Le premure di John non finivano col rimarginarsi delle sue ferite. John voleva sapere cosa le fosse successo, John voleva sapere chi gliel’avesse fatto, John voleva curarle l’anima e rivedere i suoi occhi riempirsi di vita e vuotarsi di quel rancore represso e inesplicabile, John voleva capire chi, come, dove, quando, perché.

Xania non riusciva a parlargliene se non fissando il terreno e giocherellando con la terra, ma ogni volta che provava a rispondere alle sue domande sentiva solo la voglia di andarsene, lasciarlo lì coi suoi punti interrogativi, fuggire dalle sue attenzioni e dal suo interesse. Ma il calore del suo corpo, la profondità del suo sguardo, la cura che s’era preso di lei e l’affetto che le dimostrava la tenevano lì come il miele tra le loro labbra e il fruscio delle foglie mentre il sole li scaldava e accarezzava. Rispondeva un po’ alla volta, un po’ sì e un po’ no, non riusciva, non sarebbe mai riuscita a raccontargli tutto ciò ch’era successo nelle ultime settimane in un sol fiato, aveva lei stessa dei grandi vuoti nel cercare di rammentare il tutto in ordine cronologico, dei buchi insondabili, neri come la notte senza Luna e senza stelle… Eppure il modo in cui lui indagava era tale da accompagnarla in quel viaggio a ritroso, a capire da dove venissero le ferite, a ricordare il foro della flebo, lo strappo dell’ago, la fuga, la terra umida sulla pelle gelida, il sangue coagulato, l’uscita di sicurezza. E piano, piano arrivò al racconto.

Era stata ricoverata per una complicazione durante una cura sperimentale per il suo cancro: la complicazione era una gravidanza, la conseguenza era un aborto forzato. “Non può permettersi di avere un figlio nelle sue condizioni, non avrebbe nemmeno dovuto essere in grado di concepirlo, le avevamo praticato un’iniezione che le avrebbe dovuto bloccare il ciclo, non avrebbe dovuto avere alcuna ovulazione e nessuna mestruazione, non ci spieghiamo come possa essere accaduto.”
A Xania non importava come potesse essere successo, era così: aveva una nuova vita dentro e un corpo malato di una patologia da catalogo che stavano cercando di curare con farmaci sperimentali, con la speranza che quei farmaci avrebbero debellato il cancro da lì a qualche decennio. Il suo era un tumore al sangue, nulla di asportabile. Il suo era un tumore, dicevano. E ora il suo corpo diceva di no, diceva di essere sano a sufficienza da concepire, accogliere e dare vita. Non avrebbe permesso loro di metterlo in discussione, aveva intenzione di stare a vedere cosa sarebbe accaduto dopo quanto era successo, per il semplice fatto ch’era successo e sarebbe dovuto accadere. Non era fatalista, lei, non credeva nei miracoli e nemmeno nel regno dei cieli, ma sentiva la vita nascerle e rinascerle dentro e non avrebbe permesso loro di togliergliela.
Quando cercò di opporsi all’aborto forzato la fecero circondare da uno psichiatra, psicologi, oncologi, ematologi e volontari tra i quali anche uno dei clown del reparto oncologico pediatrico, come se pensassero che avrebbe pianto e strillato come una bambina terrorizzata. Lei rimase calma e disse semplicemente di no, ribadì continuamente il suo no, non smise di dire no, azzardò uno stop: stop ai farmaci, stop a voi, alle vostre diagnosi e alle vostre prognosi, stop agli esperimenti, stop a tutti voi, ai vostri sguardi decisi, alle vostre parole incomprensibili, alla vostra commiserazione, alla vostra determinazione, stop.
Le dissero che non era possibile, le dissero che aveva firmato per le cure sperimentali, le dissero ch’era parte di un progetto di sperimentazione, ch’era un esperimento a cui non si poteva rinunciare a quel punto, che non avrebbe potuto decidere alcunché, che il suo corpo era loro, della sperimentazione e della ricerca, e non aveva alcun diritto di dire no arrivata oltre il punto in cui aveva avuto la possibilità di farlo, non aveva voce in capitolo, era la paziente n. 389 e non aveva altro diritto che continuare a venir curata da loro nel modo prestabilito e in corso d’opera, non aveva altro che il suo essere cavia e sull’aborto non poteva, non avrebbe potuto, mai, dire no; se si fosse opposta l’avrebbero sedata come una cavalla da corsa impazzita prima di entrare nell’ippodromo e sarebbe finita comunque al macello.
“NO”, ribadì Xania. E un ago le si piantò nella spalla. Non seppe chi di loro gliel’aveva piantato.
“Non avremmo dovuto dirglielo”, sentì. Non riconobbe chi lo disse.
“L’hai voluto tu, pensavi avrebbe capito che non era possibile portarla avanti”, colse da non sapeva chi.
“Te l’avevo detto. Merda, merda, merda. Ora ci tocca tenerla sedata e portarla dritta dall’anestesista e risolvere al più presto questa cosa”, e avrebbe voluto alzarsi dal letto e prenderli tutti a pugni ma non sentiva le braccia, né le gambe, solo la pancia che le pulsava, il battito del cuore che rallentava, il respiro che le scivolava dentro il torace, le palpebre che le pesavano, la lingua che le si gonfiava, la saliva che se ne andava, le voci che si allontanavano, il clown che rideva, o forse no. Avrebbe dovuto spaccargli quel suo naso rosso di tempera ma lo vedeva sparire, ridere, offuscarsi, ridere, dissolversi, avvicinarsi, morderla, voleva sbranarlo, ma svaniva, scompariva nel nero, le mordeva la spalla, le doleva la spalla, aveva un buco nella spalla, clown maledetto, era stato lui a forargliela, coi denti? Bastardo, schifoso, bestia immonda. Poi il buio, il nero, il nulla, fino a uno spiraglio.
Lo spiraglio di luce le arrivò lento ma implacabile, assieme all’odore inequivocabile di farmaci e sterilizzanti. Le palpebre pesanti si levarono quel tanto utile a farle intravedere una luce accecante. Le richiuse, attese, le riaprì quel tanto utile a farle intravedere dei tubi, dei cavi, delle forme filiformi alla sinistra del suo campo visivo. Le richiuse, riflettè, le riaprì quel tanto che le servisse a focalizzarsi su braccia e gambe, le proprie, ancora lì. Fece un tentativo e capì che ne era tornata in possesso. Si forzò di aprire gli occhi quanto più potesse e vide dove si trovava: l’anticamera della sala operatoria. Vide cosa aveva al braccio: l’anestesia e l’anestesista. Si focalizzò sul suo ventre: la vita. E poi l’adrenalina. E poi lo strappo, e gomitate, i pugni, la porta di sicurezza, la fuga, la terra, la notte, i fari, il fiume, la sua roccia, la corrente, John, il sole, il miele, l’amore semmai fosse quello che le raccontavano i suoi occhi azzurri ora di ghiaccio.

“Raccogli le forze”, le disse: “andiamo a vendicarti”, aggiunse.
“No, John, andiamocene e basta”, lo pregò.
“Raccogli i pensieri”, le ribadì: “nessuno deve essere cavia”, aggiunse.
“Ma tornerò a esserlo io se mi ritrovano, se mi riprendono, se torno lì”, a sguardo basso.
John le passò l’indice sotto il mento e le alzò piano il viso: “guardami, amore” e lei esitò.
“Guardami” e lo guardò.
“Quello che ti hanno fatto è inaccettabile e non permetterò loro di fare di te una fuggitiva per il resto della tua, della nostra vita”, le disse con una dolcezza che ardeva.
“E cosa vorresti fare?”, gli chiese.
“Lo decideremo strada facendo, nei dettagli, ma un’idea già ce l’ho. Te la spiegherò non appena avrai compreso quanto ti ho attesa. Ora raccogliamo le cose, la tenda, il cibo, e andiamo a cercarti altri vestiti, ho degli amici oltre il bosco, nella valle, che te ne possono dare, e ci aiuteranno a cancellarti da quel programma di sperimentazione, vedrai. Ci daranno una mano anche a far nascere il tuo miracolo, quando arriverà il momento, di questo sono certo. Sei la mia donna ora, stella luminosa, non hai più nulla da temere,  ti proteggerò anche dal tuo stesso sangue.”

Come avrebbe voluto poter credergli. Com’era inebriante fingere di credergli. Quant’erano meravigliosi i suoi occhi.

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