L’accampamento era confortevole, l’organizzazione ineccepibile, la sua scodella di mezza noce di cocco estremamente funzionale, i ragazzi amichevoli, John e Matthew impareggiabili, insostituibili, la loro complicità l’aveva accolta, la avvolgeva, la teneva al caldo, tra loro, con loro, a ridere, a sorridere, ad ascoltare in silenzio il vento, a guardare in silenzio il cielo, azzurro o nero, soleggiato o stellato, non la lasciavano mai sola, le controllavano le ferite come fosse stata un cucciolo, le portavano acqua e musica, carezze, calore. Tanta premura la intimidiva, la rimpiccioliva, la calmava, la cullava come acqua di lago, verde speranza, dolce, tiepida, eppure la rabbia che l’aveva catapultata fuori da quell’inferno di clinica era ancora sepolta nel suo ventre, pulsava assieme ai suoi due cuori, il suo e quello del suo cucciolo d’uomo, quello che le cresceva dentro, piano ma inesorabile, col suo bagaglio di truci ricordi, una creatura di dolore che avrebbe amato ugualmente, una creatura innocente. Il suo girovita ancora non la lasciava trasparire, ma i suoi occhi acquosi, la sua fame atavica, il suo sonno imprevedibile, loro, sì.

John le era seduto accanto quando lei si alzò e andò verso la cucina per dare una mano a lavare le stoviglie e bere un po’ d’acqua. Matthew era sdraiato sull’erba al sole e canticchiava una melodia lieve mentre con i pugni afferrava ciuffi d’erba per poi aprire le dita e accarezzarli, e quindi richiuderli e stringerli. Stava cercando una canzone, diceva, e fissava il cielo cercando di afferrarla come si afferra la luce dietro le palpebre. John gli strinse una caviglia: “Matt, Xania sta andando in cucina…” ma Matt non rispose altro che un sospiro e continuò la sua melodia, continuò a cercare di afferrarla, tenerla, fissarla e chiuse gli occhi intonandola più forte per poi tacere e sospirare ancora. John lasciò stare, mollò la presa e si chiese perché, perché tanta apprensione, perché si sentisse così preoccupato per una decina di passi tra lui e la sua amata. Perché era molto pallida, si disse, ancora debole, si rispose, magra, anzi scheletrica, e la sua pelle febbricitante, le ferite in via di guarigione ma lenta, faticosa, febbrile. La osservò camminare e le parve di vederla ondeggiare, anzi fluttuare, leggera come una libellula, luminosa come una stella nel cielo azzurro. Decise di rimanere seduto, lasciarla andare, osservarla in silenzio un altro po’, poi recuperare il suo walkman e registrare il delirio melodico, sempre più armonico, del suo miglior amico. Avrebbero voluto, poi, discutere seriamente sul da farsi: smontare l’accampamento e tornare tutti a Marine County o salutare gli altri e muoversi solo loro tre, quando, come, quanto veloce.

Xania si avvicinò ai lavandini fatti con un paio di bidoni, l’ombra dei pini e il loro odore la avvolsero, l’acqua putrida delle stoviglie sporche però catturò la sua attenzione e vi fissò lo sguardo. Le mani si tesero e vi si immersero stringendo le due metà della loro noce di cocco, la sua e di John. Le sciacquò con le dita e poi le risciacquò con gesto rapido e rotondo nell’acqua pulita dell’altro secchio, quindi le mise ad asciugare sull’asse di legno lì accanto. Immerse nuovamente entrambe le mani nell’acqua putrida, fino a toccare il fondo del secchio, a cercare stoviglie rimaste lì ce ne fossero state. Trovò una forchetta, un paio di cucchiai e un coltello, forse due, ma non ebbe il tempo di capirlo che ritirò la mano velocemente per un riflesso condizionato dal dolore: si era tagliata. Niente di grave ma aveva già il dito in bocca e il sapore del sangue sulla lingua, mescolato a quel sapore d’acqua stagnante, orrido oltre il suo puzzo. Non proferì suono. Pensò che la sua soglia di dolore era elevata a sufficienza da non provocarle alcun suono dalla gola in caso di ulteriori ferite, ma si fermò qualche istante a riflettere sul fatto che si stava ciucciando il sangue ancora una volta, come sotto la sua roccia, lo stesso sapore sul fondo ma senza l’ossigeno dell’acqua corrente, senza quel guizzo vitale, eccezionale, ora invece venoso, nero probabilmente, lento, denso, schifoso. Le si appannò la vista, si sentì gli occhi secchi e le palpebre bloccate, la lingua cisposa, la gola serrata, lo sterno come infossato nello stomaco, lo stomaco di pietra, ma pulsante, le gambe di gomma, la testa pesante. Ruotò il collo e cercò lo sguardo di John come un naufrago può cercare una corda, un appiglio, qualcosa a cui aggrapparsi nell’istante in cui le forze vengono meno e nuotare è oltre ogni capacità. Non lo trovò: lo vide seduto accanto all’amico con una scodella di metallo che brillava al sole; ebbe il tempo di notare un qualcosa di plastica azzurra al suo interno, oltre il riverbero della luce, il dreadlock che gli scendeva lungo la guancia e quasi cadeva dentro la scodella, e di rendersi conto che pur nei dettagli vedeva tutto sfocato, quindi cadde a terra, ma non si sentì cadere, si sentì affondare, tremare, vibrare, scivolare… Cercò di chiudere le palpebre ma le sentiva ancorate alle ciglia; cercò di usare le braccia per aggrapparsi ai secchi ma non le sentì rispondere, non le sentiva affatto, come non sentiva più le gambe, neanche molli, semplicemente assenti. Sentiva solo lo sterno affondarle nello stomaco e il ventre pulsare, la testa pesare, cadere, lo sguardo svanire dove esiste solo il riverbero del calore sul ricordo dell’asfalto. A terra, cieca di luce, sorda di vento, cercò ancora di chiudere le palpebre, ma tutto ciò che riuscì a fare in quello sforzo fu di far uscire una lacrima.

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