Il terreno era cedevole, umido, il buio penetrante. A piedi scalzi l’umidità le saliva alle ossa, le percorreva come una scossa lenta, come un veleno fluido e denso. Non aveva ben chiara la ragione della sua nudità, si ricordava vagamente di aver indossato un camice verde bottiglia piuttosto trasparente e molto leggero; tutto ciò che sapeva era dove si trovava in quel frangente: tra gli alberi, nella notte, all’aria aperta.

Il braccio le doleva, per qualche ragione. Lo sfiorò con le dita e sentì il sangue rappreso, freddo e solido, ruvido, che scendeva dall’incavo del gomito fino al polso, a formare una sorta di bracciale sconnesso; e poi dall’avambraccio alle dita, lì ancora caldo e denso, immaginò rosso cupo. Si guardò le unghie e le intravide nere. Non sentiva alcun dolore, sentiva solo il freddo, in particolare alla testa. Si sfiorò la nuca e sentì i nervi tesi, la pelle sottile, i primi capelli, radi e ispidi, che salivano sul capo simili a peluria, privi di calore, niente che potesse ricordare una chioma. La sua eccessiva magrezza non si spiegava. Tutto ciò che sapeva era di dover trovare un riparo e mantenersi invisibile prima che al caldo. Avrebbe potuto resistere al freddo, lo sentiva salire dalla terra, cingerle la vita e premerle la fronte, simile a radici e rami invadenti, alla clorofilla… Ma ai segugi no, e tra non molto si sarebbe fatto giorno, se non con la luce del Sole con quella dei fari.

Non c’era tempo per riflettere, doveva agire. Portò il braccio alla bocca e leccò via il sangue, strappando con i denti quello rappreso dove non opponeva resistenza, inghiottendolo a fatica. Prese a piene mani copiose manciate di terra umida e se la cosparse addosso, velocissimamente, dalle caviglie alle tempie, sempre tenendo il passo dei suoi piedi, fino a mettersi a correre, a evitare arbusti e rami rotti, rumori, ostacoli, cercando di farsi leggera, ancora e sempre più invisibile, impercettibile, silenziosa, inodore.

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