Sentì dei piccoli passi, minuti, sempre più vicini. Trattenere il respiro cominciava a diventare difficile, le radici le premevano contro gli spigoli delle ossa, la terra la bagnava come acqua scura e sordida. Com’era finita lì dentro, lì sotto? Non se lo ricordava più. Ricordava il bosco, gli alberi filiformi e altissimi, sentiva dei passi, sopra di lei. Una scarpa le schiacciò una caviglia, cercò di non urlare pur consapevole che il silenzio era oramai inutile. Mugugnò. Il terrore la colse, il dolore la paralizzò ulteriormente, la voce morì in un lamento e le cadde dentro. Una mano la sfiorò, poi due mani iniziarono a mulinare, a togliere terra, strappare radici, spostare rami, fino a far entrare un raggio di Luna, e vederla. Zaira volse lentamente lo sguardo, vide solo un’ombra e un filo di luce come una corda a cui aggrapparsi. Non sentiva più una delle pareti di terra contro i fianchi, non c’erano muri addosso alla spalla destra, né uncini sulle costole. Decise di lasciarsi rotolare. Chiunque fosse quell’ombra aveva le scarpe, di questo era certa, ma ci avrebbe pensato poi. Prima via, fuori di lì, poi. Rotolò e si rizzò, aggrappandosi alla luce della Luna, alla sua forza. Si trovò faccia a faccia con l’ombra. Era un ragazzo, non molto alto, comunque meno di lei. Aveva quell’espressione stupita, un po’ impaurita, di chi non avrebbe mai voluto pestarle un piede. Aveva quell’ingenuità limpida di chi è inciampato in una radice. Ma aveva avuto la forza di liberarla. Una forza bambina. “Grazie”, gli disse e anche: “mi sono persa”. Il ragazzo annuì, con un’aria di sollievo. Ma scosse anche la testa e poi formò una D con le dita delle mani sporche di terra. Zaira si tramutò in un punto interrogativo. Il ragazzo dunque portò un indice all’orecchio e poi alla bocca. Lei capì: “deaf”, sordo, e muto. Sordomuto. Ok, Little D, pensò, grazie. Alzò lo sguardo e vide la Luna piena tra le cime degli alberi, la seguì tra le loro ombre, la vide illuminare l’intero bosco circostante e sorrise. Socchiuse gli occhi e fece un respiro profondo, poi un altro ancora, di diaframma, e sorrise di nuovo, gli sorrise e lo ringrazio con lo sguardo. Lui le fece un cenno con la testa, significava ti guido io, fuori dal bosco, l’avrebbe capito di lì a poco. L’aveva già tirata fuori una volta, l’avrebbe seguito in ogni caso. Camminarono in silenzio, fianco a fianco, per un tempo indefinito, immersi nel respiro degli alberi illuminato dalla notte. Attraversarono un ponticello di tronchi appoggiati lì, sopra un ruscello. Seguirono la luce della Luna. Si ritrovarono in una valle, grande abbastanza da contenere un fuoco acceso attorno al quale erano radunate decine di persone. Il fuoco e la Luna l’uno sotto l’altra, l’una sopra l’altro. Saliva fin quasi a toccarla, in volate di fumo ritmico. Zaira non credette ai propri occhi, ma corse come una bimba a scaldarsi, la caviglia non le doleva, non le doleva più nulla. Si congedò da Little D a metà della sua corsa, della loro corsa, incredula di tanta fortuna, incredula di tanta premura. Grazie Little D, pensò ancora, grazie, e l’abbracciò. Poi raggiunse il cerchio di fuoco e calore. E lì lo perse di vista.

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