Gli si era abbandonata tra le braccia non appena l’aveva riconosciuto. Quando l’aveva scossa era scattata in piedi mani in avanti, spaventata ma non del tutto sveglia, e lui s’era alzato a sua volta, cercando di non toccarla ma tendendole le mani verso i fianchi e afferrando il suo sguardo: roba di qualche, teso, secondo. Poi il suo corpo le si era avventato addosso come esausto, la faccia nascosta tra il collo e la scapola, calda di un calore febbricitante, le braccia intrecciate alla nuca, le mani, le dita fredde. L’aveva cinta a sé, quasi a reggerla, l’aveva tenuta stretta per qualche attimo, il tempo di sussurrarle il suo nome e aspettare una reazione. Lei aveva annuito, affondando il mento sul suo petto e stringendo la presa al collo, il viso verso il suo braccio e i capelli odor della terra poco sotto la sua bocca. 

Le baciò la testa e ripetè il suo nome. Lei non disse nulla per un altro po’, poi si voltò, gli baciò il collo e lo guardò, scostandosi un po’ e bisbigliando a sua volta il suo nome. Si erano ritrovati, chissà come, chissà perché. Sciolse le braccia attorno alla schiena di lei, l’afferrò per la vita e la scostò da sé un altro po’, per guardarla non solo negli occhi ma anche in faccia, bene, cercare di capire: “che ci fai qui nel mezzo del nulla sola e, a occhio, esausta?”. Lei non rispose, non alla sua domanda, gli disse solo quant’era felice di vederlo, lo disse più volte, toccandogli il petto, le braccia, accarezzandogli le guance, come ad accertarsi che fosse davvero lì. “Sì, anch’io di vedere te”, le disse. Ma qualcosa lo metteva a disagio, qualcosa lo preoccupava, Zaira aveva una strana cera. “Stai bene?”, le chiese, ma lei non gli rispose se non con un’altra domanda, anzi decine: dove si trovassero, come ci fosse arrivato, perché, dove stesse andando, come andava con la sua ex, se volesse il libro che aveva nella borsa, se gli andava di mangiare qualcosa con lei mentre aspettava che i suoi panni s’asciugassero nell’asciugatrice in cui nel frattempo li stava trasferendo. Sembrava euforica, ma di un’euforia da mancanza di riposo e forse anche di cibo; sembrava stanca, ma di quella stanchezza che non ti consente di riposare. Cercò di rallentarla, la assecondò, le disse ok, andiamo, offro io, pancakes ok? Meglio bagel, decisero. Mise i propri panni sporchi e quelli dei suoi amici nella lavatrice dov’erano stati quelli di Zaira e uscì dalla lavanderia sorridendole. Lei lo aspettò seduta lì sulla panchina mentre lui avvertiva gli amici che stavano facendo rifornimento che li avrebbe aspettati lì, alla lavanderia con lei. Si fermò a prendere la colazione e la raggiunse. Le raccontò del deserto, della mantide che aveva montato, della figata che era stata, e di Laura, che aveva risentito dopo gli esami e dalla quale stava giusto per andare, a Seattle, senza impegno se non quello di rivedersi, ma con un po’ di speranza, quella sì, di poter ritrovarsi, riaversi l’un l’altro, tornare assieme, amarsi… Che s’erano sentiti sempre più spesso dopo la rottura e il silenzio e l’anno ognuno per sé, e un po’ ci sperava, che lei avrebbe capito, che erano l’uno dell’altra, ci sperava ancora e non aveva mai smesso di farlo. “Ma sono contento di rivederti”, le disse. Lei annuì, gli diede un bacio sulla guancia e lo ringraziò per la colazione, poi gli chiese che strada avrebbe fatto per raggiungere Seattle, se fosse passato da Sacramento, se lui e i suoi amici avessero posto per lei in auto. Purtroppo no, ma avrebbe potuto accompagnarla alla stazione degli autobus più vicina, quello sì, stringendosi un po’. “Vuoi il libro?”, gli ribadì lei: “te lo regalerei ma mi servono dei contanti, se puoi, Mark, scusami, ma mi faresti un favore, davvero”, aggiunse.”Anche senza il libro, Zaira… Ti servono per il biglietto?”

Fissò per un attimo la vetrina oltre la quale il sole iniziava a picchiare e una macchina si vedeva sopraggiungere dall’altro lato, dalla stazione di servizio, rallentare, parcheggiare: “be’, sì…”, rispose e aggiunse, con un sorriso teso che forse voleva essere ironico ma gli risultò sarcastico, “ma il libro accettalo per cortesia o mi sentirò una puttana che hai pagato un anno circa dopo.”  

Rise, la baciò sulle labbra senza alcuna malizia, sorrise: “tu sei la mia ragazza del palloncino viola con le stelle rosa”, le disse e “ma va bene, ti compro il libro, sei contenta?”. Lo era, come una bimba, ma non gli aveva confidato che le servivano delle garze e il disinfettante, non gli aveva e non gli avrebbe detto nulla di Sioux e quanto era accaduto e non l’avrebbe fatto. La vide riempire la sua borsa di rete con i panni caldi, asciutti e puliti, infilarsi la felpa, sorridergli e fargli cenno con la testa di andare dai suoi amici. Glieli presentò, sbrigativo, attesero che anche i loro panni fossero asciutti e partirono, verso la stazione degli autobus più vicina, dove la salutarono, loro con un cenno, lui con un abbraccio, uno di quelli senza tempo, in silenzio, fino a guardarla negli occhi, ripetere il suo nome e avere chiara la consapevolezza che non l’avrebbe mai più rivista.

 

 

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