La sessione di esami era finita e aveva potuto dedicarsi a quella scultura da portare e installare nel deserto. Aveva ben chiaro il motivo per cui aveva scelto di studiare ingegneria biomeccanica e la sua alta media di voti gli aveva confermato che non si sarebbe pentito della sua scelta, eppure gli rimaneva qualcosa di cui sentiva la mancanza e quel qualcosa era l’arte. Ci sarebbe stato spazio per la creatività in futuro, ma in quegli anni di studio non c’era ancora, era ancora alle basi, all’analisi, alla tecnica. Eppure manipolare la materia era quanto più adorasse fare. Gli mancava toccare, smontare, costruire, creare. Perciò con un gruppo di amici decise di dedicarsi a quel progetto: una mantide religiosa gigantesca di metallo. La stavano ancora disegnando mentre discuteva quale sarebbe dovuto essere il metallo e la questione più ostica da risolvere non era tanto come procurarselo e lavorarlo, quanto come bilanciare la presa a terra della scultura una volta ultimata. Doveva essere leggero ma pesante a sufficienza da non volarsene durante una tempesta di sabbia. Il deserto non era uno scherzo, andava dominato, sedotto, compreso. Un po’ come una donna, si diceva mentre gli amici discutevano. Pensava alla sua ex, che studiava in un’altra università, la sua ex del liceo, quella con cui era cresciuto, quella con cui aveva fatto l’amore per la prima volta, quella con cui s’era lasciato perché lei gli disse che avrebbero dovuto vivere ognuno liberamente gli anni del college. Aveva portato con sé la foto incorniciata e l’aveva messa sul camino di quella casa che aveva trovato poco fuori la cintura del campus. Prima di insediarsi lì aveva fatto qualche notte su un’amaca, nel giardino di amici, a ridosso del campus. Era settembre e il clima era ancora mite e l’amaca, infondo, una figata. Una figata perché ci rimase solo una manciata di notti e in una di quelle notti vide passare in cielo un palloncino viola con delle stelle rosa mentre si stava addormentando e quel palloncino camminava su e giù attaccato a un filo con un movimento che lo cullava e affascinava tanto da farlo destare, incuriosito da chi lo muovesse. Era una ragazza bruna, con gli occhi neri che si agganciarono al verde dei suoi in un istante, minuta, carina, sorpresa. La invitò a sedersi sull’amaca con lui e a raccontarle da dove arrivasse quel palloncino. Sapeva di esercitare un certo fascino, su tutte, su chiunque, tranne purtroppo sulla sua ex, non più. La passante gli diede subito retta e la cosa non lo sorprese, ciò che lo sorprese fu invece l’attrazione che sentiva per lei quando gli fu accanto. Era calda e il suo calore si sentiva pur senza toccarla. Sorrideva e il suo sorriso gli metteva voglia di baciarla. Parlarono un po’, viveva lì difronte da poco gli disse, stava rientrando a casa da una festa, non aveva parlato molto, la musica era troppo alta e la birra scorreva a fiumi da una tanica incastrata in un frigorifero, le aveva fatto piacere incontrarlo, ordinare una pizza e mangiarla con lui lì sull’amaca, accettare i suoi baci, farci l’amore, lì, nel cuore della notte, sull’amaca. L’aveva rivista qualche mese dopo, nella nuova casa, lei l’aveva raggiunto in autobus dopo uno scambio di email in cui lei gli chiedeva dove fosse approdato e lo chiamava marinaio. Lei era Zaira. L’aveva accolta con piacere, provava affetto per lei, e ancora stupore per la stessa attrazione fisica della prima volta. Era entrata e aveva attraversato la sala mentre lui le indicava il portico sul retro dove c’era un dondolo in cui avrebbe voluto sedersi con lei e, nel mentre, aveva notato il suo sguardo cadere sul ritratto della sua ex sopra il camino. Così le aveva raccontato tutto, di come l’amasse ancora e tanto, di come non riuscisse ad accettare che non fosse più sua, di come l’aveva lasciato, del perché insulso, di come avrebbe cercato di riconquistarla. Era rimasto colpito da come Zaira non s’era risentita, né scomposta, e l’aveva invece addirittura consigliato di rivederla non appena lei gliene avrebbe dato la possibilità. Gli piaceva Zaira, ma non l’amava. E forse nemmeno lei, ma il loro secondo incontro non fu meno magico dell’amaca. Salirono in mansarda, lontani dai suoi coinquilini, e fecero ancora una volta l’amore, sulle assi di legno, nudi, caldi, ansimanti ma silenziosi. Poi si salutarono, come amici, senza mai definirsi altro o tali. Forse tra loro non c’era stato altro che quel che si definisce del tenero, e poi s’erano persi, ognuno appresso ai propri corsi, lavori, impegni e quant’altro. Lei gli aveva lasciato un cappellino fatto all’uncinetto, un ricordo, un addio mai pronunciato… Non voleva altro coinvolgimento emotivo, ne dedusse dopo quel pomeriggio sul dondolo, e non la cercò più e lei non cercò più lui. Erano passati molti mesi dacché non la sentiva e non l’aveva mai più incontrata nemmeno per caso.

La mantide proseguiva il suo corso, si issava, si definiva, i pezzi erano calcolati al millimetro per poter essere trasportati e montati sul posto, il gruppo di amici con cui stava lavorando al progetto era entusiasta, anche della presa a terra che si sarebbe comunque dovuta confrontare con la prova del nove nel deserto non appena fossero arrivati. Il viaggio sarebbe stato magnifico anche senza una meta, senza un perché, ma con la mantide religiosa da issare nel deserto era tutta un’altra storia.

Non passò molto che il viaggio lo portò, prima della meta, in una lavanderia dove, incredulo, la reincontrò. Sporca di terra, svenuta, o forse addormentata, in un sonno convulso, sciupata, ma sempre lei: la sua ragazza del palloncino viola con le stelle rosa, Zaira.

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