Invisibile prima che al caldo. L’odore e il colore della terra addosso, il suo sapore sulle labbra secche, le mani congelate. E poi le sirene in lontananza. Quindi i fari, i riflettori, lo sapeva, li stava aspettando. Il suono viaggia più lento della luce, sicuro i fuoristrada erano più vicini di quanto le sembrassero, e i cani liberi. Non pensare, agisci. Ascolta, annusa. Salvati. Un piede le scivolò nella terra cedevole e comprese: c’era un pendio alla sua sinistra. Se fosse stata fortunata ci sarebbe stato un ruscello, un torrente, un fiume, la salvezza o la morte. Sentì i cani abbaiare. Le sirene in lontananza le rimbombavano nella testa come armi acustiche alla massima potenza, ma la voce dei cani la cinse come spari a sfiorarla. Non pensare, agisci. Non ti paralizzare, rotola. Salvati. Si lasciò cadere e rotolò lungo il pendio. Sentì uno strappo, sentì i graffi, il sangue umido e caldo lungo la coscia, una frustata alla schiena, una pietra nell’addome, continuò a rotolare. Cercò di pensare a quand’era bimba e rotolare nell’erba giù dai pendii di montagna la faceva ridere. Cercò di pensare che lo faceva anche da ragazza con gli amici. La faceva ridere. Non sentiva l’erba sulla pelle ma sorrise, isterica di speranza. Si stava salvando, si stava salvando, se lo ripeteva. Gli spari abbaiavano sempre più vicini, sentiva le loro zampe sui rami secchi. Ci doveva essere un torrente, ci doveva essere una voragine, ci doveva essere qualcosa che la inghiottisse e la nascondesse. C’era. Era gelida. Era acqua. Era velocissima e potentissima, nera di una notte senza stelle. La inghiottì e la trascinò, la fece vorticare, le tolse il respiro, le prese le forze e si sostituì alle sue, la mosse, la rigirò, la piegò, la spinse, le anestetizzò le ferite, le lavò via il sangue, lo lasciò scorrere nella corrente. Poi la urtò. Si ritrovò seduta, con le ginocchia sugli occhi e le mani tra gli zigomi e le giunture. Respirava di nuovo ma non capiva. Scostò di poco la testa, indietro, sentì una parete di roccia. Cercò di mettere a fuoco ciò che vedeva oltre le proprie ginocchia che semplicemente sentiva. Era acqua che cadeva, era un raggio di luna che la illuminava. Piegò ancora un po’ la testa all’indietro, scivolando piano lungo la parete di roccia che sentiva grattarle il cranio rasato. Vide altra roccia, vide una sola, grande, nera e imponente roccia sopra di sé. Rimise a fuoco e guardò ancora avanti. Quel raggio di luna le permise di vedere la cascata d’acqua tutt’attorno al suo corpo rannicchiato. Cadeva velocissima, meravigliosa, lucente, le dava ossigeno. Lì respirava e quell’aria era fresca, rinvigorente, confortante. Era ancora viva, senza più tracce di terra sulla pelle, giusto qualche rivolo di sangue che scivolava caldo dalle ferite. Ma era viva e nascosta, inodore e incolore. Ora poteva pensare. Aspettare e pensare come uscire da lì. E intanto respirare.

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