Una goccia di sudore nell’occhio, forse una lacrima: si svegliò così, la palpebra che le tremolava, la vista offuscata, il mondo sfocato, il sale nell’occhio, una goccia soltanto. Portare la mano alla fronte per asciugarsela o all’occhio per strofinarselo era ancora un’impresa: la mano, il braccio, pesavano. Rimanette stesa, sul fianco, rigirandosi piano sulla schiena, fino a mettere a fuoco il tetto del furgoncino e sentire la goccia scenderle lungo la tempia, fin dentro l’orecchio, fresca e sottile, impalpabile eppure decisa, percettibile, tutto ciò che percepiva. Oltre la musica e la luce del giorno ora calda, dorata. Matthew e il suo doppio album dei The Doors alla guida, certo. Il tramonto, l’imbrunire, la fine del giorno. Quanto aveva dormito? Non era importante. Dove stavano andando? Nella baia. John? E lo disse. Lo chiamò in un sussurro, un pensiero sulle labbra, un orientarsi a parole, a nomi, a persone, a domanda: “John?”

“My love...”, le rispose, e le carezzò la testa, i capelli, la fronte, le labbra, inclinando la propria quel tanto per agganciare il suo sguardo. Aveva dormito come una bimba sulle sue cosce, ebbene sì. E gli occhi di lui brillavano ancora nel sole, grigiazzurri con spine aranciorosa ora, gli occhi che l’avevano già salvata, tenuta, ancorata, una volta… Forse due, forse più, forse sempre. “John.”

Si alzò a sedere e gli poggiò la testa sulla spalla, spostandogli un paio di dread dietro la propria. Gli diede un bacio sulla guancia, a occhi socchiusi, per poi riaprirli piano e cercare di vedere quel che aveva guardato lui lungo il viaggio fin lì: l’orizzonte fuori dal finestrino, le montagne dell’Idaho, il deserto del Nevada, le colline di Modesto con i loro mulini a vento, il cielo senza limite sopra la California, i colori della libertà, della vita, della gioia di viverla prendendola bassa ma volando alto. L’autoradio suonava Riders On The Storm dei The Doors. Matthew era concentrato alla guida, silenzioso e stanco, perché se era silenzioso era stanco e se era stanco era silenzioso, le sorrideva dallo specchietto retrovisore e il suo sorriso era uno di quei sorrisi che pur non vedendolo sentiva, la chiamava, lo scorgeva, lo trovava. I suoi occhi verdi dicevano “lo sai che adoro questa canzone” e lei lo sapeva e John più di lei. Così il loro silenzio rimase intatto, e Jim Morrison lo riempiva rendendolo pieno con le sue parole, la sua voce, la musica che le accompagnava perfetta, sporca come la terra, carica di elettricità come il cielo della golden hour nel Golden State, scortandoli fino alla baia, portandoli in loop sul Golden Bridge, fino a casa, come pioggia fresca e leggera, come una lacrima che non cade, come una goccia di sudore. Diceva:

Riders on the storm
Riders on the storm
Into this house we’re born
Into this world we’re thrown
Like a dog without a bone
An actor out on loan
Riders on the storm

Eccetera. Fino a casa.

Annunci