Era riuscita a infilarsi i calzini puliti, arrivavano fino alle ginocchia e no, non erano meglio delle bende e/o delle garze che ancora non aveva, erano sintetici e prudevano da paura sui graffi e sulle ferite più profonde, probabilmente sarebbe stato il caso di arrotolarli fin giù sulle caviglie e lasciare la pelle respirare, ma per ora le andava bene così, cercava di non sentirli prudere contro la carne, si concentrava a non sentirli prudere, le era sufficiente che la fasciassero, la nascondessero, anche a se stessa. Gli slip se l’era infilati tenendo la gonna, se li era sfilati tenendo la gonna, li aveva sostituiti tenendo la gonna,  veloce come nello spogliatoio comune della piscina quand’era bimba e ci si vergognava e i maschi correvano oltre la non porta di quel posto per arrivare all’acqua dovendo passare da lì e ci sbirciavano dentro in un coro di risa e risolini ed esclamazioni onomatopeiche mai del tutto comprese. Teneva lo sguardo fisso sull’angolo di quella L di stanza, l’udito teso alla porta, ai rumori, ai passi, alla notte. Man, mano che toglieva gli indumenti li gettava nel cestello e ci si intravedeva nel riflesso sul metallo, come una macchia color pelle, veloce e isterica, ancora accucciata a terra, ora accovacciata, con la sua borsa davanti a sé sparpagliata come i suoi pensieri, e via la gonna, dentro, dentro con la maglia, e vestiti! Zaira, in fretta: maglia, vestito, felpa no quella dentro, tutto dentro, chiudi lo sportello, aziona, abbracciati. Si strinse nelle spalle, per scaldarsi un po’, si rilassò, roteò quel minimo utile ad appoggiare la schiena allo sportello, si strinse tra le braccia un altro po’. Cosa fare ora? Aspettare. E recuperare la rubrica dei numeri di telefono raccolti lungo la strada prima ancora di capire dove si trovasse esattamente. Era pelosetta, kitsch all’inverosimile, maculata, piena zeppa di numeri di telefono. Da quale partire? Chi chiamare? San Francisco, probabilmente, o Oakland, quel suo amico pittore, quella sua amica ispanica. O i ragazzi giù a Santa Barbara, nella casa dove le custodivano le valigie con dentro tutto ciò che possedeva. L’indomani, passo, passo, ci si sarebbe avvicinata. Forse a Sacramento. Sì, forse era la tappa più vicina. Anzi, Las Vegas. Che merda Las Vegas però… No nel deserto no, non di nuovo, non da sola. Stese le gambe, pensò alla colazione, aveva fame, anche un sonno ancestrale, ma il rumore dell’acqua le stimolava la vescica… Da quanto non mangiava, non beveva, non pisciava? Si alzò lenta, raccogliendo quanto era rimasto nella borsa, attraversò la stanza deserta, uscì in strada – din din – e cercò un angolo non illuminato in cui pisciare. Se l’avesse vista qualche poliziotto sarebbe sicuro finita dentro una notte almeno e non poteva permetterselo, di dormire in cella. Non voleva allontanarsi più di tanto, sentiva di dover fare in fretta, di nuovo, veloce e isterica, ancora, fino a liberarsi e tornare a sedersi, accovacciarsi, rannicchiarsi, estraniarsi, zittirsi, addormentarsi. Fece qualche passo, il silenzio di quelle strade sarebbe stato totale se non per qualche auto che passava di tanto in tanto, e si disse fanculo, mi scappa e la faccio. Veloce, isterica, in fretta, tra due auto parcheggiate, e tornò dentro come nulla fosse stato. Ritrovò la fine di quell’L, ritrovò le sue cose vorticare, si risedette, rilassò le gambe, le natiche le si stavano gelando sul pavimento zozzo, ma non ci fece caso e si addormentò quel tanto a rilasciare anche le braccia a terra, con i manici della sua borsa avvolti attorno al braccio destro, stretti con un leggero nodo, e dormì quel tanto necessario a non sentire quel rumore meccanico come un trapano nella nuca. Dormì di un sonno nero, brulicante di immagini, suoni e rumori, un sonno tremulo, di volti e mani e ginocchiate, non riposante ma inevitabile, confuso tra sogno e realtà, confuso all’inverosimile, tanto da non sentire quel din-din della porta senza percepirlo altrove, tanto da non destarsi finché due mani non le afferrarono le spalle e la spinsero verso la parete di lavatrice, facendole sbattere lievemente la nuca, dandole il buongiorno. Mise a fuoco lentissimamente chi aveva di fronte, capì lentissimamente ch’era giorno, ma il suo corpo era già scattato in piedi, i suoi sensi erano già all’erta, le sue braccia tese, le mani aperte a difesa. Vide due occhi verdi, un barba incolta, un’espressione attenta, quasi apprensiva, un cappellino di lana colorata fatto all’uncinetto: lo riconobbe dopo un po’. Quel cappellino l’aveva fatto lei, quella testa che lo indossava apparteneva a Mark. Mark! Non ci poteva credere… Mark, lì, con lei, lì non sapeva nemmeno dove. E lo abbracciò come l’acqua abbraccia una roccia.

Annunci