Alla stazione degli autobus le seggiole erano fornite di piccoli televisori attivabili con un quarto di dollaro, ma Zaira non riusciva nemmeno a stare seduta. La sala d’attesa era gremita di gente e bagagli e cibo e odori, pochi rumori, si sentiva mancare l’aria, gli odori non erano poi così fastidiosi ma formavano un tutt’uno di qualcosa non molto simile all’ossigeno. Guardò distrattamente davanti a sé, oltre lo schermo quadrato del televisorino spento che le pendeva a neanche mezzo metro dal visto, e incrociò uno sguardo assonnato, un ragazzo che dormiva su due sedili, sopra il proprio borsone, biondo occhi azzurro sonno, appena socchiusi a incrociare i suoi, poi richiusi. Per un istante pensò sarebbe stato bello dormire come lui, sognare come lui, magari con lui, quindi si alzò di scatto e uscì dalla stazione, nel cortile antistante, dove una Luna piena illuminava la parete. Vi si appoggiò e respirò: inspira, espira, sospira. Poi di nuovo: inspira, espira, sospira, rasente la parete, ruota la schiena, la spalla ancora attaccata, come a sostenerla, a tenerla, come parte del muro, senza spigolo d’ossa, senza attrito, intonaco, appoggio. Non si accorse dei passi dietro di lei, ora al suo fianco, e una voce che le chiedeva come andasse. Si voltò: era un omone afroamericano alto e grosso, quasi due volte lei, in divisa, forse da poliziotto, forse da sorveglianza privata, forse una guardia del cane della Greyhound, un ufficiale qualcosa. Lo osservò attonita, i raggi della Luna ancora agli angoli degli occhi, lo guardò fissarla con un sorriso complice, a dire sì è bellissima stanotte, e rispose ok. Al che lui si voltò verso di lei, e con fare premuroso le ricordò ch’era una ragazza sola nella notte di una stazione degli autobus. Zaira abbassò lo sguardo, non aveva alcun bisogno di sentirsi vulnerabile più di quanto già non lo fosse, e il suo autobus non sarebbe partito prima dell’alba. Inspirò, espirò, sospirò: “quindi?”, chiese. Quindi sarebbe stato un po’ lì con lei a guardare la Luna, le rispose, ma poi avrebbe fatto meglio a rientrare. E così fu. Riportarono gli sguardi al cielo e non dissero altro, fino al momento in cui lei sentì la spalla tornare a essere uno spigolo d’osso contro il muro e decise di rientrare, ringraziandolo della compagnia.

Una volta tornata nella sala d’attesa, prese posto lontano dalle seggiole fornite di televisore, appoggiò la schiena e tenne stretta la sua borsa di rete in grembo, guardando il soffitto. Respira, e prova a chiudere gli occhi un po’, si disse, rivedi la Luna. Abbassò le palpebre come a riposarli, a reidratarli, con la ferma intenzione di riaprirli di lì a pochi istanti e tenerli bene aperti. Sentì una presenza accanto a sé e li aprì di scatto: due occhioni neri la stavano fissando, la bocca un po’ aperta, ora chiusa, la faccina imbarazzata, una bambina ispanica dai capelli nero pece e la pelle violacea liscia come solo quella di una bimba sui quattro, cinque, forse sei anni. Zaira le sorrise e il voltò della bimba si rilassò. Rimasero lì a guardarsi per un po’, nessuna delle due disse nulla finché Zaira non provò a chiederle come si chiamasse. Niente, la bimba abbassò lo sguardo. Sembrava non capire. Glielo chiese in spagnolo. “Maika”, disse. Bene, avevano fatto progressi. Ma la madre? Il padre? Qualcuno? Zaira si guardò intorno e le parve di riconoscere la madre qualche seggiola più in là, addormentata, e pensò: ok, Maika, tranquilla, ci sono io, fino al mio autobus. Stettero lì sedute a frugare nella sua borsa di rete senza parlare. Trovarono una macchina fotografica e si divertirono: il primo ritratto della bimba uscì con lo stesso sguardo imbarazzato che aveva avuto quando le si era seduta accanto, con la bocca un po’ aperta nello stupore dei loro occhi che si incrociavano dopo che Zaira aveva tentato di chiuderli, il secondo uscì con un gran sorriso. Poi si alzarono e andarono a fotografare una delle mini-tv spente, quindi il ragazzo che dormiva sul borsone, che ancora una volta levò le palpebre e la guardò per poi richiuderle… Un ragazzo, biondo occhi azzurri, evidentemente abituato allo stato di dormiveglia, in guardia, ma non allarmato dalla sua presenza. A Maika piaceva il suo ruolo di assistente fotografa. Zaira pensò di uscire a fotografare anche la Luna, con lei, ma poi decise che non sarebbe stato inopportuno se la madre della bimba si fosse svegliata proprio in quell’istante e non l’avesse vista, anzi decise che per sicurezza la cosa migliore ora era tornare a sedersi, il tempo era stato comunque ammazzato, la bimba sorrideva, l’alba si avvicinava.

Sentì annunciare il suo autobus per la baia. Cercò di spiegare a Maika che doveva tornare a sedersi vicino alla madre, di non preoccuparsi, che si sarebbe sicuramente svegliata a momenti: lo fece a gesti. La bimba capì al volo e quando si accomodò affianco alla madre le fece ciao con la mano e le riservò l’ultimo sorriso di quella notte. Zaira si alzò, tornò al cortile antistante, scattò una foto alla Luna e cercò la guardia. Quando la trovò, pochi passi più oltre oltre l’angolo, lo informò che c’era una bimba sveglia la cui madre dormiva e che lei stava per partire e che avrebbe preferito sapere che un occhio alla bimba qualcuno lo stava comunque dando. Lui le sorrise, le chiese dove fosse diretta, la tranquillizzò su Maika, era il suo lavoro precisò, e le augurò buon viaggio.

Una volta sull’autobus, Zaira strinse ancora a sé la sua borsa di rete e chiuse gli occhi per più di un istante, per più di qualche istante: si addormentò. Sognò d’essere su un’auto decapottabile che correva veloce su una riviera, una strada lungo la linea di un mare, lungo la spiaggia, un viale di palme alla sua sinistra. L’auto scorreva sull’asfalto più che correre, la sensazione era di estrema leggerezza, finché non sbandò verso destra, salendo sul marciapiede, sfiorando il muretto di una casa, una ringhiera, qualcosa, col muso. Nel sogno Zaira scendeva, un po’ frastornata ma intera, e attraversava la strada, raggiungeva la spiaggia, entrava in un locale a forma di cupola, bianco, illuminato dal sole in ogni sua parte, apparentemente vuoto, silenzioso, circondato di vetrate. Una volta dentro, quello che vide fu qualcosa di indimenticabile di lì ad anni, sogno o realtà che fosse: il posto era pieno di bambini, tutti più o meno dell’età di Maika, tutti rivolti nella stessa direzione, lo sguardo fisso davanti a sé, non del tutto verso l’alto ma con le testoline vagamente inclinate in su, a lei davano un po’ la schiena, un po’ il fianco, oltre le vetrate il mare, forse l’oceano, gli occhi bianchi, lucenti, illuminati di luce propria. Camminò tra loro dopo un lungo sconcerto, non si muovevano, non parlavano, respiravano? Aveva completamente dimenticato di aver appena avuto un incidente, nel sogno, e sempre nel sogno, non uscì mai da quel luogo, rimase lì, forse per anni, anche quelli a venire.

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