Immaginò ci fosse una via d’uscita. Non soffriva esattamente di claustrofobia, eppure il suo incubo ricorrente aveva come costante porte e gallerie che conducevano a spazi via, via più angusti fino a divenire inaccessibili, come porticine per elfi. Ma doveva esserci una via d’uscita… Dall’angoscia, se non altro. Le vertigini erano agli antipodi, e ne sentì la nostalgia e il timore; erano lo spazio senza fondo di cui si teme il tonfo, ed erano in qualche modo anche in quello spazio senza fiato. Pensò al potere taumaturgico della scrittura, pensò che coi polsi dolenti e le dita intorpidite non ne rimaneva molto, anzi si tramutava in lettura quando possibile, in silenzioso soliloquio nel buio. Ci doveva pur essere un modo di muovere le gambe e puntare i piedi in qualche dove, fare leva, perno, qualcosa. Probabilmente era il caso di attendere un raggio di Luna, quantomeno. Aspettare e raccogliere le forze, non disperare, non addormentarsi, non ancora. Ma doveva uscire di lì, ruotare il bacino, alzare la testa, muovere la spalla, tornare all’aria aperta. Luna non sarebbe arrivata, perché essere ottimisti? Come avrebbe mai potuto arrivare fin lì? Aspettarsi il peggio e sperare per il meglio, si disse. Un ossimoro. L’ossigeno, nient’altro contava in quel momento. Rallentò il respiro, sapeva farlo… Metterlo in sincrono col cuore, rallentare anche quello, non andare in panico. Ne sapeva di frasi fatte. La gente gliene aveva insegnate a bizzeffe, dalla saggezza popolare agli aforismi nei libri delle biblioteche e delle librerie più disparate. Tra queste il fatto che col culo degli altri son bravi tutti. Un fatto che non t’insegna nessuna massima, una constatazione: tutti bravi a dirti cosa e come fare quando non è la loro di pelle che si sta per strappare. Tutti bravi. Silenzio. Ascoltò il proprio cuore. Era una tachicardia che montava rabbia. Zitta. Un rumore. La gola le si serrò, il battito inciampó. Non respirò un altro po’.

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