La lasciarono alla prima stazione di servizio. Si comprò qualcosa di zuccherato e fece una telefonata all’aeroporto per rimandare il volo di qualche settimana. Le dolevano le gambe ma non ci faceva caso. Salutò la sua sfortunata, giovane e bella compagna di viaggio con un cenno mentre discuteva la nuova data. Quando riattaccò, pagò la bibita con gli spicci che aveva nella sua sacca di rete dai colori dell’arcobaleno e uscì a guardare il cielo, le nuvole grandi e senza forma, l’azzurro di un’immensità spaccata in tanti pezzi, la vertigine di percepirla oltre il moto lento di quei mostri bianchi. Non aveva sonno, non era stanca né adirata, doveva solo continuare a muoversi, a muovere. Si sedette nei pressi della pompa di benzina e mise la testa fra le mani, doveva raccogliersi e ripartire, verso un qualsiasi dove e poi verso casa a prendere le sue cose sparse. Casa. Quale casa? Non era importante ora, il volo era rimandato e fanculo. L’avrebbe cancellato ma ci doveva pensare gran bene, servivano una pila di scartoffie per poter restare o un rifugio in cui fare la clandestina, un lavoro da spazzina o da spaccina. Non ora. Ora via. In piedi. Get the fucking up Zaira. E via. Si alzò e tese un braccio e lo sguardo verso l’auto che si avvicinava. Le si accostò come si stava per accostare per fare benzina. Era un uomo, cazzo. No! Un uomo solo no, pensò. E che diavolo ci faceva un uomo vestito da impiegato in mezzo ai monti? Not good. Ma chissene, doveva ridiscendere, via da lì, a farsi una cazzo di doccia fosse stata anche dentro una lavatrice a gettoni. I need a ride, disse. Il tipo annuì mentre faceva il pieno all’auto e non disse nulla, le indicò lo sportello del sedile anteriore del passeggero e le fece intendere che poteva accomodarsi.

Presero la strada in silenzio. Qualche miglia di silenzio. Poi la guardò. Aveva capelli corti e neri, ben pettinati, un’aria un po’ yuppie, uno sguardo porcino.

Le disse: “ho una pistola sotto il tuo sedile, cerca di non toccarla con i piedi, è sempre carica.”

Zaira si gelò. Annuì.

Aggiunse: “sei carina e io sto cercando moglie, me ne serve una, per pura cortesia.”

Zaira si rabbuiò. Guardò gli alberi scivolare veloci alla sua destra, una scia verde, marrone e nera di tempera strisciata con rabbia. “Io non sono cortese, non posso essere io, non sarò mai io”, disse.

Le si presentò. Si chiamava Adam. Non si adirò come lei si sarebbe attesa, non la minacciò di spararle in bocca, né la pistola né il cazzo, le disse soltanto: “mi dispiace, sei proprio carina.”

E incazzata e stremata, pensò Zaira. Prendo la tua minchia di pistola, ti piazzo la pallottola nella tempia alla prossima stazione di servizio, ti fotto la macchina e vado a farmi una cazzo di doccia. Ma non ne sarebbe mai stata capace.

Seguirono altri chilometri di silenzio. Miglia e miglia di silenzio fino al primo centro abitato, al primo agglomerato di case, fast-food, officine e chiese. Scese. Gli strinse la mano. Grazie Adam ciao. E via verso la lavanderia a gettoni, e via, soprattutto via.

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