La cascata d’acqua iniziò a colorarsi di riflessi blu e viola più accesi, il freddo le aveva oramai anestetizzato l’intero corpo, anche i pensieri, e tremava stringendosi forte le gambe contro il petto, la testa ancora appoggiata alla roccia, ancora all’erta. Doveva uscire da quel rifugio, ma aspettare il giorno. Decise di leccarsi le ferite, nel frattempo, l’alba non avrebbe tardato più di tanto. Era un lupo nella sua tana provvidenziale e doveva leccarsi le ferite. La lingua era calda e umida, l’acqua che le cadeva attorno gelida. Decise di leccarsi anche dove non c’era alcuna ferita. Le spalle, le braccia, fino alle dita: le lasciò in bocca finché non le sentì tornare a vivere, lo sguardo fisso sui riflessi dell’acqua. Ora era rosa, viola e rosa, ora rossarancio, ora arancione: l’alba. Un altro po’, pensò, e si leccò le ginocchia, parte delle cosce, gli stinchi fin dove arrivava senza dover toccare la cascata, i polpacci. Bianca: giorno. Ora era il caso di raccogliere tutta la sua forza, avrebbe dovuto far resistenza all’acqua, aggrapparsi alla sua grande roccia, riemergere impedendole di trascinarla: impossibile, probabilmente, ma doveva provarci. Respirò a fondo, serrando un pugno a due mani sopra lo sterno e facendo pressione con le braccia sul torace per forzarsi a respirare di diaframma, occhi chiusi e concentrata, dunque si rannicchiò issandosi sulle punte dei piedi e sporse il braccio destro nell’acqua… Una potenza che la fece oscillare. Si voltò, faccia a faccia con la base della sua roccia magnanima. Piantò meglio i piedi in tutta la loro lunghezza e cercò di ancorarsi, piegò la testa verso l’acqua alla sua sinistra e quando sporse entrambe le braccia per agganciarsi alla roccia ci si ritrovò dentro di faccia. Era scivolosa di muschio e acqua ma riuscì a far presa su un’erosione, un’intersezione, una cavità, qualcosa. Si lanciò. Le dita divennero uncini, la corrente le tolse il peso del corpo e lo inglobò, stirandola come un velo in tutta la sua lunghezza, togliendole ancora una volta ogni forza tranne che alle dita, alle mani, a quanto di lei ne restava fuori. Cercò di far riemerge almeno i gomiti, per far leva e tirar fuori la testa, almeno il naso, la bocca, riaprire gli occhi, liberare le palpebre dalle sferzate di ghiaccio. Ci riuscì, a gran fatica ma ci riuscì. Il resto del corpo era altra questione, era troppo. Come avrebbe mai potuto farcela? Ecco la risposta, lì davanti ai suoi occhi appena riaperti a filo d’acqua: una mano tesa. L’afferrò senza pensarci un secondo di più, lasciando una delle mani ancorate alla sua roccia, la sinistra. Attorno al suo polso sentì altre cinque dita, poi la mano libera e dieci dita, due mani a tenerla con forza, a fare presa e leva. Lasciò anche l’altra mano e afferrò il polso di chiunque fosse con un gesto simile a un’apertura alare, o al salto di un salmone. Si sentì tirare. Si vide tra due rocce. Sentì tornare il peso di mezzo corpo in superficie, poi i fianchi, quindi le ginocchia, cercò di appoggiarle alla roccia ma le scivolarono via, la presa strattonò e si ritrovò a terra, supina. Vide il cielo azzurro senza nuvole, la luce fortissima del sole tra le macchie nere, forse di alberi forse nei suoi occhi, si portò le braccia e li coprì, cercando di attutirne la sensibilità. Chi l’aveva estratta da lì? Temeva di saperlo. Poi sentì il calore di una stoffa sulla pancia, sul seno, e una mano la sfiorò. “Tutto ok?” le disse una voce. Era accovacciato affianco a lei e le aveva messo una camicia sul corpo nudo. “Faresti meglio ad indossarla, e a spostarti al sole, tremi”. Xania lo sentì, lo guardò, lo vide, si sedette lenta e indossò la sua camicia. “Grazie”, gli disse. Lui le porse nuovamente la mano, in un gesto meno virile ma gentile, per aiutarla anche a rialzarsi da terra, e ancora: “andiamo al sole…”. L’afferrò nuovamente. Le dolevano le gambe, e aveva i piedi congelati. Lui la cinse per le spalle e le disse: “io sono John, tu?”.

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