde si sciolsero come ghiaccio tra le ciglia, le sentì cadere e sfiorare le guance di lui. Lo abbracciò come non aveva abbracciato mai nessuno prima e perse peso, come nella corrente del fiume quella notte, ma cullata dalla onde, dal sale del pianto lieve, nel mare della sua saliva, nel sapore di miele. Le aveva tolto il pensiero, i rimorsi e i rimpianti, i ricordi e il dolore, in un istante, ma non l’avrebbe picchiato, l’avrebbe amato, come lui la stava amando e l’aveva amata fino a quel momento.

Nuovo inizio – parte prima – Il passaggio

Non sentiva stanchezza, solo rabbia. La sua vendetta non le era stata sufficiente a placarla. Decise che doveva andarsene da lì, dai boschi, dalla valle, dagli alberi e da quella bestia. Ridiscese il sentiero su cui aveva corso la notte precedente per poi risalirlo. Ricordava di aver intravisto dei segni di pneumatici sulla terra secca più giù, a scavare l’erba di una piana. Rallentò il passo, l’orangotango avrebbe dovuto essere oramai a distanza di sicurezza. Prese respiro e si concentrò per ricordare com’era arrivata a quella distesa illuminata dalla Luna piena e deserta, poi riprese il passo sostenuto, non più una fuga ma quasi. Si fottesse la bestia, era arrivato il momento di tornare alla civiltà, di recuperare una cazzo di bottiglia d’acqua e dissetarsi con la plastica, magari una bibita. Comunque, via di lì. Mentre camminava nel sole di mezzogiorno la sua testa si vuotò di ogni pensiero, ma le forze non le vennero meno: l’adrenalina che aveva ancora in circolo l’avrebbe portata avanti come una dinamo, la sentiva come l’elettricità di un fulmine che l’avesse attraversata e lasciata incolume, circa. Si tolse una delle maglie che indossava e se la avvolse sulla testa come un turbante, fece un nodo alla gonna più verde militare che muschio ora, alzandola e fissandola poco sopra le cosce. Notò le ferite alle gambe, agli stinchi, alle ginocchia, i graffi fra le cosce, vide l’ecchimosi alla caviglia che le aveva afferrato. Fuck it, pensò, e proseguì fottendosene che si vedessero, lasciò loro prendere aria, lasciò che il Sole le scavasse e curasse. Proseguì fino alla piana, fino ai segni dei pneumatici, ci si mise sopra, pensò di sedersi ma le gambe non le si piegavano volentieri, il corpo non aveva alcuna intenzione di rilassarsi, non ancora. Restò lì, sotto il sole cocente, ad aspettare, vuota di ogni pensiero tranne che: via di qui.

Crederci o no, vide sopraggiungere un camioncino di lì a poco, non un furgoncino, qualcosa come un’auto sei o sette posti ma più grande, bianco ruggine, con quel muso da ho fatto più strada sterrata di quanta tu possa immaginartene. Al volante un uomo, al suo fianco dei piedi nudi appoggiati sul cruscotto. Fece due, tre passi indietro dalle tracce di pneumatici e le si fermò davanti, finestrino già giù, parole magiche: “ti serve un passaggio?”. Sì, cazzo, sì: “Sì, grazie, non importa dove”. “Ti porto alla pompa di benzina, poi lì vedi tu, ok?”, le disse, barba folta e bruna e capelli ricci e sudati sulla fronte. “Sì, perfetto”, e salì dietro il sedile del passeggero. Il tempo di accomodarsi e “ciao, io sono Zaira”. Un ciao di lui, poi il silenzio. Un cane col muso tra i due sedili di fronte la guardava con occhi dolci come pochi, la scrutava, la studiava, la salutava zitto e calmo. Quei piedi nudi sul cruscotto erano ora due gambe nude, snelle e lunghissime, e un riflesso sullo specchietto retrovisore. La ragazza, pallida e sonnolente, teneva la fronte fra le dita e tra esse nascondeva uno degli occhi, il capo reclinato sulla spalla destra, in un’espressione stanca e triste. Non dormiva, ma quasi. Parlò senza muovere altro che le labbra, lentamente, flebilmente. “Ciao, Zaira”. Era giovane e bella, come tutti gli eroi, non come i reduci di guerra, ma aveva nello sguardo a mezz’asta quel qualcosa che ne ricordava una. Il camioncino svoltò a sinistra, ballonzolarono tutti e quattro sulla terra secca e sconnessa, anche lei. Appoggiò i piedi, si mise a sedere, si voltò e le fece un sorriso. L’occhio che Zaira non aveva visto allo specchietto era pesto, nero e viola e giallo, ma non gonfio. “Non sono molto loquace, oggi, scusami”, le disse lei, ma non le si presentò. Dimostrava sì e no sedicianni, forse diciotto. E cazzo se era bella, anche con quell’occhio pesto. Zaira non si trattenne e le chiese cosa le fosse accaduto, snodando la gonna e lasciandola scivolare nuovamente sulle proprie gambe nel momento in cui si rese conto che non avrebbe tollerato la stessa domanda a se stessa. La ragazza iniziò a parlare, come potrebbe fare una bimba a cui chiedi che incubo l’ha scossa ma lo fai mesi dopo. La sua voce era asettica, non tradiva alcuna emozione. Aveva sedicianni, sì, e un marito in galera da qualche giorno. E questo era quanto.

Altro inizio – parte prima – John

Perdersi nel bosco era quanto più adorasse al mondo. I suoi genitori l’avevano cresciuto in una casa di vetro a forma di piramide in mezzo ai boschi, e gli alberi l’avevano cullato e nutrito. Ora preferiva la sua tenda, era comunque un parallelepipedo ma leggero, manovrabile, molto meno statico e isolante del vetro. C’erano cereali e miele, nella sua tenda, qualche tozzo di pane anche. Appena Xania si fosse un po’ riscaldata ce l’avrebbe accompagnata e l’avrebbe nutrita. Sentiva la sua doppia anima e la sua sofferenza. Avrebbe voluto vederla riposare. Le sue ferite erano bianche di gelo, erano graffi e strappi, ma l’unica che ancora sanguinava un minimo era quella sull’avambraccio. La vide di striscio, tra un dreadlock e l’altro. Il cranio rasato la faceva apparire traslucida. Probabilmente aveva estratto dalla corrente una stella e glielo disse: “sento la tua doppia anima; perché sanguini?”.

Xania lo fissò con lo sguardo di un cucciolo terrorizzato ma grato. Non emise alcun suono. Abbassò lo sguardo e si fissò l’avambraccio poco oltre il polso. Rosso, scuro, lento, denso. “Flebo”, rispose dopo un po’. E anche: “avevo una gemella, l’ho divorata”.

John non commentò. Stettero in silenzio ad ascoltare il torrente un altro po’. Quelle parole non lo scossero e non lo misero in allerta. Ciò di cui era certo era che quella creatura aveva bisogno di recuperare le forze e mangiare qualcosa. Aspettò. Vide altro sangue sulle unghie e si accorse che erano in buona parte spezzate. Pensò che alla tenda avrebbe potuto anche medicarla e l’avrebbe fatto. Poi. Ora fissava il sole e pensò di afferrare lo sguardo di lei e lasciare che i propri occhi azzurri le raccontassero il cielo, in un silenzio infrangibile.

Altro inizio – parte prima – Xania e John

La cascata d’acqua iniziò a colorarsi di riflessi blu e viola più accesi, il freddo le aveva oramai anestetizzato l’intero corpo, anche i pensieri, e tremava stringendosi forte le gambe contro il petto, la testa ancora appoggiata alla roccia, ancora all’erta. Doveva uscire da quel rifugio, ma aspettare il giorno. Decise di leccarsi le ferite, nel frattempo, l’alba non avrebbe tardato più di tanto. Era un lupo nella sua tana provvidenziale e doveva leccarsi le ferite. La lingua era calda e umida, l’acqua che le cadeva attorno gelida. Decise di leccarsi anche dove non c’era alcuna ferita. Le spalle, le braccia, fino alle dita: le lasciò in bocca finché non le sentì tornare a vivere, lo sguardo fisso sui riflessi dell’acqua. Ora era rosa, viola e rosa, ora rossarancio, ora arancione: l’alba. Un altro po’, pensò, e si leccò le ginocchia, parte delle cosce, gli stinchi fin dove arrivava senza dover toccare la cascata, i polpacci. Bianca: giorno. Ora era il caso di raccogliere tutta la sua forza, avrebbe dovuto far resistenza all’acqua, aggrapparsi alla sua grande roccia, riemergere impedendole di trascinarla: impossibile, probabilmente, ma doveva provarci. Respirò a fondo, serrando un pugno a due mani sopra lo sterno e facendo pressione con le braccia sul torace per forzarsi a respirare di diaframma, occhi chiusi e concentrata, dunque si rannicchiò issandosi sulle punte dei piedi e sporse il braccio destro nell’acqua… Una potenza che la fece oscillare. Si voltò, faccia a faccia con la base della sua roccia magnanima. Piantò meglio i piedi in tutta la loro lunghezza e cercò di ancorarsi, piegò la testa verso l’acqua alla sua sinistra e quando sporse entrambe le braccia per agganciarsi alla roccia ci si ritrovò dentro di faccia. Era scivolosa di muschio e acqua ma riuscì a far presa su un’erosione, un’intersezione, una cavità, qualcosa. Si lanciò. Le dita divennero uncini, la corrente le tolse il peso del corpo e lo inglobò, stirandola come un velo in tutta la sua lunghezza, togliendole ancora una volta ogni forza tranne che alle dita, alle mani, a quanto di lei ne restava fuori. Cercò di far riemerge almeno i gomiti, per far leva e tirar fuori la testa, almeno il naso, la bocca, riaprire gli occhi, liberare le palpebre dalle sferzate di ghiaccio. Ci riuscì, a gran fatica ma ci riuscì. Il resto del corpo era altra questione, era troppo. Come avrebbe mai potuto farcela? Ecco la risposta, lì davanti ai suoi occhi appena riaperti a filo d’acqua: una mano tesa. L’afferrò senza pensarci un secondo di più, lasciando una delle mani ancorate alla sua roccia, la sinistra. Attorno al suo polso sentì altre cinque dita, poi la mano libera e dieci dita, due mani a tenerla con forza, a fare presa e leva. Lasciò anche l’altra mano e afferrò il polso di chiunque fosse con un gesto simile a un’apertura alare, o al salto di un salmone. Si sentì tirare. Si vide tra due rocce. Sentì tornare il peso di mezzo corpo in superficie, poi i fianchi, quindi le ginocchia, cercò di appoggiarle alla roccia ma le scivolarono via, la presa strattonò e si ritrovò a terra, supina. Vide il cielo azzurro senza nuvole, la luce fortissima del sole tra le macchie nere, forse di alberi forse nei suoi occhi, si portò le braccia e li coprì, cercando di attutirne la sensibilità. Chi l’aveva estratta da lì? Temeva di saperlo. Poi sentì il calore di una stoffa sulla pancia, sul seno, e una mano la sfiorò. “Tutto ok?” le disse una voce. Era accovacciato affianco a lei e le aveva messo una camicia sul corpo nudo. “Faresti meglio ad indossarla, e a spostarti al sole, tremi”. Xania lo sentì, lo guardò, lo vide, si sedette lenta e indossò la sua camicia. “Grazie”, gli disse. Lui le porse nuovamente la mano, in un gesto meno virile ma gentile, per aiutarla anche a rialzarsi da terra, e ancora: “andiamo al sole…”. L’afferrò nuovamente. Le dolevano le gambe, e aveva i piedi congelati. Lui la cinse per le spalle e le disse: “io sono John, tu?”.

Nuovo inizio – parte prima – Sioux e Zaira

Non appena il Sole iniziò a picchiare, Sioux decise di tornare nell’ombra, all’ombra del suo albero. Si sedette e meditò per qualche minuto con i suoi amuleti tra le mani. C’erano ricordi discordanti, ricordi violenti, una gonna color muschio e una donna nei suoi pensieri, forse anche sotto le unghie. Poi sentì dei passi e aprì gli occhi: era lei, con la sua gonna strappata e gli occhi cerchiati di nero. Era la donna del cerchio di fuoco, la donna che aveva voluto con tutte le sue forze e che era fuggita nel buio della notte. Era la sua preda ed era tornata. Era la sua fame, senza zanne. Lei lo fissò, in silenzio. Ti ho ritrovato, pareva dirgli. Non minacciosa, sembrava esausta, ma determinata. A cosa? Lei continuava a fissarlo, decise di alzarsi e sostenere il suo sguardo alla pari. Dunque parlò: “quindi volevi scoparmi? Ok, scopiamo”. La sua preda. Era sua. La sua fame l’aveva richiamata a sé. Fece per cingerla ma lei lo spinse a terra, con la forza dell’intera foresta. Si mise a cavalcioni su di lui e lo tenne al suolo per le spalle, cingendogli le ginocchia con le gambe attorcigliate alle sue. So you wanted to fuck? Ok, let’s fuck: era l’eco del Sole. La sua preda senza zanne era arrivata ed era sopra lui. Un’amazzone. L’ombra dell’albero la dipingeva contro il cielo. La lasciò fare, lasciò che saziasse la sua fame, la lasciò cavalcare con la rabbia di chi non vuole essere vittima ma semplicemente morire, di una piccola morte, tra le sue mani. Le cinse i fianchi con le dita sui glutei, lei le scansò con forza, aspettò quel che voleva aspettare, il suo lamento, e si rialzò di scatto. La sua preda era in piedi e non l’aveva divorata. La sua preda lo fissava ancora e stava zitta. Nel suo sguardo nulla era cambiato rispetto a quando le si era materializzata davanti. Ma la sua fame era stata saziata. Si sedette, raccolse le gambe e la guardò. Tre secondi per pensare non gli bastarono, ce ne vollero quattro, forse cinque, poi decise che era la sua donna. Raccolse i propri amuleti, si alzò e glieli mise al collo. Si offrì di riaccompagnarla, le raccontò che viveva su quell’albero da un po’, che tempo prima aveva vissuto sugli alberi della Nuova Zelanda, che il suo nome era Sioux non perché appartenesse a quella tribù ma per scelta di sua madre, che sì apparteneva a una tribù ma d’altro tipo, che sapeva parlare la lingua degli animali. Lei stette in silenzio, camminando piuttosto sostenuta, continuava a stare in silenzio, non disse una parola fino a: “lasciami andare, ora”. Lo ferì. E lo spiazzò. Sioux tacque e fermò il passo, lei continuò, più spedita. Non la vide, più avanti, gettare i suoi amuleti nel torrente. Era una preda che non avrebbe mai accettato di essere vittima. Era la vendetta di Zaira.

Nuovo inizio – parte prima – Zaira e Sioux

Rimase a fissare il fuoco. Era meraviglioso, vivo, caldo, sfavillante, amico. S’era fatto spazio tra le persone senza guardarle, senza accorgersi di sfiorarle o scansarle. Erano lei e il fuoco, lei il suo calore, lei e quel tepore nelle ossa, quel bruciore sulla pelle, quella vita che le scorreva nel sangue e asciugava la terra sulle ciglia. Piano, piano iniziò a scrollarsi la terra secca di dosso, con le unghie e le dite, lentamente, un suo personalissimo rituale di rinascita, senza sentirsi osservata, senza sapersi tra la gente. Lei, il fuoco, il suo corpo e gli strappi sui suoi vestiti, nient’altro. Portava una gonna lunga e morbida quella notte, verde muschio. Maglie a cipolla. Gli strappi erano della terra che l’aveva reclamata, non li odiò, li accarezzò. Fece qualche nodo a quelli più vistosi e tornò a fissare il fuoco vivere, ne era ipnotizzata.

Due mani si appoggiarono sulle sue spalle, alle sue spalle, premetterò, strinsero e rilasciarono. Si voltò di scatto. Un uomo le sorrideva. Era poco più alto di lei, aveva forza. “Hai bisogno di un massaggio”, le disse, e premette i pollici contro le vertebre più alte portandoli alla nuca, fin su. Zaira si sentì mancare le forze, abbassò la testa e chiuse gli occhi per non guardarsi inerme, in piedi, tra le sue mani. Lo lasciò fare e non si voltò una seconda volta. Si impegnò a raccogliere le proprie forze. Appena la presa divenne più debole, si scostò di un passo, poi un altro, poi abbandonò il cerchio, lasciò il fuoco, si allontanò nella valle, senza dire una parola. A una decina di metri, col fuoco alle sue spalle, si sentì afferrare da dietro, due braccia le si insinuarono tra il torace e le proprie, le cinsero le spalle, un corpo le si appiccicò alla schiena, alle gambe, le ancorò fino a costringerle a camminare del loro passo, cadenzato, veloce, forte. Le sussurrò qualcosa all’orecchio che non capì, sembrava una lingua arcaica, antica, nemica. Lo shock la paralizzò. Chiunque l’avesse afferrata era il suo esoscheletro in quell’istante. Non mollò la presa fino al punto d’ombra, dove la luce della Luna non arrivava. Quando vide il limite della luce Zaira iniziò a fare resistenza, cercò di riprendere l’uso dei propri arti, di non procedere oltre. Era un uomo, senza dubbio. Molto forte. Le si scostò di poco dal corpo senza lasciarle le spalle e le braccia, e le assestò un calcio alle gambe che la atterrò. Non ebbe il tempo di rendersi conto di essere a terra che lui le era sopra, le teneva con forza i polsi al suolo, come ad ancorarle le mani, e la schiacciava fino alle caviglie. La paura che aveva provato al tocco lieve di Little D non era terrore, in quel momento lo capì. Questo lo era: la voce le cadde nel ventre, nessun muscolo del suo corpo riusciva a muovere alcunché, il cuore le si impietrì, i rumori e le voci del bosco si amplificarono e il mondo attorno iniziò a vorticare veloce. Sentì un gufo, forse una civetta, altri versi, probabilmente lupi, e ancora non capiva i sussurri di quella creatura che aveva sopra e continuava a ghignare e sussurrarle alle orecchie parole antiche, incomprensibili, nemiche. Poi capì, “hai bisogno di un massaggio”, aveva detto. La collera le montò come un mare in burrasca. Non appena il suo massaggiatore le lasciò una mano per alzarle la gonna e penetrarla reagì con la forza della foresta e lo fece rotolare via, si rialzò, si voltò, cercò di correre, ma da terra lui le afferrò con forza una caviglia e l’attrito la ributtò al suolo, di faccia, dando alla bestia eccitata il tempo di rialzarsi, gonfiare le spalle, e vendicarsi. Fuggire non era stata una buona idea, pareva. Le ripiombò addosso, senza gettarsi ma afferrandola per i fianchi, voltandola e caricarsela in spalla per poi ributtarla a terra. L’urto la scosse, atterrò di lombare, poi di testa, ma l’istinto di sopravvivenza ebbe la meglio e si rialzò di scatto, iniziando a correre non più in direzione opposta ma di lato. Corse con il vento, come il vento, nel buio del sentiero senza Luna. Corse finché non le cedettero le gambe. Corse probabilmente per ore. Poi si accasciò, e pianse. Ma la fuga era stata un’ottima idea, anzi un istinto vitale, viscerale.

Nuovo inizio – parte prima – Zaira e Little D

Sentì dei piccoli passi, minuti, sempre più vicini. Trattenere il respiro cominciava a diventare difficile, le radici le premevano contro gli spigoli delle ossa, la terra la bagnava come acqua scura e sordida. Com’era finita lì dentro, lì sotto? Non se lo ricordava più. Ricordava il bosco, gli alberi filiformi e altissimi, sentiva dei passi, sopra di lei. Una scarpa le schiacciò una caviglia, cercò di non urlare pur consapevole che il silenzio era oramai inutile. Mugugnò. Il terrore la colse, il dolore la paralizzò ulteriormente, la voce morì in un lamento e le cadde dentro. Una mano la sfiorò, poi due mani iniziarono a mulinare, a togliere terra, strappare radici, spostare rami, fino a far entrare un raggio di Luna, e vederla. Zaira volse lentamente lo sguardo, vide solo un’ombra e un filo di luce come una corda a cui aggrapparsi. Non sentiva più una delle pareti di terra contro i fianchi, non c’erano muri addosso alla spalla destra, né uncini sulle costole. Decise di lasciarsi rotolare. Chiunque fosse quell’ombra aveva le scarpe, di questo era certa, ma ci avrebbe pensato poi. Prima via, fuori di lì, poi. Rotolò e si rizzò, aggrappandosi alla luce della Luna, alla sua forza. Si trovò faccia a faccia con l’ombra. Era un ragazzo, non molto alto, comunque meno di lei. Aveva quell’espressione stupita, un po’ impaurita, di chi non avrebbe mai voluto pestarle un piede. Aveva quell’ingenuità limpida di chi è inciampato in una radice. Ma aveva avuto la forza di liberarla. Una forza bambina. “Grazie”, gli disse e anche: “mi sono persa”. Il ragazzo annuì, con un’aria di sollievo. Ma scosse anche la testa e poi formò una D con le dita delle mani sporche di terra. Zaira si tramutò in un punto interrogativo. Il ragazzo dunque portò un indice all’orecchio e poi alla bocca. Lei capì: “deaf”, sordo, e muto. Sordomuto. Ok, Little D, pensò, grazie. Alzò lo sguardo e vide la Luna piena tra le cime degli alberi, la seguì tra le loro ombre, la vide illuminare l’intero bosco circostante e sorrise. Socchiuse gli occhi e fece un respiro profondo, poi un altro ancora, di diaframma, e sorrise di nuovo, gli sorrise e lo ringrazio con lo sguardo. Lui le fece un cenno con la testa, significava ti guido io, fuori dal bosco, l’avrebbe capito di lì a poco. L’aveva già tirata fuori una volta, l’avrebbe seguito in ogni caso. Camminarono in silenzio, fianco a fianco, per un tempo indefinito, immersi nel respiro degli alberi illuminato dalla notte. Attraversarono un ponticello di tronchi appoggiati lì, sopra un ruscello. Seguirono la luce della Luna. Si ritrovarono in una valle, grande abbastanza da contenere un fuoco acceso attorno al quale erano radunate decine di persone. Il fuoco e la Luna l’uno sotto l’altra, l’una sopra l’altro. Saliva fin quasi a toccarla, in volate di fumo ritmico. Zaira non credette ai propri occhi, ma corse come una bimba a scaldarsi, la caviglia non le doleva, non le doleva più nulla. Si congedò da Little D a metà della sua corsa, della loro corsa, incredula di tanta fortuna, incredula di tanta premura. Grazie Little D, pensò ancora, grazie, e l’abbracciò. Poi raggiunse il cerchio di fuoco e calore. E lì lo perse di vista.

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