La sua rubrica era così kitsch che ogni volta che la recuperava nella borsa di rete si chiedeva come l’era venuto in mente di prendere proprio quella: era ricoperta di peluche leopardato, morbida e zozza, piena di numeri e indirizzi raccolti lungo la strada, nei suoi tanti viaggi, sui tanti divani in cui si era addormentata e sui quali era svenuta di stanchezza. Appena scesa dal bus, appena ritrovatasi sveglia nella città più europea della baia, aveva infilato la testa sotto il rubinetto del lavandino dei bagni pubblici, s’era data una bella rinfrescata, cambiata, e aveva raggiunto un telefono a monete. Dal portamonete un quarto di dollaro saltava sempre fuori. Aveva appoggiato la sua rubrica lì sopra, sopra il telefono, e cercato il numero di John, il suo amico pittore, per chiamarlo e chiedergli di ospitarla. Non rispondeva. Niente. Riprovava: nulla. Fece per sfogliare nuovamente la rubrica e non la vide più. Guardò subito a terra, sarà caduta, si disse: no. Mise entrambe le mani nella borsa, con la cornetta ancora appoggiata tra l’orecchio e la spalla, entrambe le braccia, quasi la faccia: niente. Ripose la cornetta e fece due passi indietro per guardare meglio attorno al telefono: nulla. In strada: niente. Un altro passo indietro, due, e iniziò a guardarsi attorno: due traverse più in là vide un movimento tra la gente sul marciapiede e cercò di metterlo a fuoco, con gli occhi di un falco stanco ma determinato a ritrovare il suo uovo, pur a becco vuoto. Notò una chioma scura fluttuare nell’aria creata da una corsa, una chioma lunga e frastagliata, dei dreadlocks lunghi fino al fondo della schiena, castano scuro ondeggiare nell’aria dietro ogni passo veloce, ogni arcata colpevole. Non poteva essere, si disse: perché diavolo? Può davvero avermi rubato la rubrica, quello? Come ci penso? Ma si mise a correre: attraversò due vie con un cenno del capo alle auto, niente di più, giusto un’esitazione nello scendere dal marciapiede, e via, a rincorrere quello che sentiva avere la sua vita tra le mani, la fatica di un anno in giro in autobus, autostop e treni, tutte le conoscenze fatte, tutti i contatti stabiliti, tutti i divani e i letti, tutte le esperienze messe in saccoccia, tutti i ricordi, tutto ciò che era stata e voleva continuare a essere. Corse come un’aquila alla vista di un serpente, corse che non sentiva le gambe, tanto le diventava chiaro perché quel tipo stesse correndo da prima che lei mettesse giù il telefono e scattasse: come aveva fatto a non vedere la sua mano afferrare quanto era suo? Ladro. Lo agguantò: “hey tu!”

Era affannato, sudato, un non so che di spaventato quando si sentì afferrare la maglia alle spalle. Si bloccò come stesse per cadere all’indietro e si voltò. Pantaloni larghi con tasconi, verdone militare, verde oliva, quel che era, maglia nerogrigia, barba incolta, occhiali neri tondi sul naso. Si ricompose in un attimo: “what?” disse.

“La mia rubrica!!!”, e Zaira era rossa in volto, ansimante, incredula al punto da aver voglia di mettergli le mani in tutte le tasche, in particolare quando lo vide non scomporsi di una virgola, negare con la sola postura qualsiasi accusa, infilare le sue di mani nelle proprie tasche, raddrizzare le spalle, gonfiare il petto e guardarla come se avesse detto una gran stronzata, tipo che Marte è un pianeta pieno di oceani azzurri.

“La mia rubrica, dammela!”, ribadì Zaira. Ma la scena si ripeteva e il tipo non spiaccicava parola. Il dubbio di aver preso un granchio si insinuò in lei, ma lo tenne e bada e gli spiegò che le era sparita mentre telefonava e appena voltatasi per cercarla l’aveva visto scappare.

Negò: negò di averla, negò di averla rubata, negò di correre per fuggire. E lo fece bene.

Non fu il dubbio a vincere in Zaira, non accettò e non si limitò a vederlo innocente, fu altro, fu un click nella pancia e quel momento in cui la testa la sta a sentire, e comprese che le cose vanno come devono andare se le si lascia fare, comprese cosa significasse essere fatalisti fin nel midollo, comprese ch’era un momento che doveva accettare, una tabula rasa che doveva guardare, lì, davanti a lei, da lì in poi. Rilassò ogni muscolo e fissò il suo sguardo in quel del tipo, bisbigliando un ok senza sorry. Colse il senso: ce l’aveva, ma doveva lasciargliela. Era chiaro. Si capirono in un istante, e nell’istante successivo lui se ne andava, camminando, mani nelle tasche, dandole la schiena coi suoi lunghi dread, e lei lo osservava come si può osservava il proprio passata scivolare nell’oblio, confondersi nella folla, lasciarla con davanti a sé solo e soltanto il futuro e tra le dita un presente assurdo eppur sensato, tangibile, spietato. Tabula rasa. Avrebbe affrontato e vissuto San Francisco come se la ricordava, senza rubrica, senza indirizzi, senza tragitti predefiniti, senza aspettative, senza tramiti, senza schemi: come veniva. E si sentiva pronta. Era una città che l’aveva sempre accolta con cura e premura, era una città che non le aveva mai fatto paura, né del male: era una città che aveva amato e amava. Era pronta.

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