Perdersi nel bosco era quanto più adorasse al mondo. I suoi genitori l’avevano cresciuto in una casa di vetro a forma di piramide in mezzo ai boschi, e gli alberi l’avevano cullato e nutrito. Ora preferiva la sua tenda, era comunque un parallelepipedo ma leggero, manovrabile, molto meno statico e isolante del vetro. C’erano cereali e miele, nella sua tenda, qualche tozzo di pane anche. Appena Xania si fosse un po’ riscaldata ce l’avrebbe accompagnata e l’avrebbe nutrita. Sentiva la sua doppia anima e la sua sofferenza. Avrebbe voluto vederla riposare. Le sue ferite erano bianche di gelo, erano graffi e strappi, ma l’unica che ancora sanguinava un minimo era quella sull’avambraccio. La vide di striscio, tra un dreadlock e l’altro. Il cranio rasato la faceva apparire traslucida. Probabilmente aveva estratto dalla corrente una stella e glielo disse: “sento la tua doppia anima; perché sanguini?”.

Xania lo fissò con lo sguardo di un cucciolo terrorizzato ma grato. Non emise alcun suono. Abbassò lo sguardo e si fissò l’avambraccio poco oltre il polso. Rosso, scuro, lento, denso. “Flebo”, rispose dopo un po’. E anche: “avevo una gemella, l’ho divorata”.

John non commentò. Stettero in silenzio ad ascoltare il torrente un altro po’. Quelle parole non lo scossero e non lo misero in allerta. Ciò di cui era certo era che quella creatura aveva bisogno di recuperare le forze e mangiare qualcosa. Aspettò. Vide altro sangue sulle unghie e si accorse che erano in buona parte spezzate. Pensò che alla tenda avrebbe potuto anche medicarla e l’avrebbe fatto. Poi. Ora fissava il sole e pensò di afferrare lo sguardo di lei e lasciare che i propri occhi azzurri le raccontassero il cielo, in un silenzio infrangibile.

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