Matt aveva chiuso gli occhi da un po’ quando sentì uno scatto, un colpo e un rumore metallico: li aprì voltandosi su un fianco, in allarme. Era il rumore del walkman che John aveva posizionato dentro la ciotola di metallo che usava per isolare quel minimo i rumori quando premeva rec sulla sua voce. Era caduto, dentro quella ciotola, come fosse stato colpito, perché anche la ciotola era spostata, lontana dalla sua testa e contro la sua spalla. Si levò a sedere e vide John correre verso la cucina. La cosa non gli piacque affatto. Cos’era accaduto? Xania, pensò, e si alzò.

John non l’aveva vista cadere, l’aveva sentita, poi vista a terra e si era alzato a tal velocità che avrebbe voluto poter riavvolgere il tempo di quella manciata di secondi che gli sarebbe stata sufficiente ad essere stato al suo fianco per afferrarla prima che cadesse. L’aveva raggiunta ad ampie falcate, era tornato a inginocchiarsi accanto al suo corpo steso ma con tale impeto da sbucciarsi le ginocchia. La sua stella, la sua stella luminosa, era rovinata al suolo e implodeva. Le sue gambe non erano stese, ma raggomitolate, le ginocchia l’una contro l’altra, a toccarsi poggiate l’una sull’altra; le sue braccia non erano rilassate, ma tese, ora piegate, strette contro il busto, sul petto, tremule; gli occhi erano spalancati, terrorizzati, una lacrima le scendeva da quello destro, appena visibile sul biancore della pelle; la bocca, le labbra erano tirate, le guance infossate, i muscoli, i nervi del collo, tesissimi. John la chiamò e le infilò la mano e il braccio sinistri dietro la nuca, mentre le posava la mano destra aperta sul ventre. Xania tremava convulsa. Le avvicinò la bocca all’orecchio e le disse di esserci, di essere lì, di respirare con lui, poi le fissò gli occhi negli occhi poggiando la fronte contro la sua e continuando: “sono qui, stellina, respira con me ora, respira con me.”

Le scese un’altra lacrima, dall’occhio sinistro ora. La sentì esplodere all’angolo come una piccola bolla d’aria, la sentì scivolarle lungo lo zigomo, arrivarle al naso, mentre quella che per prima era riuscita suo malgrado a far uscire le entrava nell’orecchio. Non riusciva ancora a chiudere le palpebre, non riusciva ancora a mettere a fuoco nulla, ma sentiva il braccio di John reggerla, sentiva il suo respiro, il suo odore, il suo calore, vedeva i suoi colori e sentiva le sue parole. Respirare. Sì, respirare. Avrebbe voluto poterlo baciare ma non riusciva a rilassare le labbra: si sentiva implodere. Sono in cortocircuito, pensò, è un sovraccarico… Eploderò? Cosa le avevano fatto, dio cosa le avevano fatto in quell’inferno? John, oh John, sei qui, ora, adesso, sei qui ti sento, pensò. E ritrovò il suo respiro, lo sentì sui denti. Ritrovò i suoi occhi, azzurro cielo di primavera, azzurro acqua di torrente dove è profonda, azzurro ghiaccio nel bicchiere, aria, i suoi occhi erano la sua aria. Inspira, espira. Sei qui, sono qui, siamo qui, cosa mi succede? Cos’è successo? Cosa mi sta succedendo? Ma non riusciva a parlargli, non poteva parlare. Sentiva però di nuovo le braccia, forse anche le gambe. Provò a muovere una mano, le dita: se le ritrovò contro il petto e si rese conto che non s’era accorta d’avercele portate. Lasciò che scivolassero e incontrò la mano di John sul ventre, la avvolse e la cinse, riuscì a dire il suo nome e continuò a respirare con lui, ci si impegnò: sentiva la pancia alzarsi e abbassarsi, le gambe rilassarsi.

“Così, piccola, così, sono qui, respira, tranquilla” e lei pian, piano si rilassava. Le baciò l’incavo tra il naso e il labbro superiore non appena la sentì più morbida e vide le sue palpebre sbattere. Ti amo, le disse. Lei gli si raggomitolò contro e pianse, a singhiozzi sempre più acuti, pianse come una bimba impaurita, pianse come una stella ferita, la sua luce gli si nascondeva nel petto, bruciava come può bruciare il ghiaccio. La lasciò piangere, tenendole la mano sul ventre con le dita ora intrecciate alle sue. Sapeva che non appena le fosse passata la crisi avrebbe avuto delle domande a cui rispondere e sapeva di avere le risposte, ciò che non poteva prevedere era che Xania non gliele avrebbe poste, che Xania non avrebbe voluto sapere, che Xania non avrebbe voluto parlarne, per molto tempo, di quel malore. L’avrebbe fatto Matt.

Matt aveva raggiunto John e Xania lentamente, a grandi falcate ma con la calma di chi si è appena rialzato dalla terra che l’aveva accolto, pensieroso, preoccupato, ma calmo come un albero senza vento. La scena che gli si presentò lo commosse, lo commosse non tanto per le condizioni in cui si trovava Xania, ma per l’amore che percepì tra loro: il suo miglior amico aveva davvero trovato la sua metà, ma la sua metà stava boccheggiando contro la sua bocca, a terra, come un pesce fuor d’acqua in quel momento. Si sedette su un ceppo lì vicino e attese che quell’uragano tutto loro finisse. Fu solo quando lo sguardo di John si sollevò, lo cercò e incrociò il suo che proferì parola: “cosa le è successo?” chiese.

“Adrenalina” gli rispose John: “dopo lo shock ora ha il down, le è scesa in picchiata, giù a picco, e lei di conseguenza… Mi aspettavo sarebbe successo, ma speravo sarebbe accaduto gradualmente, e invece, boom, bam, giù.”

Xania sentì e non sentì quelle parole, gli stava rannicchiata addosso come un cucciolo, e respirava il suo odore a occhi chiusi, si sentiva avvolta e coperta, nascosta e protetta, e con le palpebre finalmente chiuse vedeva solo il rosso di ciò che rimaneva di tutta quell’insopportabile luce, sentiva solo i suoi tre cuori battere: quello nel suo petto, quello nel suo ventre, quello contro il suo orecchio. Ci si addormentò, altro non avrebbe voluto in quel momento.

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