Non appena il Sole iniziò a picchiare, Sioux decise di tornare nell’ombra, all’ombra del suo albero. Si sedette e meditò per qualche minuto con i suoi amuleti tra le mani. C’erano ricordi discordanti, ricordi violenti, una gonna color muschio e una donna nei suoi pensieri, forse anche sotto le unghie. Poi sentì dei passi e aprì gli occhi: era lei, con la sua gonna strappata e gli occhi cerchiati di nero. Era la donna del cerchio di fuoco, la donna che aveva voluto con tutte le sue forze e che era fuggita nel buio della notte. Era la sua preda ed era tornata. Era la sua fame, senza zanne. Lei lo fissò, in silenzio. Ti ho ritrovato, pareva dirgli. Non minacciosa, sembrava esausta, ma determinata. A cosa? Lei continuava a fissarlo, decise di alzarsi e sostenere il suo sguardo alla pari. Dunque parlò: “quindi volevi scoparmi? Ok, scopiamo”. La sua preda. Era sua. La sua fame l’aveva richiamata a sé. Fece per cingerla ma lei lo spinse a terra, con la forza dell’intera foresta. Si mise a cavalcioni su di lui e lo tenne al suolo per le spalle, cingendogli le ginocchia con le gambe attorcigliate alle sue. So you wanted to fuck? Ok, let’s fuck: era l’eco del Sole. La sua preda senza zanne era arrivata ed era sopra lui. Un’amazzone. L’ombra dell’albero la dipingeva contro il cielo. La lasciò fare, lasciò che saziasse la sua fame, la lasciò cavalcare con la rabbia di chi non vuole essere vittima ma semplicemente morire, di una piccola morte, tra le sue mani. Le cinse i fianchi con le dita sui glutei, lei le scansò con forza, aspettò quel che voleva aspettare, il suo lamento, e si rialzò di scatto. La sua preda era in piedi e non l’aveva divorata. La sua preda lo fissava ancora e stava zitta. Nel suo sguardo nulla era cambiato rispetto a quando le si era materializzata davanti. Ma la sua fame era stata saziata. Si sedette, raccolse le gambe e la guardò. Tre secondi per pensare non gli bastarono, ce ne vollero quattro, forse cinque, poi decise che era la sua donna. Raccolse i propri amuleti, si alzò e glieli mise al collo. Si offrì di riaccompagnarla, le raccontò che viveva su quell’albero da un po’, che tempo prima aveva vissuto sugli alberi della Nuova Zelanda, che il suo nome era Sioux non perché appartenesse a quella tribù ma per scelta di sua madre, che sì apparteneva a una tribù ma d’altro tipo, che sapeva parlare la lingua degli animali. Lei stette in silenzio, camminando piuttosto sostenuta, continuava a stare in silenzio, non disse una parola fino a: “lasciami andare, ora”. Lo ferì. E lo spiazzò. Sioux tacque e fermò il passo, lei continuò, più spedita. Non la vide, più avanti, gettare i suoi amuleti nel torrente. Era una preda che non avrebbe mai accettato di essere vittima. Era la vendetta di Zaira.

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