Era sceso dal suo albero, una sequoia centenaria tra i cui rami aveva appreso a riposare fin da cucciolo, dapprima salendo in fascia alla madre per poi imparare ad arrampicarsi e riscendere al suo stesso modo, agile e leggero come un ragno a quattro zampe. Doveva procurarsi dell’acqua, sciacquarsi le ferite, bere.

Aveva piena memoria della sua esistenza civile, in adolescenza, da ribelle: l’acqua la si trovava in contenitori di plastica o vetro, la si acquistava a galloni, la si raggiungeva come una qualsiasi merce tra le mura d’un commerciante. Non ne aveva un bel ricordo. Non come delle biblioteche in cui imparò a leggere, non come della prima biblioteca in cui mise piede. Eppure era necessaria come la sete e non poteva esimersi dal ricordarne il sapore metallico e trasparente, in particolare in quei momenti in cui per procacciarsela si affidava invece ai suoi sensi, agli odori e ai rumori portati dal vento. Sapeva con chiarezza dove si trovasse rispetto al suo albero, ma si tendeva verso la sua voce, ogni volta, ci si metteva in contatto prima ancora di toccarla. Drizzò la schiena, si sgranchì le ossa, fece un respiro talmente profondo da socchiudere gli occhi e si avviò, con passo deciso e sostenuto, quasi a lasciar dietro di sé ogni pensiero, nello specifico ogni ricordo discordante.

L’alba era armoniosa, silenziosa, lieve. Lo faceva sentire in pace con se stesso e carico di propositi, di speranze, di forze. L’aria odorava di clorofilla e terra. La sete si faceva sentire ma non lacerava, la fame sarebbe giunta con passo felpato, senza zanne insidiose, quel giorno. Il suono del ruscello si avvicinava, il muschio del Nord lo segnava morbido. Non c’era ragione di non assecondarla, nessun motivo per non seguirlo. La solitudine era la sua benedizione, chissà per quanto ancora il Grande Spirito gliel’avrebbe concessa… L’aveva ripudiato, rinnegato, dissacrato per anni, eppure una volta tornato lì, in quel luogo sacro ch’era stato la sua prima casa, era stato accolto, accudito, risanato, nella solitudine delle sue stelle, tra le orme dei suoi avi, dal calore di quanto rimasto del loro passaggio. Chissà ancora per quanto. Sentiva l’aria elettrica, non di prossima tempesta, non di nuvole e acqua, ma di un qualcosa che nella notte doveva aver smosso gli equilibri della foresta. Sentiva quel qualcosa, un odore nella brezza, simile al calore della carne pulsante. Lo sentiva come potrebbe sentirlo un predatore, di pancia, ma a lui arrivava alla fronte, lo immaginava, lo materializzava. Felpato e senza zanne, si sarebbe avvicinato con la fame, in essa o assieme.

Mise le mani a coppa e bevve l’acqua saporita della sua terra. Naso, bocca, occhi, bevve con il volto immerso nelle sue stesse mani fino a sentire il bisogno d’immergere la testa nel torrente, le braccia, strofinarle e intorpidirle, anestetizzarle, bere fino a saziarsi, liberarle, liberarsi, muoversi, sentirle riprendere calore e forza ai primi raggi di quel sole ancora giallo. Lo fissò farsi strada tra i rami e le foglie, lo raggiunse ai piedi delle rocce, si mise ad ascoltarlo. Quando sarebbe stato bianco, avrebbe saputo. Felpato e senza zanne, si sarebbe palesato con la fame, in essa o assieme.

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