Non sentiva stanchezza, solo rabbia. La sua vendetta non le era stata sufficiente a placarla. Decise che doveva andarsene da lì, dai boschi, dalla valle, dagli alberi e da quella bestia. Ridiscese il sentiero su cui aveva corso la notte precedente per poi risalirlo. Ricordava di aver intravisto dei segni di pneumatici sulla terra secca più giù, a scavare l’erba di una piana. Rallentò il passo, l’orangotango avrebbe dovuto essere oramai a distanza di sicurezza. Prese respiro e si concentrò per ricordare com’era arrivata a quella distesa illuminata dalla Luna piena e deserta, poi riprese il passo sostenuto, non più una fuga ma quasi. Si fottesse la bestia, era arrivato il momento di tornare alla civiltà, di recuperare una cazzo di bottiglia d’acqua e dissetarsi con la plastica, magari una bibita. Comunque, via di lì. Mentre camminava nel sole di mezzogiorno la sua testa si vuotò di ogni pensiero, ma le forze non le vennero meno: l’adrenalina che aveva ancora in circolo l’avrebbe portata avanti come una dinamo, la sentiva come l’elettricità di un fulmine che l’avesse attraversata e lasciata incolume, circa. Si tolse una delle maglie che indossava e se la avvolse sulla testa come un turbante, fece un nodo alla gonna più verde militare che muschio ora, alzandola e fissandola poco sopra le cosce. Notò le ferite alle gambe, agli stinchi, alle ginocchia, i graffi fra le cosce, vide l’ecchimosi alla caviglia che le aveva afferrato. Fuck it, pensò, e proseguì fottendosene che si vedessero, lasciò loro prendere aria, lasciò che il Sole le scavasse e curasse. Proseguì fino alla piana, fino ai segni dei pneumatici, ci si mise sopra, pensò di sedersi ma le gambe non le si piegavano volentieri, il corpo non aveva alcuna intenzione di rilassarsi, non ancora. Restò lì, sotto il sole cocente, ad aspettare, vuota di ogni pensiero tranne che: via di qui.

Crederci o no, vide sopraggiungere un camioncino di lì a poco, non un furgoncino, qualcosa come un’auto sei o sette posti ma più grande, bianco ruggine, con quel muso da ho fatto più strada sterrata di quanta tu possa immaginartene. Al volante un uomo, al suo fianco dei piedi nudi appoggiati sul cruscotto. Fece due, tre passi indietro dalle tracce di pneumatici e le si fermò davanti, finestrino già giù, parole magiche: “ti serve un passaggio?”. Sì, cazzo, sì: “Sì, grazie, non importa dove”. “Ti porto alla pompa di benzina, poi lì vedi tu, ok?”, le disse, barba folta e bruna e capelli ricci e sudati sulla fronte. “Sì, perfetto”, e salì dietro il sedile del passeggero. Il tempo di accomodarsi e “ciao, io sono Zaira”. Un ciao di lui, poi il silenzio. Un cane col muso tra i due sedili di fronte la guardava con occhi dolci come pochi, la scrutava, la studiava, la salutava zitto e calmo. Quei piedi nudi sul cruscotto erano ora due gambe nude, snelle e lunghissime, e un riflesso sullo specchietto retrovisore. La ragazza, pallida e sonnolente, teneva la fronte fra le dita e tra esse nascondeva uno degli occhi, il capo reclinato sulla spalla destra, in un’espressione stanca e triste. Non dormiva, ma quasi. Parlò senza muovere altro che le labbra, lentamente, flebilmente. “Ciao, Zaira”. Era giovane e bella, come tutti gli eroi, non come i reduci di guerra, ma aveva nello sguardo a mezz’asta quel qualcosa che ne ricordava una. Il camioncino svoltò a sinistra, ballonzolarono tutti e quattro sulla terra secca e sconnessa, anche lei. Appoggiò i piedi, si mise a sedere, si voltò e le fece un sorriso. L’occhio che Zaira non aveva visto allo specchietto era pesto, nero e viola e giallo, ma non gonfio. “Non sono molto loquace, oggi, scusami”, le disse lei, ma non le si presentò. Dimostrava sì e no sedicianni, forse diciotto. E cazzo se era bella, anche con quell’occhio pesto. Zaira non si trattenne e le chiese cosa le fosse accaduto, snodando la gonna e lasciandola scivolare nuovamente sulle proprie gambe nel momento in cui si rese conto che non avrebbe tollerato la stessa domanda a se stessa. La ragazza iniziò a parlare, come potrebbe fare una bimba a cui chiedi che incubo l’ha scossa ma lo fai mesi dopo. La sua voce era asettica, non tradiva alcuna emozione. Aveva sedicianni, sì, e un marito in galera da qualche giorno. E questo era quanto.

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