Rimase a fissare il fuoco. Era meraviglioso, vivo, caldo, sfavillante, amico. S’era fatto spazio tra le persone senza guardarle, senza accorgersi di sfiorarle o scansarle. Erano lei e il fuoco, lei il suo calore, lei e quel tepore nelle ossa, quel bruciore sulla pelle, quella vita che le scorreva nel sangue e asciugava la terra sulle ciglia. Piano, piano iniziò a scrollarsi la terra secca di dosso, con le unghie e le dite, lentamente, un suo personalissimo rituale di rinascita, senza sentirsi osservata, senza sapersi tra la gente. Lei, il fuoco, il suo corpo e gli strappi sui suoi vestiti, nient’altro. Portava una gonna lunga e morbida quella notte, verde muschio. Maglie a cipolla. Gli strappi erano della terra che l’aveva reclamata, non li odiò, li accarezzò. Fece qualche nodo a quelli più vistosi e tornò a fissare il fuoco vivere, ne era ipnotizzata.

Due mani si appoggiarono sulle sue spalle, alle sue spalle, premetterò, strinsero e rilasciarono. Si voltò di scatto. Un uomo le sorrideva. Era poco più alto di lei, aveva forza. “Hai bisogno di un massaggio”, le disse, e premette i pollici contro le vertebre più alte portandoli alla nuca, fin su. Zaira si sentì mancare le forze, abbassò la testa e chiuse gli occhi per non guardarsi inerme, in piedi, tra le sue mani. Lo lasciò fare e non si voltò una seconda volta. Si impegnò a raccogliere le proprie forze. Appena la presa divenne più debole, si scostò di un passo, poi un altro, poi abbandonò il cerchio, lasciò il fuoco, si allontanò nella valle, senza dire una parola. A una decina di metri, col fuoco alle sue spalle, si sentì afferrare da dietro, due braccia le si insinuarono tra il torace e le proprie, le cinsero le spalle, un corpo le si appiccicò alla schiena, alle gambe, le ancorò fino a costringerle a camminare del loro passo, cadenzato, veloce, forte. Le sussurrò qualcosa all’orecchio che non capì, sembrava una lingua arcaica, antica, nemica. Lo shock la paralizzò. Chiunque l’avesse afferrata era il suo esoscheletro in quell’istante. Non mollò la presa fino al punto d’ombra, dove la luce della Luna non arrivava. Quando vide il limite della luce Zaira iniziò a fare resistenza, cercò di riprendere l’uso dei propri arti, di non procedere oltre. Era un uomo, senza dubbio. Molto forte. Le si scostò di poco dal corpo senza lasciarle le spalle e le braccia, e le assestò un calcio alle gambe che la atterrò. Non ebbe il tempo di rendersi conto di essere a terra che lui le era sopra, le teneva con forza i polsi al suolo, come ad ancorarle le mani, e la schiacciava fino alle caviglie. La paura che aveva provato al tocco lieve di Little D non era terrore, in quel momento lo capì. Questo lo era: la voce le cadde nel ventre, nessun muscolo del suo corpo riusciva a muovere alcunché, il cuore le si impietrì, i rumori e le voci del bosco si amplificarono e il mondo attorno iniziò a vorticare veloce. Sentì un gufo, forse una civetta, altri versi, probabilmente lupi, e ancora non capiva i sussurri di quella creatura che aveva sopra e continuava a ghignare e sussurrarle alle orecchie parole antiche, incomprensibili, nemiche. Poi capì, “hai bisogno di un massaggio”, aveva detto. La collera le montò come un mare in burrasca. Non appena il suo massaggiatore le lasciò una mano per alzarle la gonna e penetrarla reagì con la forza della foresta e lo fece rotolare via, si rialzò, si voltò, cercò di correre, ma da terra lui le afferrò con forza una caviglia e l’attrito la ributtò al suolo, di faccia, dando alla bestia eccitata il tempo di rialzarsi, gonfiare le spalle, e vendicarsi. Fuggire non era stata una buona idea, pareva. Le ripiombò addosso, senza gettarsi ma afferrandola per i fianchi, voltandola e caricarsela in spalla per poi ributtarla a terra. L’urto la scosse, atterrò di lombare, poi di testa, ma l’istinto di sopravvivenza ebbe la meglio e si rialzò di scatto, iniziando a correre non più in direzione opposta ma di lato. Corse con il vento, come il vento, nel buio del sentiero senza Luna. Corse finché non le cedettero le gambe. Corse probabilmente per ore. Poi si accasciò, e pianse. Ma la fuga era stata un’ottima idea, anzi un istinto vitale, viscerale.

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