Nella lavanderia a gettoni non c’era quasi nessuno e chi c’era fissava i cestelli girare senza veramente guardarli. Zaira si sedette e attese. Attese che quei quasi nessuno diventassero nessuno, attese il tramonto, attese il buio, attese che si accendessero le luci del locale, si assopì sulla panchina di ferro e legno lì dentro cercando di non pensare. Teneva la gonna tesa sulle gambe rannicchiate, le ginocchia contro il mento, la sua borsa di rete tra le cosce e il ventre, lo sguardo sul metallo, sui panni degli altri che vorticavano, sui piedi, i propri e i loro, si fissava sulle scarpe senza un particolare motivo, cercava di non pensare ad altro che ai colori che vedeva, ai movimenti che percepiva, agli odori che sentiva. Era troppo esausta per decidere il da farsi, sapeva solo di dover cambiarsi, lavare quei vestiti intrisi di dolore e rabbia, medicarsi le ferite, procurarsi qualcosa per farlo. Chiuse gli occhi il tempo necessario di reidratarli, di riposarli, di recuperarne i pensieri tenuti lì tra le ciglia a guardare fuori come tutto fosse lì, fuori di sé, in quel mondo che si muoveva lento, in quelle scarpe che le passavano accanto, in quei silenzi stanchi che vedeva in chi non osava rivolgerle la parola o semplicemente ne coglieva la necessità d’essere lasciata lì, bocca contro la gonna avvolta attorno alle sue ginocchia, sola. Ascoltava le proprie ferite pulsare, si accarezzava con timore dove sentiva la stoffa appiccicarsi ai graffi, tirava piano, stringendo i denti sul labbro inferiore, per impedire che la cicatrizzazione lenta si fondesse al cotone, e attendeva, aspettava di essere sola, studiava quello spazio, cercava di capire dove avrebbe potuto sentirsi più riparata quando fuori si sarebbe fatto buio e lì dentro si sarebbe ritrovata in vetrina. Cercò di poggiare un piede a terra, perché le si stavano addormentando le gambe e perché voleva controllare gli spicci che aveva nella borsa, ma la gonna le scoprì la caviglia graffiata e una parte di stinco con del sangue coagulato e la riportò al petto velocemente. Staccò la bocca dalle ginocchia, drizzò la schiena, appoggiò le mani sulla stoffa, la tenne ben salda contro la pelle e appoggiò entrambi i piedi al pavimento con un guizzo simile alla coda di una sirena. Le cosce le formicolavano, la borsa le rotolò fin quasi a terra e il contenuto si sparse parzialmente davanti e tra i suoi piedi. La prima cosa a caderne fuori fu il suo quadernetto d’appunti, la seconda il suo portamonete. Bene, pensò, esattamente ciò che cercavo. Si piegò, li raccolse, li appoggiò sulle gambe, cercò la sua penna viola nella borsa, poi ne mise i manici attorno all’avambraccio e la spostò di lato, sulla panchina, dove l’avrebbe persa di vista mentre scriveva ma avrebbe sentito se gliela strattonavano. Aprì il tappo della sua penna colorata: aveva scelto il viola perché da tempo qualcuno a cui aveva confidato ch’era il proprio colore preferito, le aveva detto che il suo significato era la transizione, la trasformazione, e lei si sentiva in perenne, inesplicabile e implacabile, transizione. Scrisse:

I’m not satisfied neither,
I’m thirsty as well,
but I won’t decide
what is good or right.

Poi chiuse il suo quadernetto, lo ripose nella borsa alla sua destra e si guardò attorno. C’era una sorta di anfratto nella stanza, l’aveva notato da un po’, che quella stanza era simile ad una grande e grossa L maiuscola rivestita al suo interno di lavatrici e asciugatrici. Lì, vicolo cieco che portava all’angolo più in ombra della stanza, pur con le luci accese, pur con la vetrina sulla strada, avrebbe potuto spogliarsi, medicarsi, cambiarsi. Prese dalla borsa una maglia a maniche lunghe e un vestito lungo, di quelli che s’accartocciavano senza stropicciarsi e prendevano il minimo dello spazio nella borsa; cercò i calzini puliti… Un momento di apprensione temendo non ce ne fossero altri e invece li trovò, lunghi fino alle ginocchia, perfetti. Gli slip: c’erano? C’erano. Bene, aveva tutto. La felpa sarebbe rimasta quella dei giorni precedenti e futuri ma intanto l’avrebbe quantomeno sciacquata. Viaggiava leggera, raccoglieva ciò che le serviva lungo la strada, lasciava quello che non le serviva, barattava avocado con zucchero e zucchero con libri. In borsa aveva “2001: Odissea nello spazio” in edizione economica e tascabile, il libro più stropicciato che avesse mai avuto e che di lì a qualche giorno avrebbe venduto per procurarsi del disinfettante e delle bende. Per ora niente bende, per ora niente disinfettante: solo saliva e il cotone della maglia che avrebbe messo poi in lavatrice con la felpa, la gonna, i calzini, gli slip, le scarpe, la vergogna. Si alzò, fuori era buio, l’ultima signora silenziosa con la messa in piega sfatta e un sacco di vestiti asciutti e puliti stava uscendo, raggiunse l’angolo che aveva adocchiato, si accucciò e iniziò piano a spogliarsi, prima le scarpe, poi i calzini, dunque la maglia, uno sputo sulla stoffa e iniziò a sfregare dai piedi sperando non sarebbe entrato nessuno e se qualcuno fosse arrivato si fosse fermato alle lavatrici nell’ingresso, a guardarsi allo specchio alla vetrina che le luci avevano reso tale, come se il mondo fuori non potesse più guardare all’interno. Ma quel mondo guardava e lei lo sentiva… Lieve, perché le ferite su cui aveva iniziato a strofinare il cotone la chiamavano con maggiore decisione. Si mise a leccare le più profonde, liddove erano aperte, raschiando via il sangue rappreso solo attorno. Si sarebbe curata meglio il giorno successivo, ora voleva solo levarsi di dosso quell’odore di lui, il ricordo di lui, così come aveva buttato i suoi amuleti nel torrente avrebbe buttato quei vestiti nel vortice. E così fece.

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