Altro inizio – parte terza – All’ombra dei pini

Matt aveva chiuso gli occhi da un po’ quando sentì uno scatto, un colpo e un rumore metallico: li aprì voltandosi su un fianco, in allarme. Era il rumore del walkman che John aveva posizionato dentro la ciotola di metallo che usava per isolare quel minimo i rumori quando premeva rec sulla sua voce. Era caduto, dentro quella ciotola, come fosse stato colpito, perché anche la ciotola era spostata, lontana dalla sua testa e contro la sua spalla. Si levò a sedere e vide John correre verso la cucina. La cosa non gli piacque affatto. Cos’era accaduto? Xania, pensò, e si alzò.

John non l’aveva vista cadere, l’aveva sentita, poi vista a terra e si era alzato a tal velocità che avrebbe voluto poter riavvolgere il tempo di quella manciata di secondi che gli sarebbe stata sufficiente ad essere stato al suo fianco per afferrarla prima che cadesse. L’aveva raggiunta ad ampie falcate, era tornato a inginocchiarsi accanto al suo corpo steso ma con tale impeto da sbucciarsi le ginocchia. La sua stella, la sua stella luminosa, era rovinata al suolo e implodeva. Le sue gambe non erano stese, ma raggomitolate, le ginocchia l’una contro l’altra, a toccarsi poggiate l’una sull’altra; le sue braccia non erano rilassate, ma tese, ora piegate, strette contro il busto, sul petto, tremule; gli occhi erano spalancati, terrorizzati, una lacrima le scendeva da quello destro, appena visibile sul biancore della pelle; la bocca, le labbra erano tirate, le guance infossate, i muscoli, i nervi del collo, tesissimi. John la chiamò e le infilò la mano e il braccio sinistri dietro la nuca, mentre le posava la mano destra aperta sul ventre. Xania tremava convulsa. Le avvicinò la bocca all’orecchio e le disse di esserci, di essere lì, di respirare con lui, poi le fissò gli occhi negli occhi poggiando la fronte contro la sua e continuando: “sono qui, stellina, respira con me ora, respira con me.”

Le scese un’altra lacrima, dall’occhio sinistro ora. La sentì esplodere all’angolo come una piccola bolla d’aria, la sentì scivolarle lungo lo zigomo, arrivarle al naso, mentre quella che per prima era riuscita suo malgrado a far uscire le entrava nell’orecchio. Non riusciva ancora a chiudere le palpebre, non riusciva ancora a mettere a fuoco nulla, ma sentiva il braccio di John reggerla, sentiva il suo respiro, il suo odore, il suo calore, vedeva i suoi colori e sentiva le sue parole. Respirare. Sì, respirare. Avrebbe voluto poterlo baciare ma non riusciva a rilassare le labbra: si sentiva implodere. Sono in cortocircuito, pensò, è un sovraccarico… Eploderò? Cosa le avevano fatto, dio cosa le avevano fatto in quell’inferno? John, oh John, sei qui, ora, adesso, sei qui ti sento, pensò. E ritrovò il suo respiro, lo sentì sui denti. Ritrovò i suoi occhi, azzurro cielo di primavera, azzurro acqua di torrente dove è profonda, azzurro ghiaccio nel bicchiere, aria, i suoi occhi erano la sua aria. Inspira, espira. Sei qui, sono qui, siamo qui, cosa mi succede? Cos’è successo? Cosa mi sta succedendo? Ma non riusciva a parlargli, non poteva parlare. Sentiva però di nuovo le braccia, forse anche le gambe. Provò a muovere una mano, le dita: se le ritrovò contro il petto e si rese conto che non s’era accorta d’avercele portate. Lasciò che scivolassero e incontrò la mano di John sul ventre, la avvolse e la cinse, riuscì a dire il suo nome e continuò a respirare con lui, ci si impegnò: sentiva la pancia alzarsi e abbassarsi, le gambe rilassarsi.

“Così, piccola, così, sono qui, respira, tranquilla” e lei pian, piano si rilassava. Le baciò l’incavo tra il naso e il labbro superiore non appena la sentì più morbida e vide le sue palpebre sbattere. Ti amo, le disse. Lei gli si raggomitolò contro e pianse, a singhiozzi sempre più acuti, pianse come una bimba impaurita, pianse come una stella ferita, la sua luce gli si nascondeva nel petto, bruciava come può bruciare il ghiaccio. La lasciò piangere, tenendole la mano sul ventre con le dita ora intrecciate alle sue. Sapeva che non appena le fosse passata la crisi avrebbe avuto delle domande a cui rispondere e sapeva di avere le risposte, ciò che non poteva prevedere era che Xania non gliele avrebbe poste, che Xania non avrebbe voluto sapere, che Xania non avrebbe voluto parlarne, per molto tempo, di quel malore. L’avrebbe fatto Matt.

Matt aveva raggiunto John e Xania lentamente, a grandi falcate ma con la calma di chi si è appena rialzato dalla terra che l’aveva accolto, pensieroso, preoccupato, ma calmo come un albero senza vento. La scena che gli si presentò lo commosse, lo commosse non tanto per le condizioni in cui si trovava Xania, ma per l’amore che percepì tra loro: il suo miglior amico aveva davvero trovato la sua metà, ma la sua metà stava boccheggiando contro la sua bocca, a terra, come un pesce fuor d’acqua in quel momento. Si sedette su un ceppo lì vicino e attese che quell’uragano tutto loro finisse. Fu solo quando lo sguardo di John si sollevò, lo cercò e incrociò il suo che proferì parola: “cosa le è successo?” chiese.

“Adrenalina” gli rispose John: “dopo lo shock ora ha il down, le è scesa in picchiata, giù a picco, e lei di conseguenza… Mi aspettavo sarebbe successo, ma speravo sarebbe accaduto gradualmente, e invece, boom, bam, giù.”

Xania sentì e non sentì quelle parole, gli stava rannicchiata addosso come un cucciolo, e respirava il suo odore a occhi chiusi, si sentiva avvolta e coperta, nascosta e protetta, e con le palpebre finalmente chiuse vedeva solo il rosso di ciò che rimaneva di tutta quell’insopportabile luce, sentiva solo i suoi tre cuori battere: quello nel suo petto, quello nel suo ventre, quello contro il suo orecchio. Ci si addormentò, altro non avrebbe voluto in quel momento.

Altro inizio – parte terza – Xania sviene, o quasi

L’accampamento era confortevole, l’organizzazione ineccepibile, la sua scodella di mezza noce di cocco estremamente funzionale, i ragazzi amichevoli, John e Matthew impareggiabili, insostituibili, la loro complicità l’aveva accolta, la avvolgeva, la teneva al caldo, tra loro, con loro, a ridere, a sorridere, ad ascoltare in silenzio il vento, a guardare in silenzio il cielo, azzurro o nero, soleggiato o stellato, non la lasciavano mai sola, le controllavano le ferite come fosse stata un cucciolo, le portavano acqua e musica, carezze, calore. Tanta premura la intimidiva, la rimpiccioliva, la calmava, la cullava come acqua di lago, verde speranza, dolce, tiepida, eppure la rabbia che l’aveva catapultata fuori da quell’inferno di clinica era ancora sepolta nel suo ventre, pulsava assieme ai suoi due cuori, il suo e quello del suo cucciolo d’uomo, quello che le cresceva dentro, piano ma inesorabile, col suo bagaglio di truci ricordi, una creatura di dolore che avrebbe amato ugualmente, una creatura innocente. Il suo girovita ancora non la lasciava trasparire, ma i suoi occhi acquosi, la sua fame atavica, il suo sonno imprevedibile, loro, sì.

John le era seduto accanto quando lei si alzò e andò verso la cucina per dare una mano a lavare le stoviglie e bere un po’ d’acqua. Matthew era sdraiato sull’erba al sole e canticchiava una melodia lieve mentre con i pugni afferrava ciuffi d’erba per poi aprire le dita e accarezzarli, e quindi richiuderli e stringerli. Stava cercando una canzone, diceva, e fissava il cielo cercando di afferrarla come si afferra la luce dietro le palpebre. John gli strinse una caviglia: “Matt, Xania sta andando in cucina…” ma Matt non rispose altro che un sospiro e continuò la sua melodia, continuò a cercare di afferrarla, tenerla, fissarla e chiuse gli occhi intonandola più forte per poi tacere e sospirare ancora. John lasciò stare, mollò la presa e si chiese perché, perché tanta apprensione, perché si sentisse così preoccupato per una decina di passi tra lui e la sua amata. Perché era molto pallida, si disse, ancora debole, si rispose, magra, anzi scheletrica, e la sua pelle febbricitante, le ferite in via di guarigione ma lenta, faticosa, febbrile. La osservò camminare e le parve di vederla ondeggiare, anzi fluttuare, leggera come una libellula, luminosa come una stella nel cielo azzurro. Decise di rimanere seduto, lasciarla andare, osservarla in silenzio un altro po’, poi recuperare il suo walkman e registrare il delirio melodico, sempre più armonico, del suo miglior amico. Avrebbero voluto, poi, discutere seriamente sul da farsi: smontare l’accampamento e tornare tutti a Marine County o salutare gli altri e muoversi solo loro tre, quando, come, quanto veloce.

Xania si avvicinò ai lavandini fatti con un paio di bidoni, l’ombra dei pini e il loro odore la avvolsero, l’acqua putrida delle stoviglie sporche però catturò la sua attenzione e vi fissò lo sguardo. Le mani si tesero e vi si immersero stringendo le due metà della loro noce di cocco, la sua e di John. Le sciacquò con le dita e poi le risciacquò con gesto rapido e rotondo nell’acqua pulita dell’altro secchio, quindi le mise ad asciugare sull’asse di legno lì accanto. Immerse nuovamente entrambe le mani nell’acqua putrida, fino a toccare il fondo del secchio, a cercare stoviglie rimaste lì ce ne fossero state. Trovò una forchetta, un paio di cucchiai e un coltello, forse due, ma non ebbe il tempo di capirlo che ritirò la mano velocemente per un riflesso condizionato dal dolore: si era tagliata. Niente di grave ma aveva già il dito in bocca e il sapore del sangue sulla lingua, mescolato a quel sapore d’acqua stagnante, orrido oltre il suo puzzo. Non proferì suono. Pensò che la sua soglia di dolore era elevata a sufficienza da non provocarle alcun suono dalla gola in caso di ulteriori ferite, ma si fermò qualche istante a riflettere sul fatto che si stava ciucciando il sangue ancora una volta, come sotto la sua roccia, lo stesso sapore sul fondo ma senza l’ossigeno dell’acqua corrente, senza quel guizzo vitale, eccezionale, ora invece venoso, nero probabilmente, lento, denso, schifoso. Le si appannò la vista, si sentì gli occhi secchi e le palpebre bloccate, la lingua cisposa, la gola serrata, lo sterno come infossato nello stomaco, lo stomaco di pietra, ma pulsante, le gambe di gomma, la testa pesante. Ruotò il collo e cercò lo sguardo di John come un naufrago può cercare una corda, un appiglio, qualcosa a cui aggrapparsi nell’istante in cui le forze vengono meno e nuotare è oltre ogni capacità. Non lo trovò: lo vide seduto accanto all’amico con una scodella di metallo che brillava al sole; ebbe il tempo di notare un qualcosa di plastica azzurra al suo interno, oltre il riverbero della luce, il dreadlock che gli scendeva lungo la guancia e quasi cadeva dentro la scodella, e di rendersi conto che pur nei dettagli vedeva tutto sfocato, quindi cadde a terra, ma non si sentì cadere, si sentì affondare, tremare, vibrare, scivolare… Cercò di chiudere le palpebre ma le sentiva ancorate alle ciglia; cercò di usare le braccia per aggrapparsi ai secchi ma non le sentì rispondere, non le sentiva affatto, come non sentiva più le gambe, neanche molli, semplicemente assenti. Sentiva solo lo sterno affondarle nello stomaco e il ventre pulsare, la testa pesare, cadere, lo sguardo svanire dove esiste solo il riverbero del calore sul ricordo dell’asfalto. A terra, cieca di luce, sorda di vento, cercò ancora di chiudere le palpebre, ma tutto ciò che riuscì a fare in quello sforzo fu di far uscire una lacrima.

Nuovo inizio – parte terza – Zaira sogna

Alla stazione degli autobus le seggiole erano fornite di piccoli televisori attivabili con un quarto di dollaro, ma Zaira non riusciva nemmeno a stare seduta. La sala d’attesa era gremita di gente e bagagli e cibo e odori, pochi rumori, si sentiva mancare l’aria, gli odori non erano poi così fastidiosi ma formavano un tutt’uno di qualcosa non molto simile all’ossigeno. Guardò distrattamente davanti a sé, oltre lo schermo quadrato del televisorino spento che le pendeva a neanche mezzo metro dal visto, e incrociò uno sguardo assonnato, un ragazzo che dormiva su due sedili, sopra il proprio borsone, biondo occhi azzurro sonno, appena socchiusi a incrociare i suoi, poi richiusi. Per un istante pensò sarebbe stato bello dormire come lui, sognare come lui, magari con lui, quindi si alzò di scatto e uscì dalla stazione, nel cortile antistante, dove una Luna piena illuminava la parete. Vi si appoggiò e respirò: inspira, espira, sospira. Poi di nuovo: inspira, espira, sospira, rasente la parete, ruota la schiena, la spalla ancora attaccata, come a sostenerla, a tenerla, come parte del muro, senza spigolo d’ossa, senza attrito, intonaco, appoggio. Non si accorse dei passi dietro di lei, ora al suo fianco, e una voce che le chiedeva come andasse. Si voltò: era un omone afroamericano alto e grosso, quasi due volte lei, in divisa, forse da poliziotto, forse da sorveglianza privata, forse una guardia del cane della Greyhound, un ufficiale qualcosa. Lo osservò attonita, i raggi della Luna ancora agli angoli degli occhi, lo guardò fissarla con un sorriso complice, a dire sì è bellissima stanotte, e rispose ok. Al che lui si voltò verso di lei, e con fare premuroso le ricordò ch’era una ragazza sola nella notte di una stazione degli autobus. Zaira abbassò lo sguardo, non aveva alcun bisogno di sentirsi vulnerabile più di quanto già non lo fosse, e il suo autobus non sarebbe partito prima dell’alba. Inspirò, espirò, sospirò: “quindi?”, chiese. Quindi sarebbe stato un po’ lì con lei a guardare la Luna, le rispose, ma poi avrebbe fatto meglio a rientrare. E così fu. Riportarono gli sguardi al cielo e non dissero altro, fino al momento in cui lei sentì la spalla tornare a essere uno spigolo d’osso contro il muro e decise di rientrare, ringraziandolo della compagnia.

Una volta tornata nella sala d’attesa, prese posto lontano dalle seggiole fornite di televisore, appoggiò la schiena e tenne stretta la sua borsa di rete in grembo, guardando il soffitto. Respira, e prova a chiudere gli occhi un po’, si disse, rivedi la Luna. Abbassò le palpebre come a riposarli, a reidratarli, con la ferma intenzione di riaprirli di lì a pochi istanti e tenerli bene aperti. Sentì una presenza accanto a sé e li aprì di scatto: due occhioni neri la stavano fissando, la bocca un po’ aperta, ora chiusa, la faccina imbarazzata, una bambina ispanica dai capelli nero pece e la pelle violacea liscia come solo quella di una bimba sui quattro, cinque, forse sei anni. Zaira le sorrise e il voltò della bimba si rilassò. Rimasero lì a guardarsi per un po’, nessuna delle due disse nulla finché Zaira non provò a chiederle come si chiamasse. Niente, la bimba abbassò lo sguardo. Sembrava non capire. Glielo chiese in spagnolo. “Maika”, disse. Bene, avevano fatto progressi. Ma la madre? Il padre? Qualcuno? Zaira si guardò intorno e le parve di riconoscere la madre qualche seggiola più in là, addormentata, e pensò: ok, Maika, tranquilla, ci sono io, fino al mio autobus. Stettero lì sedute a frugare nella sua borsa di rete senza parlare. Trovarono una macchina fotografica e si divertirono: il primo ritratto della bimba uscì con lo stesso sguardo imbarazzato che aveva avuto quando le si era seduta accanto, con la bocca un po’ aperta nello stupore dei loro occhi che si incrociavano dopo che Zaira aveva tentato di chiuderli, il secondo uscì con un gran sorriso. Poi si alzarono e andarono a fotografare una delle mini-tv spente, quindi il ragazzo che dormiva sul borsone, che ancora una volta levò le palpebre e la guardò per poi richiuderle… Un ragazzo, biondo occhi azzurri, evidentemente abituato allo stato di dormiveglia, in guardia, ma non allarmato dalla sua presenza. A Maika piaceva il suo ruolo di assistente fotografa. Zaira pensò di uscire a fotografare anche la Luna, con lei, ma poi decise che non sarebbe stato inopportuno se la madre della bimba si fosse svegliata proprio in quell’istante e non l’avesse vista, anzi decise che per sicurezza la cosa migliore ora era tornare a sedersi, il tempo era stato comunque ammazzato, la bimba sorrideva, l’alba si avvicinava.

Sentì annunciare il suo autobus per la baia. Cercò di spiegare a Maika che doveva tornare a sedersi vicino alla madre, di non preoccuparsi, che si sarebbe sicuramente svegliata a momenti: lo fece a gesti. La bimba capì al volo e quando si accomodò affianco alla madre le fece ciao con la mano e le riservò l’ultimo sorriso di quella notte. Zaira si alzò, tornò al cortile antistante, scattò una foto alla Luna e cercò la guardia. Quando la trovò, pochi passi più oltre oltre l’angolo, lo informò che c’era una bimba sveglia la cui madre dormiva e che lei stava per partire e che avrebbe preferito sapere che un occhio alla bimba qualcuno lo stava comunque dando. Lui le sorrise, le chiese dove fosse diretta, la tranquillizzò su Maika, era il suo lavoro precisò, e le augurò buon viaggio.

Una volta sull’autobus, Zaira strinse ancora a sé la sua borsa di rete e chiuse gli occhi per più di un istante, per più di qualche istante: si addormentò. Sognò d’essere su un’auto decapottabile che correva veloce su una riviera, una strada lungo la linea di un mare, lungo la spiaggia, un viale di palme alla sua sinistra. L’auto scorreva sull’asfalto più che correre, la sensazione era di estrema leggerezza, finché non sbandò verso destra, salendo sul marciapiede, sfiorando il muretto di una casa, una ringhiera, qualcosa, col muso. Nel sogno Zaira scendeva, un po’ frastornata ma intera, e attraversava la strada, raggiungeva la spiaggia, entrava in un locale a forma di cupola, bianco, illuminato dal sole in ogni sua parte, apparentemente vuoto, silenzioso, circondato di vetrate. Una volta dentro, quello che vide fu qualcosa di indimenticabile di lì ad anni, sogno o realtà che fosse: il posto era pieno di bambini, tutti più o meno dell’età di Maika, tutti rivolti nella stessa direzione, lo sguardo fisso davanti a sé, non del tutto verso l’alto ma con le testoline vagamente inclinate in su, a lei davano un po’ la schiena, un po’ il fianco, oltre le vetrate il mare, forse l’oceano, gli occhi bianchi, lucenti, illuminati di luce propria. Camminò tra loro dopo un lungo sconcerto, non si muovevano, non parlavano, respiravano? Aveva completamente dimenticato di aver appena avuto un incidente, nel sogno, e sempre nel sogno, non uscì mai da quel luogo, rimase lì, forse per anni, anche quelli a venire.

Your heart is the drum, your breath is the bass; when your heart and your breath are in check you can’t panic.

Poetry is

notes of a bass.

Prose is

music of a piano,

a guitar solo,

voice, chant,

drum with no bass drum.

My father is Jupiter,

Andrea is Saturn,

me, I’m nobody. 

Altro inizio – parte seconda – La vernice rossa

Arrivarono all’accampamento principale. Gli amici di John erano seduti sul tronco di un albero e uno di loro stava suonando la chitarra, alcuni erano seduti a terra, gambe incrociate, e facevano da controcanto al tipo che suonava e cantava. John li abbracciò a uno a uno e glieli presentò tutti: Matthew, Dustin, Dave, Steve, Martha, Drew e altri lì in fondo, attorno alle tende, che li avrebbero raggiunti poi a suon di beatbox. Erano persone solari, rilassate, immerse nella natura per quel mentre, evidentemente. Veniva tutti dalla baia: chi da San Francisco, che da Oakland, chi da Berkley, chi dall’altra parte del Golden Bridge dove gli alberi dai fusti rossi respiravano storia e facevano da cornice all’Oceano oltre l’orizzonte.

Xania non era poco imbarazzata, ma John non mancava di riprenderla per mano e sorriderle ogni qual volta le si riavvicinava. Nel mentre lei notò l’organizzazione del loro accampamento: c’era una rudimentale cucina in cui dei secchi fungevano da lavelli, vari cartelli su cosa e dove buttare o tenere le cose, cuori e stelle dipinti su assi a tenere assieme il tutto, stoviglie alla rinfusa ma pulite e in un certo qual modo ordinate, un modo tutto hippie, niente odore di yuppies.

Matthew indossava un cappellino di hemp verde un sorriso smagliante mentre le porse una mezza noce di cocco svuotata e le disse che quella sarebbe stata la sua scodella, il suo piatto, il suo bicchiere se non ne avesse trovato un altro tra le stoviglie, di conservarla. L’avevano mangiato a colazione, le disse, e: “vedi il caso sei arrivata tu… L’altra metà la do a John, è il mio miglior amico sai?”

Ora lo sapeva. Ringraziò Matthew e contemplò John. Le era venuta una gran voglia di baciarlo, lì davanti a tutti come non ci fossero stati altro che loro due, si sentiva gli occhi lucidi e vedeva quelli di lui brillare ancora e ancora nella penombra degli alberi come si i raggi del sole arrivassero sempre e soltanto ai suoi. Matthew stava parlando con lui ora, ma lei non sentiva più le parole, non ascoltava più quello che si dicevano, era immersa nel suo odore e non potè far altro che lasciarsene attrarre: gli cinse un braccio, con entrambe le mani, e glielo avvolse con gli avambracci tendendo il corpo verso il suo fino ad appoggiarvisi. John quasi non ci fece caso, continuando a parlare con Matthew, con un gesto naturale come respirare, alzò l’altro braccio, la schiacciò un altro po’ contro di sé e le baciò la fronte, per poi divincolare il braccio avvinghiato nelle sue e avvolgerla e stringerla e dire al suo miglior amico: “l’ho trovata, Matthew! La mia stella.”

Matthew sorrise di un sorriso dolce e complice, forse commosso. Fece una carezza sulla guancia a Xania e poi tirò qualche pelo della barba a John e gli disse: “e la vernice rossa?”

John rispose: “dimenticata, da tempo”, poi guardò Xania e si sentì in dovere di spiegarla a cosa si riferiva Matthew. Xania lo lasciò fare e sentiva il suo amico ridere sommessamente mentre John le raccontava il suo ultimo colpo di matto, o almeno così lo definì: quando lui e la sua ex si erano lasciati, lui si era intrufolato nel suo appartamento e aveva riempito i muri di scritte volgari, tipo “troia”, con della vernice rossa. Xania fece un’espressione di stupore ma in cuor suono non lo sentiva, pensava solo che quanto potesse essere passionale quell’uomo non la stupiva e non la preoccupava. John guardò Matthew e aggiunse, a mo’ di epilogo al suo racconto: “e tu sei il solito bastardo, amico mio.”

Xania percepì tanto amore, in tutto ciò, se ne sentì gonfiare il cuore: si staccò un attimo dalla presa di John e diede un bacio sulla guancia di Matthew sussurrando per la seconda volta: “piacere di conoscerti, Matthew” per poi tornare a cingere la vita di John e rannicchiarsi un altro po’ contro il suo petto, dove poteva sentire tutto il suo calore e, soprattutto, il battito del suo cuore. Pensò: mi ha trovata, ed è senza dubbio il mio amore.

Nuovo inizio – parte seconda – Mark e Zaira

Gli si era abbandonata tra le braccia non appena l’aveva riconosciuto. Quando l’aveva scossa era scattata in piedi mani in avanti, spaventata ma non del tutto sveglia, e lui s’era alzato a sua volta, cercando di non toccarla ma tendendole le mani verso i fianchi e afferrando il suo sguardo: roba di qualche, teso, secondo. Poi il suo corpo le si era avventato addosso come esausto, la faccia nascosta tra il collo e la scapola, calda di un calore febbricitante, le braccia intrecciate alla nuca, le mani, le dita fredde. L’aveva cinta a sé, quasi a reggerla, l’aveva tenuta stretta per qualche attimo, il tempo di sussurrarle il suo nome e aspettare una reazione. Lei aveva annuito, affondando il mento sul suo petto e stringendo la presa al collo, il viso verso il suo braccio e i capelli odor della terra poco sotto la sua bocca. 

Le baciò la testa e ripetè il suo nome. Lei non disse nulla per un altro po’, poi si voltò, gli baciò il collo e lo guardò, scostandosi un po’ e bisbigliando a sua volta il suo nome. Si erano ritrovati, chissà come, chissà perché. Sciolse le braccia attorno alla schiena di lei, l’afferrò per la vita e la scostò da sé un altro po’, per guardarla non solo negli occhi ma anche in faccia, bene, cercare di capire: “che ci fai qui nel mezzo del nulla sola e, a occhio, esausta?”. Lei non rispose, non alla sua domanda, gli disse solo quant’era felice di vederlo, lo disse più volte, toccandogli il petto, le braccia, accarezzandogli le guance, come ad accertarsi che fosse davvero lì. “Sì, anch’io di vedere te”, le disse. Ma qualcosa lo metteva a disagio, qualcosa lo preoccupava, Zaira aveva una strana cera. “Stai bene?”, le chiese, ma lei non gli rispose se non con un’altra domanda, anzi decine: dove si trovassero, come ci fosse arrivato, perché, dove stesse andando, come andava con la sua ex, se volesse il libro che aveva nella borsa, se gli andava di mangiare qualcosa con lei mentre aspettava che i suoi panni s’asciugassero nell’asciugatrice in cui nel frattempo li stava trasferendo. Sembrava euforica, ma di un’euforia da mancanza di riposo e forse anche di cibo; sembrava stanca, ma di quella stanchezza che non ti consente di riposare. Cercò di rallentarla, la assecondò, le disse ok, andiamo, offro io, pancakes ok? Meglio bagel, decisero. Mise i propri panni sporchi e quelli dei suoi amici nella lavatrice dov’erano stati quelli di Zaira e uscì dalla lavanderia sorridendole. Lei lo aspettò seduta lì sulla panchina mentre lui avvertiva gli amici che stavano facendo rifornimento che li avrebbe aspettati lì, alla lavanderia con lei. Si fermò a prendere la colazione e la raggiunse. Le raccontò del deserto, della mantide che aveva montato, della figata che era stata, e di Laura, che aveva risentito dopo gli esami e dalla quale stava giusto per andare, a Seattle, senza impegno se non quello di rivedersi, ma con un po’ di speranza, quella sì, di poter ritrovarsi, riaversi l’un l’altro, tornare assieme, amarsi… Che s’erano sentiti sempre più spesso dopo la rottura e il silenzio e l’anno ognuno per sé, e un po’ ci sperava, che lei avrebbe capito, che erano l’uno dell’altra, ci sperava ancora e non aveva mai smesso di farlo. “Ma sono contento di rivederti”, le disse. Lei annuì, gli diede un bacio sulla guancia e lo ringraziò per la colazione, poi gli chiese che strada avrebbe fatto per raggiungere Seattle, se fosse passato da Sacramento, se lui e i suoi amici avessero posto per lei in auto. Purtroppo no, ma avrebbe potuto accompagnarla alla stazione degli autobus più vicina, quello sì, stringendosi un po’. “Vuoi il libro?”, gli ribadì lei: “te lo regalerei ma mi servono dei contanti, se puoi, Mark, scusami, ma mi faresti un favore, davvero”, aggiunse.”Anche senza il libro, Zaira… Ti servono per il biglietto?”

Fissò per un attimo la vetrina oltre la quale il sole iniziava a picchiare e una macchina si vedeva sopraggiungere dall’altro lato, dalla stazione di servizio, rallentare, parcheggiare: “be’, sì…”, rispose e aggiunse, con un sorriso teso che forse voleva essere ironico ma gli risultò sarcastico, “ma il libro accettalo per cortesia o mi sentirò una puttana che hai pagato un anno circa dopo.”  

Rise, la baciò sulle labbra senza alcuna malizia, sorrise: “tu sei la mia ragazza del palloncino viola con le stelle rosa”, le disse e “ma va bene, ti compro il libro, sei contenta?”. Lo era, come una bimba, ma non gli aveva confidato che le servivano delle garze e il disinfettante, non gli aveva e non gli avrebbe detto nulla di Sioux e quanto era accaduto e non l’avrebbe fatto. La vide riempire la sua borsa di rete con i panni caldi, asciutti e puliti, infilarsi la felpa, sorridergli e fargli cenno con la testa di andare dai suoi amici. Glieli presentò, sbrigativo, attesero che anche i loro panni fossero asciutti e partirono, verso la stazione degli autobus più vicina, dove la salutarono, loro con un cenno, lui con un abbraccio, uno di quelli senza tempo, in silenzio, fino a guardarla negli occhi, ripetere il suo nome e avere chiara la consapevolezza che non l’avrebbe mai più rivista.

 

 

Nuovo inizio – parte seconda – Mark

La sessione di esami era finita e aveva potuto dedicarsi a quella scultura da portare e installare nel deserto. Aveva ben chiaro il motivo per cui aveva scelto di studiare ingegneria biomeccanica e la sua alta media di voti gli aveva confermato che non si sarebbe pentito della sua scelta, eppure gli rimaneva qualcosa di cui sentiva la mancanza e quel qualcosa era l’arte. Ci sarebbe stato spazio per la creatività in futuro, ma in quegli anni di studio non c’era ancora, era ancora alle basi, all’analisi, alla tecnica. Eppure manipolare la materia era quanto più adorasse fare. Gli mancava toccare, smontare, costruire, creare. Perciò con un gruppo di amici decise di dedicarsi a quel progetto: una mantide religiosa gigantesca di metallo. La stavano ancora disegnando mentre discuteva quale sarebbe dovuto essere il metallo e la questione più ostica da risolvere non era tanto come procurarselo e lavorarlo, quanto come bilanciare la presa a terra della scultura una volta ultimata. Doveva essere leggero ma pesante a sufficienza da non volarsene durante una tempesta di sabbia. Il deserto non era uno scherzo, andava dominato, sedotto, compreso. Un po’ come una donna, si diceva mentre gli amici discutevano. Pensava alla sua ex, che studiava in un’altra università, la sua ex del liceo, quella con cui era cresciuto, quella con cui aveva fatto l’amore per la prima volta, quella con cui s’era lasciato perché lei gli disse che avrebbero dovuto vivere ognuno liberamente gli anni del college. Aveva portato con sé la foto incorniciata e l’aveva messa sul camino di quella casa che aveva trovato poco fuori la cintura del campus. Prima di insediarsi lì aveva fatto qualche notte su un’amaca, nel giardino di amici, a ridosso del campus. Era settembre e il clima era ancora mite e l’amaca, infondo, una figata. Una figata perché ci rimase solo una manciata di notti e in una di quelle notti vide passare in cielo un palloncino viola con delle stelle rosa mentre si stava addormentando e quel palloncino camminava su e giù attaccato a un filo con un movimento che lo cullava e affascinava tanto da farlo destare, incuriosito da chi lo muovesse. Era una ragazza bruna, con gli occhi neri che si agganciarono al verde dei suoi in un istante, minuta, carina, sorpresa. La invitò a sedersi sull’amaca con lui e a raccontarle da dove arrivasse quel palloncino. Sapeva di esercitare un certo fascino, su tutte, su chiunque, tranne purtroppo sulla sua ex, non più. La passante gli diede subito retta e la cosa non lo sorprese, ciò che lo sorprese fu invece l’attrazione che sentiva per lei quando gli fu accanto. Era calda e il suo calore si sentiva pur senza toccarla. Sorrideva e il suo sorriso gli metteva voglia di baciarla. Parlarono un po’, viveva lì difronte da poco gli disse, stava rientrando a casa da una festa, non aveva parlato molto, la musica era troppo alta e la birra scorreva a fiumi da una tanica incastrata in un frigorifero, le aveva fatto piacere incontrarlo, ordinare una pizza e mangiarla con lui lì sull’amaca, accettare i suoi baci, farci l’amore, lì, nel cuore della notte, sull’amaca. L’aveva rivista qualche mese dopo, nella nuova casa, lei l’aveva raggiunto in autobus dopo uno scambio di email in cui lei gli chiedeva dove fosse approdato e lo chiamava marinaio. Lei era Zaira. L’aveva accolta con piacere, provava affetto per lei, e ancora stupore per la stessa attrazione fisica della prima volta. Era entrata e aveva attraversato la sala mentre lui le indicava il portico sul retro dove c’era un dondolo in cui avrebbe voluto sedersi con lei e, nel mentre, aveva notato il suo sguardo cadere sul ritratto della sua ex sopra il camino. Così le aveva raccontato tutto, di come l’amasse ancora e tanto, di come non riuscisse ad accettare che non fosse più sua, di come l’aveva lasciato, del perché insulso, di come avrebbe cercato di riconquistarla. Era rimasto colpito da come Zaira non s’era risentita, né scomposta, e l’aveva invece addirittura consigliato di rivederla non appena lei gliene avrebbe dato la possibilità. Gli piaceva Zaira, ma non l’amava. E forse nemmeno lei, ma il loro secondo incontro non fu meno magico dell’amaca. Salirono in mansarda, lontani dai suoi coinquilini, e fecero ancora una volta l’amore, sulle assi di legno, nudi, caldi, ansimanti ma silenziosi. Poi si salutarono, come amici, senza mai definirsi altro o tali. Forse tra loro non c’era stato altro che quel che si definisce del tenero, e poi s’erano persi, ognuno appresso ai propri corsi, lavori, impegni e quant’altro. Lei gli aveva lasciato un cappellino fatto all’uncinetto, un ricordo, un addio mai pronunciato… Non voleva altro coinvolgimento emotivo, ne dedusse dopo quel pomeriggio sul dondolo, e non la cercò più e lei non cercò più lui. Erano passati molti mesi dacché non la sentiva e non l’aveva mai più incontrata nemmeno per caso.

La mantide proseguiva il suo corso, si issava, si definiva, i pezzi erano calcolati al millimetro per poter essere trasportati e montati sul posto, il gruppo di amici con cui stava lavorando al progetto era entusiasta, anche della presa a terra che si sarebbe comunque dovuta confrontare con la prova del nove nel deserto non appena fossero arrivati. Il viaggio sarebbe stato magnifico anche senza una meta, senza un perché, ma con la mantide religiosa da issare nel deserto era tutta un’altra storia.

Non passò molto che il viaggio lo portò, prima della meta, in una lavanderia dove, incredulo, la reincontrò. Sporca di terra, svenuta, o forse addormentata, in un sonno convulso, sciupata, ma sempre lei: la sua ragazza del palloncino viola con le stelle rosa, Zaira.