John l’aiutò ancora una volta a rialzarsi. Xania era veramente debole, il caldo di mezzogiorno non le avrebbe giovato e inoltre iniziava a sanguinare più copiosamente. Il suo sguardo sembrava appannarsi. “Mi sta venendo sonno, temo”, gli disse. La afferrò delicatamente per un braccio, lei si diede una piccola spinta con l’altra mano ed entrambi salutarono il torrente con un cenno impercettibile del capo. “La mia tenda non è molto lontana, gli alberi la proteggono dal sole più inclemente e c’è del cibo, mangiamo qualcosa e poi ti ci riposi, ne hai bisogno, si vede”. Xania non capiva perché fosse così premuroso con lei, sentiva le sue parole come carezze sulle guance ad asciugarle lacrime mai cadute, si sentiva rapita dall’azzurro dei suoi occhi eppure in salvo. Temeva le sue domande, ma non i suoi occhi… Erano d’un grigio azzurro incantevole. La stava incantando? Perché? No, non era questo che sentiva. Era fuggita dall’anticamera della sala operatoria prima che potessero farle l’anestesia, s’era strappata via la flebo non appena l’anestesista era passato a dirle di stare tranquilla, che l’infermiera c’aveva preso e di lì a poco non avrebbe più pensato né sentito nulla, gli aveva assestato un pugno sullo sterno e una ginocchiata nelle palle ed era corsa via, via a gomitate, addosso a una porta di sicurezza, di corsa giù per un pendio, in mezzo al bosco, via, via anche il camice verde poltiglia, via da tutto e tutti, nessuno le avrebbe tolto nulla, nessuno doveva prenderle nulla, non il pensiero, non la coscienza, non i rimpianti e neanche i rimorsi, neanche per un attimo, tanto meno il suo utero e qualsiasi cosa ci fosse dentro, fosse anche solo l’isteria che dicevano; e poi giù nell’acqua per scampare ai segugi e ai fanali, giù nella corrente come un velo senza peso, giù sotto la sua roccia magnanima, ma all’erta, sveglia come un gufo, ferita come un lupo. E poi e ora e ancora John… John coi suoi occhi di cielo e nuvole, chiare e scure, John con la sua presa virile e suoi gesti, i suoi tocchi gentili, lievi e premurosi, oltre il mondo, oltre il tempo, davanti a lei. Avrebbe dormito nella sua tenda, non sa se mangiato, lo stomaco non dava alcun segnale, ma dormito, mio dio, dormire, magari! Pensò. Lo seguì pensierosa, qualche passo dietro i suoi. Odorava di sole e clorofilla. Si voltò a guardarla e sentì ancora una volta il calore del suo sguardo. Non la temeva? La sua camicia odorava di lui, di sole, clorofilla, terra e miele. Ci si sentiva avvolta come in una coperta, le palpebre iniziavano a pesarle. “Ce la fai? Manca poco”, sì: “sì ce la faccio, ma mi sto addormentando”, e le prese la mano. Xania si sentì più leggera, come se l’avesse sollevata di qualche millimetro da terra, e si lasciò portare. La tenda era in un cerchio d’alberi, arancione e verde pastello, alba e tramonto e bosco nel silenzio. Ci si addormentò in poco tempo, mentre lui ancora le parlava, quasi sussurrando ora, le diceva che le avrebbe preparato la colazione, e l’avrebbe medicata, di riposare intanto. Il sonno in cui sprofondò non era agitato, era il sonno di una bambina dopo aver pianto e urlato, nero e profondo. John prese le garze e il disinfettante dopo una mezz’ora che lei dormiva. Iniziò dalle gambe, con estrema delicatezza per non svegliarla. Xania si muoveva appena quando la toccava, a volte sospirava, ma dormiva profondamente. Scivolò nella tenda con lei per raggiungerle le mani e il braccio, quello andava fasciato. Quando ebbe finito lei socchiuse gli occhi e lo ringraziò con un filo di voce, poi li richiuse. La baciò sulla fronte. La mano stanca e abbandonata di lei si levò lenta e gli sfiorò una guancia, la sua testa si piegò un po’ all’indietro e le sue labbra trovarono la sua bocca. Gli occhi negli occhi, socchiusi quelli di entrambi, poi chiusi, poi l’abbracciò. Lei gli si rannicchiò nel petto. E rimasero così fino al tramonto, finché il cielo non ebbe lo stesso colore della tela della sua casa tascabile, finché anche a Xania venne un po’ fame e il pane con il miele già l’attendeva. John decise di imboccarla, piano, a piccoli morsi, e poi baciarla ancora, e ancora, e ancora. Aveva estratto una stella dal torrente, e splendeva tra le sue mani, nei suoi occhi. A Xania un paio di lacrime calde si sciolsero come ghiaccio tra le ciglia, le sentì cadere e sfiorare le guance di lui. Lo abbracciò come non aveva abbracciato mai nessuno prima e perse peso, come nella corrente del fiume quella notte, ma cullata dalla onde, dal sale del pianto lieve, nel mare della sua saliva, nel sapore di miele. Le aveva tolto il pensiero, i rimorsi e i rimpianti, i ricordi e il dolore, in un istante, ma non l’avrebbe picchiato, l’avrebbe amato, come lui la stava amando e l’aveva amata fino a quel momento.

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