Altro inizio – parte seconda – La vernice rossa

Arrivarono all’accampamento principale. Gli amici di John erano seduti sul tronco di un albero e uno di loro stava suonando la chitarra, alcuni erano seduti a terra, gambe incrociate, e facevano da controcanto al tipo che suonava e cantava. John li abbracciò a uno a uno e glieli presentò tutti: Matthew, Dustin, Dave, Steve, Martha, Drew e altri lì in fondo, attorno alle tende, che li avrebbero raggiunti poi a suon di beatbox. Erano persone solari, rilassate, immerse nella natura per quel mentre, evidentemente. Veniva tutti dalla baia: chi da San Francisco, che da Oakland, chi da Berkley, chi dall’altra parte del Golden Bridge dove gli alberi dai fusti rossi respiravano storia e facevano da cornice all’Oceano oltre l’orizzonte.

Xania non era poco imbarazzata, ma John non mancava di riprenderla per mano e sorriderle ogni qual volta le si riavvicinava. Nel mentre lei notò l’organizzazione del loro accampamento: c’era una rudimentale cucina in cui dei secchi fungevano da lavelli, vari cartelli su cosa e dove buttare o tenere le cose, cuori e stelle dipinti su assi a tenere assieme il tutto, stoviglie alla rinfusa ma pulite e in un certo qual modo ordinate, un modo tutto hippie, niente odore di yuppies.

Matthew indossava un cappellino di hemp verde un sorriso smagliante mentre le porse una mezza noce di cocco svuotata e le disse che quella sarebbe stata la sua scodella, il suo piatto, il suo bicchiere se non ne avesse trovato un altro tra le stoviglie, di conservarla. L’avevano mangiato a colazione, le disse, e: “vedi il caso sei arrivata tu… L’altra metà la do a John, è il mio miglior amico sai?”

Ora lo sapeva. Ringraziò Matthew e contemplò John. Le era venuta una gran voglia di baciarlo, lì davanti a tutti come non ci fossero stati altro che loro due, si sentiva gli occhi lucidi e vedeva quelli di lui brillare ancora e ancora nella penombra degli alberi come si i raggi del sole arrivassero sempre e soltanto ai suoi. Matthew stava parlando con lui ora, ma lei non sentiva più le parole, non ascoltava più quello che si dicevano, era immersa nel suo odore e non potè far altro che lasciarsene attrarre: gli cinse un braccio, con entrambe le mani, e glielo avvolse con gli avambracci tendendo il corpo verso il suo fino ad appoggiarvisi. John quasi non ci fece caso, continuando a parlare con Matthew, con un gesto naturale come respirare, alzò l’altro braccio, la schiacciò un altro po’ contro di sé e le baciò la fronte, per poi divincolare il braccio avvinghiato nelle sue e avvolgerla e stringerla e dire al suo miglior amico: “l’ho trovata, Matthew! La mia stella.”

Matthew sorrise di un sorriso dolce e complice, forse commosso. Fece una carezza sulla guancia a Xania e poi tirò qualche pelo della barba a John e gli disse: “e la vernice rossa?”

John rispose: “dimenticata, da tempo”, poi guardò Xania e si sentì in dovere di spiegarla a cosa si riferiva Matthew. Xania lo lasciò fare e sentiva il suo amico ridere sommessamente mentre John le raccontava il suo ultimo colpo di matto, o almeno così lo definì: quando lui e la sua ex si erano lasciati, lui si era intrufolato nel suo appartamento e aveva riempito i muri di scritte volgari, tipo “troia”, con della vernice rossa. Xania fece un’espressione di stupore ma in cuor suono non lo sentiva, pensava solo che quanto potesse essere passionale quell’uomo non la stupiva e non la preoccupava. John guardò Matthew e aggiunse, a mo’ di epilogo al suo racconto: “e tu sei il solito bastardo, amico mio.”

Xania percepì tanto amore, in tutto ciò, se ne sentì gonfiare il cuore: si staccò un attimo dalla presa di John e diede un bacio sulla guancia di Matthew sussurrando per la seconda volta: “piacere di conoscerti, Matthew” per poi tornare a cingere la vita di John e rannicchiarsi un altro po’ contro il suo petto, dove poteva sentire tutto il suo calore e, soprattutto, il battito del suo cuore. Pensò: mi ha trovata, ed è senza dubbio il mio amore.

Nuovo inizio – parte seconda – Mark e Zaira

Gli si era abbandonata tra le braccia non appena l’aveva riconosciuto. Quando l’aveva scossa era scattata in piedi mani in avanti, spaventata ma non del tutto sveglia, e lui s’era alzato a sua volta, cercando di non toccarla ma tendendole le mani verso i fianchi e afferrando il suo sguardo: roba di qualche, teso, secondo. Poi il suo corpo le si era avventato addosso come esausto, la faccia nascosta tra il collo e la scapola, calda di un calore febbricitante, le braccia intrecciate alla nuca, le mani, le dita fredde. L’aveva cinta a sé, quasi a reggerla, l’aveva tenuta stretta per qualche attimo, il tempo di sussurrarle il suo nome e aspettare una reazione. Lei aveva annuito, affondando il mento sul suo petto e stringendo la presa al collo, il viso verso il suo braccio e i capelli odor della terra poco sotto la sua bocca. 

Le baciò la testa e ripetè il suo nome. Lei non disse nulla per un altro po’, poi si voltò, gli baciò il collo e lo guardò, scostandosi un po’ e bisbigliando a sua volta il suo nome. Si erano ritrovati, chissà come, chissà perché. Sciolse le braccia attorno alla schiena di lei, l’afferrò per la vita e la scostò da sé un altro po’, per guardarla non solo negli occhi ma anche in faccia, bene, cercare di capire: “che ci fai qui nel mezzo del nulla sola e, a occhio, esausta?”. Lei non rispose, non alla sua domanda, gli disse solo quant’era felice di vederlo, lo disse più volte, toccandogli il petto, le braccia, accarezzandogli le guance, come ad accertarsi che fosse davvero lì. “Sì, anch’io di vedere te”, le disse. Ma qualcosa lo metteva a disagio, qualcosa lo preoccupava, Zaira aveva una strana cera. “Stai bene?”, le chiese, ma lei non gli rispose se non con un’altra domanda, anzi decine: dove si trovassero, come ci fosse arrivato, perché, dove stesse andando, come andava con la sua ex, se volesse il libro che aveva nella borsa, se gli andava di mangiare qualcosa con lei mentre aspettava che i suoi panni s’asciugassero nell’asciugatrice in cui nel frattempo li stava trasferendo. Sembrava euforica, ma di un’euforia da mancanza di riposo e forse anche di cibo; sembrava stanca, ma di quella stanchezza che non ti consente di riposare. Cercò di rallentarla, la assecondò, le disse ok, andiamo, offro io, pancakes ok? Meglio bagel, decisero. Mise i propri panni sporchi e quelli dei suoi amici nella lavatrice dov’erano stati quelli di Zaira e uscì dalla lavanderia sorridendole. Lei lo aspettò seduta lì sulla panchina mentre lui avvertiva gli amici che stavano facendo rifornimento che li avrebbe aspettati lì, alla lavanderia con lei. Si fermò a prendere la colazione e la raggiunse. Le raccontò del deserto, della mantide che aveva montato, della figata che era stata, e di Laura, che aveva risentito dopo gli esami e dalla quale stava giusto per andare, a Seattle, senza impegno se non quello di rivedersi, ma con un po’ di speranza, quella sì, di poter ritrovarsi, riaversi l’un l’altro, tornare assieme, amarsi… Che s’erano sentiti sempre più spesso dopo la rottura e il silenzio e l’anno ognuno per sé, e un po’ ci sperava, che lei avrebbe capito, che erano l’uno dell’altra, ci sperava ancora e non aveva mai smesso di farlo. “Ma sono contento di rivederti”, le disse. Lei annuì, gli diede un bacio sulla guancia e lo ringraziò per la colazione, poi gli chiese che strada avrebbe fatto per raggiungere Seattle, se fosse passato da Sacramento, se lui e i suoi amici avessero posto per lei in auto. Purtroppo no, ma avrebbe potuto accompagnarla alla stazione degli autobus più vicina, quello sì, stringendosi un po’. “Vuoi il libro?”, gli ribadì lei: “te lo regalerei ma mi servono dei contanti, se puoi, Mark, scusami, ma mi faresti un favore, davvero”, aggiunse.”Anche senza il libro, Zaira… Ti servono per il biglietto?”

Fissò per un attimo la vetrina oltre la quale il sole iniziava a picchiare e una macchina si vedeva sopraggiungere dall’altro lato, dalla stazione di servizio, rallentare, parcheggiare: “be’, sì…”, rispose e aggiunse, con un sorriso teso che forse voleva essere ironico ma gli risultò sarcastico, “ma il libro accettalo per cortesia o mi sentirò una puttana che hai pagato un anno circa dopo.”  

Rise, la baciò sulle labbra senza alcuna malizia, sorrise: “tu sei la mia ragazza del palloncino viola con le stelle rosa”, le disse e “ma va bene, ti compro il libro, sei contenta?”. Lo era, come una bimba, ma non gli aveva confidato che le servivano delle garze e il disinfettante, non gli aveva e non gli avrebbe detto nulla di Sioux e quanto era accaduto e non l’avrebbe fatto. La vide riempire la sua borsa di rete con i panni caldi, asciutti e puliti, infilarsi la felpa, sorridergli e fargli cenno con la testa di andare dai suoi amici. Glieli presentò, sbrigativo, attesero che anche i loro panni fossero asciutti e partirono, verso la stazione degli autobus più vicina, dove la salutarono, loro con un cenno, lui con un abbraccio, uno di quelli senza tempo, in silenzio, fino a guardarla negli occhi, ripetere il suo nome e avere chiara la consapevolezza che non l’avrebbe mai più rivista.

 

 

Nuovo inizio – parte seconda – Mark

La sessione di esami era finita e aveva potuto dedicarsi a quella scultura da portare e installare nel deserto. Aveva ben chiaro il motivo per cui aveva scelto di studiare ingegneria biomeccanica e la sua alta media di voti gli aveva confermato che non si sarebbe pentito della sua scelta, eppure gli rimaneva qualcosa di cui sentiva la mancanza e quel qualcosa era l’arte. Ci sarebbe stato spazio per la creatività in futuro, ma in quegli anni di studio non c’era ancora, era ancora alle basi, all’analisi, alla tecnica. Eppure manipolare la materia era quanto più adorasse fare. Gli mancava toccare, smontare, costruire, creare. Perciò con un gruppo di amici decise di dedicarsi a quel progetto: una mantide religiosa gigantesca di metallo. La stavano ancora disegnando mentre discuteva quale sarebbe dovuto essere il metallo e la questione più ostica da risolvere non era tanto come procurarselo e lavorarlo, quanto come bilanciare la presa a terra della scultura una volta ultimata. Doveva essere leggero ma pesante a sufficienza da non volarsene durante una tempesta di sabbia. Il deserto non era uno scherzo, andava dominato, sedotto, compreso. Un po’ come una donna, si diceva mentre gli amici discutevano. Pensava alla sua ex, che studiava in un’altra università, la sua ex del liceo, quella con cui era cresciuto, quella con cui aveva fatto l’amore per la prima volta, quella con cui s’era lasciato perché lei gli disse che avrebbero dovuto vivere ognuno liberamente gli anni del college. Aveva portato con sé la foto incorniciata e l’aveva messa sul camino di quella casa che aveva trovato poco fuori la cintura del campus. Prima di insediarsi lì aveva fatto qualche notte su un’amaca, nel giardino di amici, a ridosso del campus. Era settembre e il clima era ancora mite e l’amaca, infondo, una figata. Una figata perché ci rimase solo una manciata di notti e in una di quelle notti vide passare in cielo un palloncino viola con delle stelle rosa mentre si stava addormentando e quel palloncino camminava su e giù attaccato a un filo con un movimento che lo cullava e affascinava tanto da farlo destare, incuriosito da chi lo muovesse. Era una ragazza bruna, con gli occhi neri che si agganciarono al verde dei suoi in un istante, minuta, carina, sorpresa. La invitò a sedersi sull’amaca con lui e a raccontarle da dove arrivasse quel palloncino. Sapeva di esercitare un certo fascino, su tutte, su chiunque, tranne purtroppo sulla sua ex, non più. La passante gli diede subito retta e la cosa non lo sorprese, ciò che lo sorprese fu invece l’attrazione che sentiva per lei quando gli fu accanto. Era calda e il suo calore si sentiva pur senza toccarla. Sorrideva e il suo sorriso gli metteva voglia di baciarla. Parlarono un po’, viveva lì difronte da poco gli disse, stava rientrando a casa da una festa, non aveva parlato molto, la musica era troppo alta e la birra scorreva a fiumi da una tanica incastrata in un frigorifero, le aveva fatto piacere incontrarlo, ordinare una pizza e mangiarla con lui lì sull’amaca, accettare i suoi baci, farci l’amore, lì, nel cuore della notte, sull’amaca. L’aveva rivista qualche mese dopo, nella nuova casa, lei l’aveva raggiunto in autobus dopo uno scambio di email in cui lei gli chiedeva dove fosse approdato e lo chiamava marinaio. Lei era Zaira. L’aveva accolta con piacere, provava affetto per lei, e ancora stupore per la stessa attrazione fisica della prima volta. Era entrata e aveva attraversato la sala mentre lui le indicava il portico sul retro dove c’era un dondolo in cui avrebbe voluto sedersi con lei e, nel mentre, aveva notato il suo sguardo cadere sul ritratto della sua ex sopra il camino. Così le aveva raccontato tutto, di come l’amasse ancora e tanto, di come non riuscisse ad accettare che non fosse più sua, di come l’aveva lasciato, del perché insulso, di come avrebbe cercato di riconquistarla. Era rimasto colpito da come Zaira non s’era risentita, né scomposta, e l’aveva invece addirittura consigliato di rivederla non appena lei gliene avrebbe dato la possibilità. Gli piaceva Zaira, ma non l’amava. E forse nemmeno lei, ma il loro secondo incontro non fu meno magico dell’amaca. Salirono in mansarda, lontani dai suoi coinquilini, e fecero ancora una volta l’amore, sulle assi di legno, nudi, caldi, ansimanti ma silenziosi. Poi si salutarono, come amici, senza mai definirsi altro o tali. Forse tra loro non c’era stato altro che quel che si definisce del tenero, e poi s’erano persi, ognuno appresso ai propri corsi, lavori, impegni e quant’altro. Lei gli aveva lasciato un cappellino fatto all’uncinetto, un ricordo, un addio mai pronunciato… Non voleva altro coinvolgimento emotivo, ne dedusse dopo quel pomeriggio sul dondolo, e non la cercò più e lei non cercò più lui. Erano passati molti mesi dacché non la sentiva e non l’aveva mai più incontrata nemmeno per caso.

La mantide proseguiva il suo corso, si issava, si definiva, i pezzi erano calcolati al millimetro per poter essere trasportati e montati sul posto, il gruppo di amici con cui stava lavorando al progetto era entusiasta, anche della presa a terra che si sarebbe comunque dovuta confrontare con la prova del nove nel deserto non appena fossero arrivati. Il viaggio sarebbe stato magnifico anche senza una meta, senza un perché, ma con la mantide religiosa da issare nel deserto era tutta un’altra storia.

Non passò molto che il viaggio lo portò, prima della meta, in una lavanderia dove, incredulo, la reincontrò. Sporca di terra, svenuta, o forse addormentata, in un sonno convulso, sciupata, ma sempre lei: la sua ragazza del palloncino viola con le stelle rosa, Zaira.

Altro inizio – parte seconda – Destinazione baia

John la teneva per mano, ancora una volta. L’umidità del bosco respirava con i loro passi, i raggi del sole volteggiavano e lui ogni tanto si girava a guardarla e a chiederle se fosse tutto ok. Non parlarono molto, lungo il cammino, il peso dei pensieri e dello zaino di lui riempivano il silenzio, Xania si limitava a concentrarsi sui suoi, sui loro passi, pur chiedendosi dove e da chi la stesse portando. Un raggio la colpì negli occhi, rifrazioni di luce circondarono il corpo di John davanti a lei, un’aureola lo cinse, il suo odore acre la raggiunse con una brezza che le risvegliò il ricordo dei suoi baci, si fermò e il braccio le si tese fino a fermare anche lui, che si voltò con aria preoccupata, mentre lei gli afferrava l’altra mano per avvicinarlo a sé.

– John?
– Tutto bene?
– Sì, ma… John?
– Sì?
– Perché?
– Cosa?
– Perché tu?
– Perché noi.
– Perché?
– Perché ti aspettavo, stellina.
– In che senso?
– Sei la mia anima gemella.
– Non lo so.
– Io sì.
– Non mi hai nemmeno chiesto di chi sia il bambino.
– Vuoi che te lo chieda?
– No, per favore, no. Te lo dirò ma non ora. Dove hai detto che stiamo andando?
– Da amici.
– Tuoi?
– Nostri, vedrai.
– Dove?
– Nella valle.
– Vivono lì?
– No, ma ora sono lì.
– E poi?
– E poi vediamo. La mia idea è di raggiungere un computer e da lì mettere mano a questo programma sperimentale di cui mi hai parlato.
– Un computer? E a che serve?
– Serve a cancellarti dai loro archivi, serve a liberarti. Siamo tutti monitorati, di norma, tu sei una cavia e sei totalmente sotto controllo. Non mi stupirebbe se avessi anche un microchip sottopelle. Dobbiamo appurare questo e altri dettagli e decidere il da farsi.
– Come pensi riusciremo ad accedere ai loro archivi?
– L’ho già fatto, amore mio, l’ho già fatto per mia madre.
– Oh.
– Raggiungeremo la Silicon Valley, ma a suo tempo. Poi ti porterò dove dipingo, quando tutto sarà finito, a San Francisco. Ti va?
– Non lo so. Non so bene perché tu e io. Non capisco.
– Perché ti amo.
– Non sai nemmeno chi sono.
– So che sei con me e non potrà più essere diversamente che così. Tu con me e io con te. Perché ti ho aspettata per tutta la vita, mentre fuggivo dalle città e vagavo nei boschi e parlavo col cielo stellato. Perché lo sento. La tua doppia anima è l’anima che io ho perduto, è il mio cuore che sussulta quando ti annuso, il mio corpo che sussurra quando ti stringo, l’alchimia dei nostri sguardi che si fondono.
– Sei reale?
– Lo sono. Lo siamo.
– Come ne sei certo?
– Ti sento.
– Penso di amarti, John. Lo penso. Ma…

Lui l’abbracciò. Le diede tanti piccoli baci sulla fronte e sulle guance, le morse morbidamente zigomi, naso e mento fino a raggiungere le sue labbra, sulle quali indugiò, le succhiò, dunque parlò:

– Non senti come siamo inseparabili?

Xania lo cinse accarezzandogli i fianchi e lasciando scivolare le proprie dita fin dentro la cinta dei suoi pantaloni. Sentì il tepore della sua pelle, chiuse gli occhi e tornò a rivedere quelle rifrazioni di luce. Alzò una mano ai suoi dreadlocks, glieli scostò dal volto e vide luci blu elettrico e verde acido e rosso acceso e arancione succoso dietro le proprie palpebre. John le splendeva negli occhi anche quando li teneva chiusi.

– Sì, John, sì. Ma io sono debole e tu sei forte e mi sento sopraffarre.
– Perché ti sto dando le energie che posso darti.
– Come?
– Amandoti.

Xania fu scossa da tenui brividi. Lui le accarezzò le braccia con la punta delle dita e la baciò sulle labbra, sorrise, le prese la mano e si voltò. I loro corpi si appaiarono. Poi ripresero a camminare, l’uno affianco all’altra, mano nella mano.

 

Nuovo inizio – parte seconda – Alla lavanderia

Era riuscita a infilarsi i calzini puliti, arrivavano fino alle ginocchia e no, non erano meglio delle bende e/o delle garze che ancora non aveva, erano sintetici e prudevano da paura sui graffi e sulle ferite più profonde, probabilmente sarebbe stato il caso di arrotolarli fin giù sulle caviglie e lasciare la pelle respirare, ma per ora le andava bene così, cercava di non sentirli prudere contro la carne, si concentrava a non sentirli prudere, le era sufficiente che la fasciassero, la nascondessero, anche a se stessa. Gli slip se l’era infilati tenendo la gonna, se li era sfilati tenendo la gonna, li aveva sostituiti tenendo la gonna,  veloce come nello spogliatoio comune della piscina quand’era bimba e ci si vergognava e i maschi correvano oltre la non porta di quel posto per arrivare all’acqua dovendo passare da lì e ci sbirciavano dentro in un coro di risa e risolini ed esclamazioni onomatopeiche mai del tutto comprese. Teneva lo sguardo fisso sull’angolo di quella L di stanza, l’udito teso alla porta, ai rumori, ai passi, alla notte. Man, mano che toglieva gli indumenti li gettava nel cestello e ci si intravedeva nel riflesso sul metallo, come una macchia color pelle, veloce e isterica, ancora accucciata a terra, ora accovacciata, con la sua borsa davanti a sé sparpagliata come i suoi pensieri, e via la gonna, dentro, dentro con la maglia, e vestiti! Zaira, in fretta: maglia, vestito, felpa no quella dentro, tutto dentro, chiudi lo sportello, aziona, abbracciati. Si strinse nelle spalle, per scaldarsi un po’, si rilassò, roteò quel minimo utile ad appoggiare la schiena allo sportello, si strinse tra le braccia un altro po’. Cosa fare ora? Aspettare. E recuperare la rubrica dei numeri di telefono raccolti lungo la strada prima ancora di capire dove si trovasse esattamente. Era pelosetta, kitsch all’inverosimile, maculata, piena zeppa di numeri di telefono. Da quale partire? Chi chiamare? San Francisco, probabilmente, o Oakland, quel suo amico pittore, quella sua amica ispanica. O i ragazzi giù a Santa Barbara, nella casa dove le custodivano le valigie con dentro tutto ciò che possedeva. L’indomani, passo, passo, ci si sarebbe avvicinata. Forse a Sacramento. Sì, forse era la tappa più vicina. Anzi, Las Vegas. Che merda Las Vegas però… No nel deserto no, non di nuovo, non da sola. Stese le gambe, pensò alla colazione, aveva fame, anche un sonno ancestrale, ma il rumore dell’acqua le stimolava la vescica… Da quanto non mangiava, non beveva, non pisciava? Si alzò lenta, raccogliendo quanto era rimasto nella borsa, attraversò la stanza deserta, uscì in strada – din din – e cercò un angolo non illuminato in cui pisciare. Se l’avesse vista qualche poliziotto sarebbe sicuro finita dentro una notte almeno e non poteva permetterselo, di dormire in cella. Non voleva allontanarsi più di tanto, sentiva di dover fare in fretta, di nuovo, veloce e isterica, ancora, fino a liberarsi e tornare a sedersi, accovacciarsi, rannicchiarsi, estraniarsi, zittirsi, addormentarsi. Fece qualche passo, il silenzio di quelle strade sarebbe stato totale se non per qualche auto che passava di tanto in tanto, e si disse fanculo, mi scappa e la faccio. Veloce, isterica, in fretta, tra due auto parcheggiate, e tornò dentro come nulla fosse stato. Ritrovò la fine di quell’L, ritrovò le sue cose vorticare, si risedette, rilassò le gambe, le natiche le si stavano gelando sul pavimento zozzo, ma non ci fece caso e si addormentò quel tanto a rilasciare anche le braccia a terra, con i manici della sua borsa avvolti attorno al braccio destro, stretti con un leggero nodo, e dormì quel tanto necessario a non sentire quel rumore meccanico come un trapano nella nuca. Dormì di un sonno nero, brulicante di immagini, suoni e rumori, un sonno tremulo, di volti e mani e ginocchiate, non riposante ma inevitabile, confuso tra sogno e realtà, confuso all’inverosimile, tanto da non sentire quel din-din della porta senza percepirlo altrove, tanto da non destarsi finché due mani non le afferrarono le spalle e la spinsero verso la parete di lavatrice, facendole sbattere lievemente la nuca, dandole il buongiorno. Mise a fuoco lentissimamente chi aveva di fronte, capì lentissimamente ch’era giorno, ma il suo corpo era già scattato in piedi, i suoi sensi erano già all’erta, le sue braccia tese, le mani aperte a difesa. Vide due occhi verdi, un barba incolta, un’espressione attenta, quasi apprensiva, un cappellino di lana colorata fatto all’uncinetto: lo riconobbe dopo un po’. Quel cappellino l’aveva fatto lei, quella testa che lo indossava apparteneva a Mark. Mark! Non ci poteva credere… Mark, lì, con lei, lì non sapeva nemmeno dove. E lo abbracciò come l’acqua abbraccia una roccia.

Nuovo inizio – parte seconda – Le gambe di Zaira

Nella lavanderia a gettoni non c’era quasi nessuno e chi c’era fissava i cestelli girare senza veramente guardarli. Zaira si sedette e attese. Attese che quei quasi nessuno diventassero nessuno, attese il tramonto, attese il buio, attese che si accendessero le luci del locale, si assopì sulla panchina di ferro e legno lì dentro cercando di non pensare. Teneva la gonna tesa sulle gambe rannicchiate, le ginocchia contro il mento, la sua borsa di rete tra le cosce e il ventre, lo sguardo sul metallo, sui panni degli altri che vorticavano, sui piedi, i propri e i loro, si fissava sulle scarpe senza un particolare motivo, cercava di non pensare ad altro che ai colori che vedeva, ai movimenti che percepiva, agli odori che sentiva. Era troppo esausta per decidere il da farsi, sapeva solo di dover cambiarsi, lavare quei vestiti intrisi di dolore e rabbia, medicarsi le ferite, procurarsi qualcosa per farlo. Chiuse gli occhi il tempo necessario di reidratarli, di riposarli, di recuperarne i pensieri tenuti lì tra le ciglia a guardare fuori come tutto fosse lì, fuori di sé, in quel mondo che si muoveva lento, in quelle scarpe che le passavano accanto, in quei silenzi stanchi che vedeva in chi non osava rivolgerle la parola o semplicemente ne coglieva la necessità d’essere lasciata lì, bocca contro la gonna avvolta attorno alle sue ginocchia, sola. Ascoltava le proprie ferite pulsare, si accarezzava con timore dove sentiva la stoffa appiccicarsi ai graffi, tirava piano, stringendo i denti sul labbro inferiore, per impedire che la cicatrizzazione lenta si fondesse al cotone, e attendeva, aspettava di essere sola, studiava quello spazio, cercava di capire dove avrebbe potuto sentirsi più riparata quando fuori si sarebbe fatto buio e lì dentro si sarebbe ritrovata in vetrina. Cercò di poggiare un piede a terra, perché le si stavano addormentando le gambe e perché voleva controllare gli spicci che aveva nella borsa, ma la gonna le scoprì la caviglia graffiata e una parte di stinco con del sangue coagulato e la riportò al petto velocemente. Staccò la bocca dalle ginocchia, drizzò la schiena, appoggiò le mani sulla stoffa, la tenne ben salda contro la pelle e appoggiò entrambi i piedi al pavimento con un guizzo simile alla coda di una sirena. Le cosce le formicolavano, la borsa le rotolò fin quasi a terra e il contenuto si sparse parzialmente davanti e tra i suoi piedi. La prima cosa a caderne fuori fu il suo quadernetto d’appunti, la seconda il suo portamonete. Bene, pensò, esattamente ciò che cercavo. Si piegò, li raccolse, li appoggiò sulle gambe, cercò la sua penna viola nella borsa, poi ne mise i manici attorno all’avambraccio e la spostò di lato, sulla panchina, dove l’avrebbe persa di vista mentre scriveva ma avrebbe sentito se gliela strattonavano. Aprì il tappo della sua penna colorata: aveva scelto il viola perché da tempo qualcuno a cui aveva confidato ch’era il proprio colore preferito, le aveva detto che il suo significato era la transizione, la trasformazione, e lei si sentiva in perenne, inesplicabile e implacabile, transizione. Scrisse:

I’m not satisfied neither,
I’m thirsty as well,
but I won’t decide
what is good or right.

Poi chiuse il suo quadernetto, lo ripose nella borsa alla sua destra e si guardò attorno. C’era una sorta di anfratto nella stanza, l’aveva notato da un po’, che quella stanza era simile ad una grande e grossa L maiuscola rivestita al suo interno di lavatrici e asciugatrici. Lì, vicolo cieco che portava all’angolo più in ombra della stanza, pur con le luci accese, pur con la vetrina sulla strada, avrebbe potuto spogliarsi, medicarsi, cambiarsi. Prese dalla borsa una maglia a maniche lunghe e un vestito lungo, di quelli che s’accartocciavano senza stropicciarsi e prendevano il minimo dello spazio nella borsa; cercò i calzini puliti… Un momento di apprensione temendo non ce ne fossero altri e invece li trovò, lunghi fino alle ginocchia, perfetti. Gli slip: c’erano? C’erano. Bene, aveva tutto. La felpa sarebbe rimasta quella dei giorni precedenti e futuri ma intanto l’avrebbe quantomeno sciacquata. Viaggiava leggera, raccoglieva ciò che le serviva lungo la strada, lasciava quello che non le serviva, barattava avocado con zucchero e zucchero con libri. In borsa aveva “2001: Odissea nello spazio” in edizione economica e tascabile, il libro più stropicciato che avesse mai avuto e che di lì a qualche giorno avrebbe venduto per procurarsi del disinfettante e delle bende. Per ora niente bende, per ora niente disinfettante: solo saliva e il cotone della maglia che avrebbe messo poi in lavatrice con la felpa, la gonna, i calzini, gli slip, le scarpe, la vergogna. Si alzò, fuori era buio, l’ultima signora silenziosa con la messa in piega sfatta e un sacco di vestiti asciutti e puliti stava uscendo, raggiunse l’angolo che aveva adocchiato, si accucciò e iniziò piano a spogliarsi, prima le scarpe, poi i calzini, dunque la maglia, uno sputo sulla stoffa e iniziò a sfregare dai piedi sperando non sarebbe entrato nessuno e se qualcuno fosse arrivato si fosse fermato alle lavatrici nell’ingresso, a guardarsi allo specchio alla vetrina che le luci avevano reso tale, come se il mondo fuori non potesse più guardare all’interno. Ma quel mondo guardava e lei lo sentiva… Lieve, perché le ferite su cui aveva iniziato a strofinare il cotone la chiamavano con maggiore decisione. Si mise a leccare le più profonde, liddove erano aperte, raschiando via il sangue rappreso solo attorno. Si sarebbe curata meglio il giorno successivo, ora voleva solo levarsi di dosso quell’odore di lui, il ricordo di lui, così come aveva buttato i suoi amuleti nel torrente avrebbe buttato quei vestiti nel vortice. E così fece.

Altro inizio – parte seconda – Xania racconta

Le premure di John non finivano col rimarginarsi delle sue ferite. John voleva sapere cosa le fosse successo, John voleva sapere chi gliel’avesse fatto, John voleva curarle l’anima e rivedere i suoi occhi riempirsi di vita e vuotarsi di quel rancore represso e inesplicabile, John voleva capire chi, come, dove, quando, perché.

Xania non riusciva a parlargliene se non fissando il terreno e giocherellando con la terra, ma ogni volta che provava a rispondere alle sue domande sentiva solo la voglia di andarsene, lasciarlo lì coi suoi punti interrogativi, fuggire dalle sue attenzioni e dal suo interesse. Ma il calore del suo corpo, la profondità del suo sguardo, la cura che s’era preso di lei e l’affetto che le dimostrava la tenevano lì come il miele tra le loro labbra e il fruscio delle foglie mentre il sole li scaldava e accarezzava. Rispondeva un po’ alla volta, un po’ sì e un po’ no, non riusciva, non sarebbe mai riuscita a raccontargli tutto ciò ch’era successo nelle ultime settimane in un sol fiato, aveva lei stessa dei grandi vuoti nel cercare di rammentare il tutto in ordine cronologico, dei buchi insondabili, neri come la notte senza Luna e senza stelle… Eppure il modo in cui lui indagava era tale da accompagnarla in quel viaggio a ritroso, a capire da dove venissero le ferite, a ricordare il foro della flebo, lo strappo dell’ago, la fuga, la terra umida sulla pelle gelida, il sangue coagulato, l’uscita di sicurezza. E piano, piano arrivò al racconto.

Era stata ricoverata per una complicazione durante una cura sperimentale per il suo cancro: la complicazione era una gravidanza, la conseguenza era un aborto forzato. “Non può permettersi di avere un figlio nelle sue condizioni, non avrebbe nemmeno dovuto essere in grado di concepirlo, le avevamo praticato un’iniezione che le avrebbe dovuto bloccare il ciclo, non avrebbe dovuto avere alcuna ovulazione e nessuna mestruazione, non ci spieghiamo come possa essere accaduto.”
A Xania non importava come potesse essere successo, era così: aveva una nuova vita dentro e un corpo malato di una patologia da catalogo che stavano cercando di curare con farmaci sperimentali, con la speranza che quei farmaci avrebbero debellato il cancro da lì a qualche decennio. Il suo era un tumore al sangue, nulla di asportabile. Il suo era un tumore, dicevano. E ora il suo corpo diceva di no, diceva di essere sano a sufficienza da concepire, accogliere e dare vita. Non avrebbe permesso loro di metterlo in discussione, aveva intenzione di stare a vedere cosa sarebbe accaduto dopo quanto era successo, per il semplice fatto ch’era successo e sarebbe dovuto accadere. Non era fatalista, lei, non credeva nei miracoli e nemmeno nel regno dei cieli, ma sentiva la vita nascerle e rinascerle dentro e non avrebbe permesso loro di togliergliela.
Quando cercò di opporsi all’aborto forzato la fecero circondare da uno psichiatra, psicologi, oncologi, ematologi e volontari tra i quali anche uno dei clown del reparto oncologico pediatrico, come se pensassero che avrebbe pianto e strillato come una bambina terrorizzata. Lei rimase calma e disse semplicemente di no, ribadì continuamente il suo no, non smise di dire no, azzardò uno stop: stop ai farmaci, stop a voi, alle vostre diagnosi e alle vostre prognosi, stop agli esperimenti, stop a tutti voi, ai vostri sguardi decisi, alle vostre parole incomprensibili, alla vostra commiserazione, alla vostra determinazione, stop.
Le dissero che non era possibile, le dissero che aveva firmato per le cure sperimentali, le dissero ch’era parte di un progetto di sperimentazione, ch’era un esperimento a cui non si poteva rinunciare a quel punto, che non avrebbe potuto decidere alcunché, che il suo corpo era loro, della sperimentazione e della ricerca, e non aveva alcun diritto di dire no arrivata oltre il punto in cui aveva avuto la possibilità di farlo, non aveva voce in capitolo, era la paziente n. 389 e non aveva altro diritto che continuare a venir curata da loro nel modo prestabilito e in corso d’opera, non aveva altro che il suo essere cavia e sull’aborto non poteva, non avrebbe potuto, mai, dire no; se si fosse opposta l’avrebbero sedata come una cavalla da corsa impazzita prima di entrare nell’ippodromo e sarebbe finita comunque al macello.
“NO”, ribadì Xania. E un ago le si piantò nella spalla. Non seppe chi di loro gliel’aveva piantato.
“Non avremmo dovuto dirglielo”, sentì. Non riconobbe chi lo disse.
“L’hai voluto tu, pensavi avrebbe capito che non era possibile portarla avanti”, colse da non sapeva chi.
“Te l’avevo detto. Merda, merda, merda. Ora ci tocca tenerla sedata e portarla dritta dall’anestesista e risolvere al più presto questa cosa”, e avrebbe voluto alzarsi dal letto e prenderli tutti a pugni ma non sentiva le braccia, né le gambe, solo la pancia che le pulsava, il battito del cuore che rallentava, il respiro che le scivolava dentro il torace, le palpebre che le pesavano, la lingua che le si gonfiava, la saliva che se ne andava, le voci che si allontanavano, il clown che rideva, o forse no. Avrebbe dovuto spaccargli quel suo naso rosso di tempera ma lo vedeva sparire, ridere, offuscarsi, ridere, dissolversi, avvicinarsi, morderla, voleva sbranarlo, ma svaniva, scompariva nel nero, le mordeva la spalla, le doleva la spalla, aveva un buco nella spalla, clown maledetto, era stato lui a forargliela, coi denti? Bastardo, schifoso, bestia immonda. Poi il buio, il nero, il nulla, fino a uno spiraglio.
Lo spiraglio di luce le arrivò lento ma implacabile, assieme all’odore inequivocabile di farmaci e sterilizzanti. Le palpebre pesanti si levarono quel tanto utile a farle intravedere una luce accecante. Le richiuse, attese, le riaprì quel tanto utile a farle intravedere dei tubi, dei cavi, delle forme filiformi alla sinistra del suo campo visivo. Le richiuse, riflettè, le riaprì quel tanto che le servisse a focalizzarsi su braccia e gambe, le proprie, ancora lì. Fece un tentativo e capì che ne era tornata in possesso. Si forzò di aprire gli occhi quanto più potesse e vide dove si trovava: l’anticamera della sala operatoria. Vide cosa aveva al braccio: l’anestesia e l’anestesista. Si focalizzò sul suo ventre: la vita. E poi l’adrenalina. E poi lo strappo, e gomitate, i pugni, la porta di sicurezza, la fuga, la terra, la notte, i fari, il fiume, la sua roccia, la corrente, John, il sole, il miele, l’amore semmai fosse quello che le raccontavano i suoi occhi azzurri ora di ghiaccio.

“Raccogli le forze”, le disse: “andiamo a vendicarti”, aggiunse.
“No, John, andiamocene e basta”, lo pregò.
“Raccogli i pensieri”, le ribadì: “nessuno deve essere cavia”, aggiunse.
“Ma tornerò a esserlo io se mi ritrovano, se mi riprendono, se torno lì”, a sguardo basso.
John le passò l’indice sotto il mento e le alzò piano il viso: “guardami, amore” e lei esitò.
“Guardami” e lo guardò.
“Quello che ti hanno fatto è inaccettabile e non permetterò loro di fare di te una fuggitiva per il resto della tua, della nostra vita”, le disse con una dolcezza che ardeva.
“E cosa vorresti fare?”, gli chiese.
“Lo decideremo strada facendo, nei dettagli, ma un’idea già ce l’ho. Te la spiegherò non appena avrai compreso quanto ti ho attesa. Ora raccogliamo le cose, la tenda, il cibo, e andiamo a cercarti altri vestiti, ho degli amici oltre il bosco, nella valle, che te ne possono dare, e ci aiuteranno a cancellarti da quel programma di sperimentazione, vedrai. Ci daranno una mano anche a far nascere il tuo miracolo, quando arriverà il momento, di questo sono certo. Sei la mia donna ora, stella luminosa, non hai più nulla da temere,  ti proteggerò anche dal tuo stesso sangue.”

Come avrebbe voluto poter credergli. Com’era inebriante fingere di credergli. Quant’erano meravigliosi i suoi occhi.