Altro inizio – parte seconda – Destinazione baia

John la teneva per mano, ancora una volta. L’umidità del bosco respirava con i loro passi, i raggi del sole volteggiavano e lui ogni tanto si girava a guardarla e a chiederle se fosse tutto ok. Non parlarono molto, lungo il cammino, il peso dei pensieri e dello zaino di lui riempivano il silenzio, Xania si limitava a concentrarsi sui suoi, sui loro passi, pur chiedendosi dove e da chi la stesse portando. Un raggio la colpì negli occhi, rifrazioni di luce circondarono il corpo di John davanti a lei, un’aureola lo cinse, il suo odore acre la raggiunse con una brezza che le risvegliò il ricordo dei suoi baci, si fermò e il braccio le si tese fino a fermare anche lui, che si voltò con aria preoccupata, mentre lei gli afferrava l’altra mano per avvicinarlo a sé.

– John?
– Tutto bene?
– Sì, ma… John?
– Sì?
– Perché?
– Cosa?
– Perché tu?
– Perché noi.
– Perché?
– Perché ti aspettavo, stellina.
– In che senso?
– Sei la mia anima gemella.
– Non lo so.
– Io sì.
– Non mi hai nemmeno chiesto di chi sia il bambino.
– Vuoi che te lo chieda?
– No, per favore, no. Te lo dirò ma non ora. Dove hai detto che stiamo andando?
– Da amici.
– Tuoi?
– Nostri, vedrai.
– Dove?
– Nella valle.
– Vivono lì?
– No, ma ora sono lì.
– E poi?
– E poi vediamo. La mia idea è di raggiungere un computer e da lì mettere mano a questo programma sperimentale di cui mi hai parlato.
– Un computer? E a che serve?
– Serve a cancellarti dai loro archivi, serve a liberarti. Siamo tutti monitorati, di norma, tu sei una cavia e sei totalmente sotto controllo. Non mi stupirebbe se avessi anche un microchip sottopelle. Dobbiamo appurare questo e altri dettagli e decidere il da farsi.
– Come pensi riusciremo ad accedere ai loro archivi?
– L’ho già fatto, amore mio, l’ho già fatto per mia madre.
– Oh.
– Raggiungeremo la Silicon Valley, ma a suo tempo. Poi ti porterò dove dipingo, quando tutto sarà finito, a San Francisco. Ti va?
– Non lo so. Non so bene perché tu e io. Non capisco.
– Perché ti amo.
– Non sai nemmeno chi sono.
– So che sei con me e non potrà più essere diversamente che così. Tu con me e io con te. Perché ti ho aspettata per tutta la vita, mentre fuggivo dalle città e vagavo nei boschi e parlavo col cielo stellato. Perché lo sento. La tua doppia anima è l’anima che io ho perduto, è il mio cuore che sussulta quando ti annuso, il mio corpo che sussurra quando ti stringo, l’alchimia dei nostri sguardi che si fondono.
– Sei reale?
– Lo sono. Lo siamo.
– Come ne sei certo?
– Ti sento.
– Penso di amarti, John. Lo penso. Ma…

Lui l’abbracciò. Le diede tanti piccoli baci sulla fronte e sulle guance, le morse morbidamente zigomi, naso e mento fino a raggiungere le sue labbra, sulle quali indugiò, le succhiò, dunque parlò:

– Non senti come siamo inseparabili?

Xania lo cinse accarezzandogli i fianchi e lasciando scivolare le proprie dita fin dentro la cinta dei suoi pantaloni. Sentì il tepore della sua pelle, chiuse gli occhi e tornò a rivedere quelle rifrazioni di luce. Alzò una mano ai suoi dreadlocks, glieli scostò dal volto e vide luci blu elettrico e verde acido e rosso acceso e arancione succoso dietro le proprie palpebre. John le splendeva negli occhi anche quando li teneva chiusi.

– Sì, John, sì. Ma io sono debole e tu sei forte e mi sento sopraffarre.
– Perché ti sto dando le energie che posso darti.
– Come?
– Amandoti.

Xania fu scossa da tenui brividi. Lui le accarezzò le braccia con la punta delle dita e la baciò sulle labbra, sorrise, le prese la mano e si voltò. I loro corpi si appaiarono. Poi ripresero a camminare, l’uno affianco all’altra, mano nella mano.

 

Nuovo inizio – parte seconda – Alla lavanderia

Era riuscita a infilarsi i calzini puliti, arrivavano fino alle ginocchia e no, non erano meglio delle bende e/o delle garze che ancora non aveva, erano sintetici e prudevano da paura sui graffi e sulle ferite più profonde, probabilmente sarebbe stato il caso di arrotolarli fin giù sulle caviglie e lasciare la pelle respirare, ma per ora le andava bene così, cercava di non sentirli prudere contro la carne, si concentrava a non sentirli prudere, le era sufficiente che la fasciassero, la nascondessero, anche a se stessa. Gli slip se l’era infilati tenendo la gonna, se li era sfilati tenendo la gonna, li aveva sostituiti tenendo la gonna,  veloce come nello spogliatoio comune della piscina quand’era bimba e ci si vergognava e i maschi correvano oltre la non porta di quel posto per arrivare all’acqua dovendo passare da lì e ci sbirciavano dentro in un coro di risa e risolini ed esclamazioni onomatopeiche mai del tutto comprese. Teneva lo sguardo fisso sull’angolo di quella L di stanza, l’udito teso alla porta, ai rumori, ai passi, alla notte. Man, mano che toglieva gli indumenti li gettava nel cestello e ci si intravedeva nel riflesso sul metallo, come una macchia color pelle, veloce e isterica, ancora accucciata a terra, ora accovacciata, con la sua borsa davanti a sé sparpagliata come i suoi pensieri, e via la gonna, dentro, dentro con la maglia, e vestiti! Zaira, in fretta: maglia, vestito, felpa no quella dentro, tutto dentro, chiudi lo sportello, aziona, abbracciati. Si strinse nelle spalle, per scaldarsi un po’, si rilassò, roteò quel minimo utile ad appoggiare la schiena allo sportello, si strinse tra le braccia un altro po’. Cosa fare ora? Aspettare. E recuperare la rubrica dei numeri di telefono raccolti lungo la strada prima ancora di capire dove si trovasse esattamente. Era pelosetta, kitsch all’inverosimile, maculata, piena zeppa di numeri di telefono. Da quale partire? Chi chiamare? San Francisco, probabilmente, o Oakland, quel suo amico pittore, quella sua amica ispanica. O i ragazzi giù a Santa Barbara, nella casa dove le custodivano le valigie con dentro tutto ciò che possedeva. L’indomani, passo, passo, ci si sarebbe avvicinata. Forse a Sacramento. Sì, forse era la tappa più vicina. Anzi, Las Vegas. Che merda Las Vegas però… No nel deserto no, non di nuovo, non da sola. Stese le gambe, pensò alla colazione, aveva fame, anche un sonno ancestrale, ma il rumore dell’acqua le stimolava la vescica… Da quanto non mangiava, non beveva, non pisciava? Si alzò lenta, raccogliendo quanto era rimasto nella borsa, attraversò la stanza deserta, uscì in strada – din din – e cercò un angolo non illuminato in cui pisciare. Se l’avesse vista qualche poliziotto sarebbe sicuro finita dentro una notte almeno e non poteva permetterselo, di dormire in cella. Non voleva allontanarsi più di tanto, sentiva di dover fare in fretta, di nuovo, veloce e isterica, ancora, fino a liberarsi e tornare a sedersi, accovacciarsi, rannicchiarsi, estraniarsi, zittirsi, addormentarsi. Fece qualche passo, il silenzio di quelle strade sarebbe stato totale se non per qualche auto che passava di tanto in tanto, e si disse fanculo, mi scappa e la faccio. Veloce, isterica, in fretta, tra due auto parcheggiate, e tornò dentro come nulla fosse stato. Ritrovò la fine di quell’L, ritrovò le sue cose vorticare, si risedette, rilassò le gambe, le natiche le si stavano gelando sul pavimento zozzo, ma non ci fece caso e si addormentò quel tanto a rilasciare anche le braccia a terra, con i manici della sua borsa avvolti attorno al braccio destro, stretti con un leggero nodo, e dormì quel tanto necessario a non sentire quel rumore meccanico come un trapano nella nuca. Dormì di un sonno nero, brulicante di immagini, suoni e rumori, un sonno tremulo, di volti e mani e ginocchiate, non riposante ma inevitabile, confuso tra sogno e realtà, confuso all’inverosimile, tanto da non sentire quel din-din della porta senza percepirlo altrove, tanto da non destarsi finché due mani non le afferrarono le spalle e la spinsero verso la parete di lavatrice, facendole sbattere lievemente la nuca, dandole il buongiorno. Mise a fuoco lentissimamente chi aveva di fronte, capì lentissimamente ch’era giorno, ma il suo corpo era già scattato in piedi, i suoi sensi erano già all’erta, le sue braccia tese, le mani aperte a difesa. Vide due occhi verdi, un barba incolta, un’espressione attenta, quasi apprensiva, un cappellino di lana colorata fatto all’uncinetto: lo riconobbe dopo un po’. Quel cappellino l’aveva fatto lei, quella testa che lo indossava apparteneva a Mark. Mark! Non ci poteva credere… Mark, lì, con lei, lì non sapeva nemmeno dove. E lo abbracciò come l’acqua abbraccia una roccia.

Nuovo inizio – parte seconda – Le gambe di Zaira

Nella lavanderia a gettoni non c’era quasi nessuno e chi c’era fissava i cestelli girare senza veramente guardarli. Zaira si sedette e attese. Attese che quei quasi nessuno diventassero nessuno, attese il tramonto, attese il buio, attese che si accendessero le luci del locale, si assopì sulla panchina di ferro e legno lì dentro cercando di non pensare. Teneva la gonna tesa sulle gambe rannicchiate, le ginocchia contro il mento, la sua borsa di rete tra le cosce e il ventre, lo sguardo sul metallo, sui panni degli altri che vorticavano, sui piedi, i propri e i loro, si fissava sulle scarpe senza un particolare motivo, cercava di non pensare ad altro che ai colori che vedeva, ai movimenti che percepiva, agli odori che sentiva. Era troppo esausta per decidere il da farsi, sapeva solo di dover cambiarsi, lavare quei vestiti intrisi di dolore e rabbia, medicarsi le ferite, procurarsi qualcosa per farlo. Chiuse gli occhi il tempo necessario di reidratarli, di riposarli, di recuperarne i pensieri tenuti lì tra le ciglia a guardare fuori come tutto fosse lì, fuori di sé, in quel mondo che si muoveva lento, in quelle scarpe che le passavano accanto, in quei silenzi stanchi che vedeva in chi non osava rivolgerle la parola o semplicemente ne coglieva la necessità d’essere lasciata lì, bocca contro la gonna avvolta attorno alle sue ginocchia, sola. Ascoltava le proprie ferite pulsare, si accarezzava con timore dove sentiva la stoffa appiccicarsi ai graffi, tirava piano, stringendo i denti sul labbro inferiore, per impedire che la cicatrizzazione lenta si fondesse al cotone, e attendeva, aspettava di essere sola, studiava quello spazio, cercava di capire dove avrebbe potuto sentirsi più riparata quando fuori si sarebbe fatto buio e lì dentro si sarebbe ritrovata in vetrina. Cercò di poggiare un piede a terra, perché le si stavano addormentando le gambe e perché voleva controllare gli spicci che aveva nella borsa, ma la gonna le scoprì la caviglia graffiata e una parte di stinco con del sangue coagulato e la riportò al petto velocemente. Staccò la bocca dalle ginocchia, drizzò la schiena, appoggiò le mani sulla stoffa, la tenne ben salda contro la pelle e appoggiò entrambi i piedi al pavimento con un guizzo simile alla coda di una sirena. Le cosce le formicolavano, la borsa le rotolò fin quasi a terra e il contenuto si sparse parzialmente davanti e tra i suoi piedi. La prima cosa a caderne fuori fu il suo quadernetto d’appunti, la seconda il suo portamonete. Bene, pensò, esattamente ciò che cercavo. Si piegò, li raccolse, li appoggiò sulle gambe, cercò la sua penna viola nella borsa, poi ne mise i manici attorno all’avambraccio e la spostò di lato, sulla panchina, dove l’avrebbe persa di vista mentre scriveva ma avrebbe sentito se gliela strattonavano. Aprì il tappo della sua penna colorata: aveva scelto il viola perché da tempo qualcuno a cui aveva confidato ch’era il proprio colore preferito, le aveva detto che il suo significato era la transizione, la trasformazione, e lei si sentiva in perenne, inesplicabile e implacabile, transizione. Scrisse:

I’m not satisfied neither,
I’m thirsty as well,
but I won’t decide
what is good or right.

Poi chiuse il suo quadernetto, lo ripose nella borsa alla sua destra e si guardò attorno. C’era una sorta di anfratto nella stanza, l’aveva notato da un po’, che quella stanza era simile ad una grande e grossa L maiuscola rivestita al suo interno di lavatrici e asciugatrici. Lì, vicolo cieco che portava all’angolo più in ombra della stanza, pur con le luci accese, pur con la vetrina sulla strada, avrebbe potuto spogliarsi, medicarsi, cambiarsi. Prese dalla borsa una maglia a maniche lunghe e un vestito lungo, di quelli che s’accartocciavano senza stropicciarsi e prendevano il minimo dello spazio nella borsa; cercò i calzini puliti… Un momento di apprensione temendo non ce ne fossero altri e invece li trovò, lunghi fino alle ginocchia, perfetti. Gli slip: c’erano? C’erano. Bene, aveva tutto. La felpa sarebbe rimasta quella dei giorni precedenti e futuri ma intanto l’avrebbe quantomeno sciacquata. Viaggiava leggera, raccoglieva ciò che le serviva lungo la strada, lasciava quello che non le serviva, barattava avocado con zucchero e zucchero con libri. In borsa aveva “2001: Odissea nello spazio” in edizione economica e tascabile, il libro più stropicciato che avesse mai avuto e che di lì a qualche giorno avrebbe venduto per procurarsi del disinfettante e delle bende. Per ora niente bende, per ora niente disinfettante: solo saliva e il cotone della maglia che avrebbe messo poi in lavatrice con la felpa, la gonna, i calzini, gli slip, le scarpe, la vergogna. Si alzò, fuori era buio, l’ultima signora silenziosa con la messa in piega sfatta e un sacco di vestiti asciutti e puliti stava uscendo, raggiunse l’angolo che aveva adocchiato, si accucciò e iniziò piano a spogliarsi, prima le scarpe, poi i calzini, dunque la maglia, uno sputo sulla stoffa e iniziò a sfregare dai piedi sperando non sarebbe entrato nessuno e se qualcuno fosse arrivato si fosse fermato alle lavatrici nell’ingresso, a guardarsi allo specchio alla vetrina che le luci avevano reso tale, come se il mondo fuori non potesse più guardare all’interno. Ma quel mondo guardava e lei lo sentiva… Lieve, perché le ferite su cui aveva iniziato a strofinare il cotone la chiamavano con maggiore decisione. Si mise a leccare le più profonde, liddove erano aperte, raschiando via il sangue rappreso solo attorno. Si sarebbe curata meglio il giorno successivo, ora voleva solo levarsi di dosso quell’odore di lui, il ricordo di lui, così come aveva buttato i suoi amuleti nel torrente avrebbe buttato quei vestiti nel vortice. E così fece.

Altro inizio – parte seconda – Xania racconta

Le premure di John non finivano col rimarginarsi delle sue ferite. John voleva sapere cosa le fosse successo, John voleva sapere chi gliel’avesse fatto, John voleva curarle l’anima e rivedere i suoi occhi riempirsi di vita e vuotarsi di quel rancore represso e inesplicabile, John voleva capire chi, come, dove, quando, perché.

Xania non riusciva a parlargliene se non fissando il terreno e giocherellando con la terra, ma ogni volta che provava a rispondere alle sue domande sentiva solo la voglia di andarsene, lasciarlo lì coi suoi punti interrogativi, fuggire dalle sue attenzioni e dal suo interesse. Ma il calore del suo corpo, la profondità del suo sguardo, la cura che s’era preso di lei e l’affetto che le dimostrava la tenevano lì come il miele tra le loro labbra e il fruscio delle foglie mentre il sole li scaldava e accarezzava. Rispondeva un po’ alla volta, un po’ sì e un po’ no, non riusciva, non sarebbe mai riuscita a raccontargli tutto ciò ch’era successo nelle ultime settimane in un sol fiato, aveva lei stessa dei grandi vuoti nel cercare di rammentare il tutto in ordine cronologico, dei buchi insondabili, neri come la notte senza Luna e senza stelle… Eppure il modo in cui lui indagava era tale da accompagnarla in quel viaggio a ritroso, a capire da dove venissero le ferite, a ricordare il foro della flebo, lo strappo dell’ago, la fuga, la terra umida sulla pelle gelida, il sangue coagulato, l’uscita di sicurezza. E piano, piano arrivò al racconto.

Era stata ricoverata per una complicazione durante una cura sperimentale per il suo cancro: la complicazione era una gravidanza, la conseguenza era un aborto forzato. “Non può permettersi di avere un figlio nelle sue condizioni, non avrebbe nemmeno dovuto essere in grado di concepirlo, le avevamo praticato un’iniezione che le avrebbe dovuto bloccare il ciclo, non avrebbe dovuto avere alcuna ovulazione e nessuna mestruazione, non ci spieghiamo come possa essere accaduto.”
A Xania non importava come potesse essere successo, era così: aveva una nuova vita dentro e un corpo malato di una patologia da catalogo che stavano cercando di curare con farmaci sperimentali, con la speranza che quei farmaci avrebbero debellato il cancro da lì a qualche decennio. Il suo era un tumore al sangue, nulla di asportabile. Il suo era un tumore, dicevano. E ora il suo corpo diceva di no, diceva di essere sano a sufficienza da concepire, accogliere e dare vita. Non avrebbe permesso loro di metterlo in discussione, aveva intenzione di stare a vedere cosa sarebbe accaduto dopo quanto era successo, per il semplice fatto ch’era successo e sarebbe dovuto accadere. Non era fatalista, lei, non credeva nei miracoli e nemmeno nel regno dei cieli, ma sentiva la vita nascerle e rinascerle dentro e non avrebbe permesso loro di togliergliela.
Quando cercò di opporsi all’aborto forzato la fecero circondare da uno psichiatra, psicologi, oncologi, ematologi e volontari tra i quali anche uno dei clown del reparto oncologico pediatrico, come se pensassero che avrebbe pianto e strillato come una bambina terrorizzata. Lei rimase calma e disse semplicemente di no, ribadì continuamente il suo no, non smise di dire no, azzardò uno stop: stop ai farmaci, stop a voi, alle vostre diagnosi e alle vostre prognosi, stop agli esperimenti, stop a tutti voi, ai vostri sguardi decisi, alle vostre parole incomprensibili, alla vostra commiserazione, alla vostra determinazione, stop.
Le dissero che non era possibile, le dissero che aveva firmato per le cure sperimentali, le dissero ch’era parte di un progetto di sperimentazione, ch’era un esperimento a cui non si poteva rinunciare a quel punto, che non avrebbe potuto decidere alcunché, che il suo corpo era loro, della sperimentazione e della ricerca, e non aveva alcun diritto di dire no arrivata oltre il punto in cui aveva avuto la possibilità di farlo, non aveva voce in capitolo, era la paziente n. 389 e non aveva altro diritto che continuare a venir curata da loro nel modo prestabilito e in corso d’opera, non aveva altro che il suo essere cavia e sull’aborto non poteva, non avrebbe potuto, mai, dire no; se si fosse opposta l’avrebbero sedata come una cavalla da corsa impazzita prima di entrare nell’ippodromo e sarebbe finita comunque al macello.
“NO”, ribadì Xania. E un ago le si piantò nella spalla. Non seppe chi di loro gliel’aveva piantato.
“Non avremmo dovuto dirglielo”, sentì. Non riconobbe chi lo disse.
“L’hai voluto tu, pensavi avrebbe capito che non era possibile portarla avanti”, colse da non sapeva chi.
“Te l’avevo detto. Merda, merda, merda. Ora ci tocca tenerla sedata e portarla dritta dall’anestesista e risolvere al più presto questa cosa”, e avrebbe voluto alzarsi dal letto e prenderli tutti a pugni ma non sentiva le braccia, né le gambe, solo la pancia che le pulsava, il battito del cuore che rallentava, il respiro che le scivolava dentro il torace, le palpebre che le pesavano, la lingua che le si gonfiava, la saliva che se ne andava, le voci che si allontanavano, il clown che rideva, o forse no. Avrebbe dovuto spaccargli quel suo naso rosso di tempera ma lo vedeva sparire, ridere, offuscarsi, ridere, dissolversi, avvicinarsi, morderla, voleva sbranarlo, ma svaniva, scompariva nel nero, le mordeva la spalla, le doleva la spalla, aveva un buco nella spalla, clown maledetto, era stato lui a forargliela, coi denti? Bastardo, schifoso, bestia immonda. Poi il buio, il nero, il nulla, fino a uno spiraglio.
Lo spiraglio di luce le arrivò lento ma implacabile, assieme all’odore inequivocabile di farmaci e sterilizzanti. Le palpebre pesanti si levarono quel tanto utile a farle intravedere una luce accecante. Le richiuse, attese, le riaprì quel tanto utile a farle intravedere dei tubi, dei cavi, delle forme filiformi alla sinistra del suo campo visivo. Le richiuse, riflettè, le riaprì quel tanto che le servisse a focalizzarsi su braccia e gambe, le proprie, ancora lì. Fece un tentativo e capì che ne era tornata in possesso. Si forzò di aprire gli occhi quanto più potesse e vide dove si trovava: l’anticamera della sala operatoria. Vide cosa aveva al braccio: l’anestesia e l’anestesista. Si focalizzò sul suo ventre: la vita. E poi l’adrenalina. E poi lo strappo, e gomitate, i pugni, la porta di sicurezza, la fuga, la terra, la notte, i fari, il fiume, la sua roccia, la corrente, John, il sole, il miele, l’amore semmai fosse quello che le raccontavano i suoi occhi azzurri ora di ghiaccio.

“Raccogli le forze”, le disse: “andiamo a vendicarti”, aggiunse.
“No, John, andiamocene e basta”, lo pregò.
“Raccogli i pensieri”, le ribadì: “nessuno deve essere cavia”, aggiunse.
“Ma tornerò a esserlo io se mi ritrovano, se mi riprendono, se torno lì”, a sguardo basso.
John le passò l’indice sotto il mento e le alzò piano il viso: “guardami, amore” e lei esitò.
“Guardami” e lo guardò.
“Quello che ti hanno fatto è inaccettabile e non permetterò loro di fare di te una fuggitiva per il resto della tua, della nostra vita”, le disse con una dolcezza che ardeva.
“E cosa vorresti fare?”, gli chiese.
“Lo decideremo strada facendo, nei dettagli, ma un’idea già ce l’ho. Te la spiegherò non appena avrai compreso quanto ti ho attesa. Ora raccogliamo le cose, la tenda, il cibo, e andiamo a cercarti altri vestiti, ho degli amici oltre il bosco, nella valle, che te ne possono dare, e ci aiuteranno a cancellarti da quel programma di sperimentazione, vedrai. Ci daranno una mano anche a far nascere il tuo miracolo, quando arriverà il momento, di questo sono certo. Sei la mia donna ora, stella luminosa, non hai più nulla da temere,  ti proteggerò anche dal tuo stesso sangue.”

Come avrebbe voluto poter credergli. Com’era inebriante fingere di credergli. Quant’erano meravigliosi i suoi occhi.

IL RE DELLE LUCI E IL PROFONDO BLU

Il Re delle Luci viveva nel deserto del Profondo Blu. Tra il fiume Nicaragua ed il lago “MIOTINGA”, in una vasta distesa di sabbia e silenzio, tra ombre basse e temperature alte, proprio dove nessuno pensava si potesse vivere, si poteva vedere dall’alto un riflesso metallico, di luce 2m x 2m. Era l’ingresso della tana delle Luci, il rifugio segreto del Re delle Luci.

Chi era? Era un uomo, o forse una donna, nessuno lo sa davvero, vestito di una tunica argentata che risplendeva di luce propria. Non era infatti necessaria la luce del sole, ma bastava un piccolo riflesso per accendere quell’armatura argentata.
Il suo compito nel deserto era quello di salvare i migranti perduti tra il caldo e la sete.

Ad esempio nel 1273 d.c., davanti una spedizione archeologica, una carovana di oltre 100 uomini, tra speleologi, geologi e tecnici, si smarrì nel deserto e fu solo grazie all’intervento del RDL che ritrovarono l’orientamento.
Un’altra volta, nel 1429 d.c., una piccola volpe del deserto, impazzita alla ricerca di acqua, finì per trovare l’ingresso della TANA DELLE LUCI ed il RE la fece entrare e la dissetò. In realtà se ne innamorò e la fece diventare il suo animale di compagnia, battezzandola “Idra”.

Il deserto si chiamava PROFONDO BLU perché giusto qualche milione di anni prima… Era un mare. Si potevano ancora trovare resti di pesci enormi, balene grandi quanto l’arca di Noè, se ne è mai esistita una.
Nel 2024 d.c. il RDL ebbe un’idea: ormai stanco di salvare i disperati e di vivere in quel deserto, decise che l’obbiettivo della sua vita sarebbe stato far tornare il PROFONDO BLU quello di un tempo!
Idra, che ormai aveva imparato a parlare col Re, suggerì di stendere un grosso cavo dall’oceano più vicino fino al deserto e, sfruttando la teoria dei vasi comunicanti, spostare tanta acqua nella distesa di sabbia. Ma il Re non la vide come una buona idea e, irascibile com’era, lasciò fuori Idra per tutta la notte. E fu proprio quella notte che ad Idra venne un’idea fantastica!
Guardando il cielo stellato, si ricordò di quella volta in cui tanto tempo prima vide il cielo coperto di nuvole ed il giorno dopo… Piovve.
Al mattino sia lei che il Re si misero in viaggio alla ricerca dell’uomo delle nuvole: un signore anziano, italiano, che aveva inventato la macchina per far piovere attirando le nuvole…

[CONTINUA…]

Andrea Gabriele
2015

(Fiaba per Joy)

Nuovo inizio – parte seconda – Zaira torna alla civiltà

La lasciarono alla prima stazione di servizio. Si comprò qualcosa di zuccherato e fece una telefonata all’aeroporto per rimandare il volo di qualche settimana. Le dolevano le gambe ma non ci faceva caso. Salutò la sua sfortunata, giovane e bella compagna di viaggio con un cenno mentre discuteva la nuova data. Quando riattaccò, pagò la bibita con gli spicci che aveva nella sua sacca di rete dai colori dell’arcobaleno e uscì a guardare il cielo, le nuvole grandi e senza forma, l’azzurro di un’immensità spaccata in tanti pezzi, la vertigine di percepirla oltre il moto lento di quei mostri bianchi. Non aveva sonno, non era stanca né adirata, doveva solo continuare a muoversi, a muovere. Si sedette nei pressi della pompa di benzina e mise la testa fra le mani, doveva raccogliersi e ripartire, verso un qualsiasi dove e poi verso casa a prendere le sue cose sparse. Casa. Quale casa? Non era importante ora, il volo era rimandato e fanculo. L’avrebbe cancellato ma ci doveva pensare gran bene, servivano una pila di scartoffie per poter restare o un rifugio in cui fare la clandestina, un lavoro da spazzina o da spaccina. Non ora. Ora via. In piedi. Get the fucking up Zaira. E via. Si alzò e tese un braccio e lo sguardo verso l’auto che si avvicinava. Le si accostò come si stava per accostare per fare benzina. Era un uomo, cazzo. No! Un uomo solo no, pensò. E che diavolo ci faceva un uomo vestito da impiegato in mezzo ai monti? Not good. Ma chissene, doveva ridiscendere, via da lì, a farsi una cazzo di doccia fosse stata anche dentro una lavatrice a gettoni. I need a ride, disse. Il tipo annuì mentre faceva il pieno all’auto e non disse nulla, le indicò lo sportello del sedile anteriore del passeggero e le fece intendere che poteva accomodarsi.

Presero la strada in silenzio. Qualche miglia di silenzio. Poi la guardò. Aveva capelli corti e neri, ben pettinati, un’aria un po’ yuppie, uno sguardo porcino.

Le disse: “ho una pistola sotto il tuo sedile, cerca di non toccarla con i piedi, è sempre carica.”

Zaira si gelò. Annuì.

Aggiunse: “sei carina e io sto cercando moglie, me ne serve una, per pura cortesia.”

Zaira si rabbuiò. Guardò gli alberi scivolare veloci alla sua destra, una scia verde, marrone e nera di tempera strisciata con rabbia. “Io non sono cortese, non posso essere io, non sarò mai io”, disse.

Le si presentò. Si chiamava Adam. Non si adirò come lei si sarebbe attesa, non la minacciò di spararle in bocca, né la pistola né il cazzo, le disse soltanto: “mi dispiace, sei proprio carina.”

E incazzata e stremata, pensò Zaira. Prendo la tua minchia di pistola, ti piazzo la pallottola nella tempia alla prossima stazione di servizio, ti fotto la macchina e vado a farmi una cazzo di doccia. Ma non ne sarebbe mai stata capace.

Seguirono altri chilometri di silenzio. Miglia e miglia di silenzio fino al primo centro abitato, al primo agglomerato di case, fast-food, officine e chiese. Scese. Gli strinse la mano. Grazie Adam ciao. E via verso la lavanderia a gettoni, e via, soprattutto via.

Altro inizio – parte prima – Alla tenda

John l’aiutò ancora una volta a rialzarsi. Xania era veramente debole, il caldo di mezzogiorno non le avrebbe giovato e inoltre iniziava a sanguinare più copiosamente. Il suo sguardo sembrava appannarsi. “Mi sta venendo sonno, temo”, gli disse. La afferrò delicatamente per un braccio, lei si diede una piccola spinta con l’altra mano ed entrambi salutarono il torrente con un cenno impercettibile del capo. “La mia tenda non è molto lontana, gli alberi la proteggono dal sole più inclemente e c’è del cibo, mangiamo qualcosa e poi ti ci riposi, ne hai bisogno, si vede”. Xania non capiva perché fosse così premuroso con lei, sentiva le sue parole come carezze sulle guance ad asciugarle lacrime mai cadute, si sentiva rapita dall’azzurro dei suoi occhi eppure in salvo. Temeva le sue domande, ma non i suoi occhi… Erano d’un grigio azzurro incantevole. La stava incantando? Perché? No, non era questo che sentiva. Era fuggita dall’anticamera della sala operatoria prima che potessero farle l’anestesia, s’era strappata via la flebo non appena l’anestesista era passato a dirle di stare tranquilla, che l’infermiera c’aveva preso e di lì a poco non avrebbe più pensato né sentito nulla, gli aveva assestato un pugno sullo sterno e una ginocchiata nelle palle ed era corsa via, via a gomitate, addosso a una porta di sicurezza, di corsa giù per un pendio, in mezzo al bosco, via, via anche il camice verde poltiglia, via da tutto e tutti, nessuno le avrebbe tolto nulla, nessuno doveva prenderle nulla, non il pensiero, non la coscienza, non i rimpianti e neanche i rimorsi, neanche per un attimo, tanto meno il suo utero e qualsiasi cosa ci fosse dentro, fosse anche solo l’isteria che dicevano; e poi giù nell’acqua per scampare ai segugi e ai fanali, giù nella corrente come un velo senza peso, giù sotto la sua roccia magnanima, ma all’erta, sveglia come un gufo, ferita come un lupo. E poi e ora e ancora John… John coi suoi occhi di cielo e nuvole, chiare e scure, John con la sua presa virile e suoi gesti, i suoi tocchi gentili, lievi e premurosi, oltre il mondo, oltre il tempo, davanti a lei. Avrebbe dormito nella sua tenda, non sa se mangiato, lo stomaco non dava alcun segnale, ma dormito, mio dio, dormire, magari! Pensò. Lo seguì pensierosa, qualche passo dietro i suoi. Odorava di sole e clorofilla. Si voltò a guardarla e sentì ancora una volta il calore del suo sguardo. Non la temeva? La sua camicia odorava di lui, di sole, clorofilla, terra e miele. Ci si sentiva avvolta come in una coperta, le palpebre iniziavano a pesarle. “Ce la fai? Manca poco”, sì: “sì ce la faccio, ma mi sto addormentando”, e le prese la mano. Xania si sentì più leggera, come se l’avesse sollevata di qualche millimetro da terra, e si lasciò portare. La tenda era in un cerchio d’alberi, arancione e verde pastello, alba e tramonto e bosco nel silenzio. Ci si addormentò in poco tempo, mentre lui ancora le parlava, quasi sussurrando ora, le diceva che le avrebbe preparato la colazione, e l’avrebbe medicata, di riposare intanto. Il sonno in cui sprofondò non era agitato, era il sonno di una bambina dopo aver pianto e urlato, nero e profondo. John prese le garze e il disinfettante dopo una mezz’ora che lei dormiva. Iniziò dalle gambe, con estrema delicatezza per non svegliarla. Xania si muoveva appena quando la toccava, a volte sospirava, ma dormiva profondamente. Scivolò nella tenda con lei per raggiungerle le mani e il braccio, quello andava fasciato. Quando ebbe finito lei socchiuse gli occhi e lo ringraziò con un filo di voce, poi li richiuse. La baciò sulla fronte. La mano stanca e abbandonata di lei si levò lenta e gli sfiorò una guancia, la sua testa si piegò un po’ all’indietro e le sue labbra trovarono la sua bocca. Gli occhi negli occhi, socchiusi quelli di entrambi, poi chiusi, poi l’abbracciò. Lei gli si rannicchiò nel petto. E rimasero così fino al tramonto, finché il cielo non ebbe lo stesso colore della tela della sua casa tascabile, finché anche a Xania venne un po’ fame e il pane con il miele già l’attendeva. John decise di imboccarla, piano, a piccoli morsi, e poi baciarla ancora, e ancora, e ancora. Aveva estratto una stella dal torrente, e splendeva tra le sue mani, nei suoi occhi. A Xania un paio di lacrime calde si sciolsero come ghiaccio tra le ciglia, le sentì cadere e sfiorare le guance di lui. Lo abbracciò come non aveva abbracciato mai nessuno prima e perse peso, come nella corrente del fiume quella notte, ma cullata dalla onde, dal sale del pianto lieve, nel mare della sua saliva, nel sapore di miele. Le aveva tolto il pensiero, i rimorsi e i rimpianti, i ricordi e il dolore, in un istante, ma non l’avrebbe picchiato, l’avrebbe amato, come lui la stava amando e l’aveva amata fino a quel momento.