Frecciabianca non è il nome di una nativa americana scagliata nel tempo, è un treno.

Non ci riesco. Mi dispiace, non ci riesco. Mi scoppia la testa. Mi esplode il cuore. Mi manca il respiro. Mi vien da piangere.

Un dono, dicevano… “Questa bambina ha un dono: sa scrivere bene.”

“Lei ha solo voluto dimostrarci di saper scrivere”, mi è stato detto poi quel giorno, all’esame di maturità: un cinque e mezzo dopo anni di nove.

Non è talento, è sudore. Non è un dono, è una dannazione. La mia mano, le mie mani, per la voce di chi non ha voce, me compresa. Senza riuscire a parlare. Non sapendo di cosa scrivere, se non di quel che so, di quel che ho, di quel che sento e capisco, di quel che sento e non capisco e chiedo a questo foglio bianco di dirmi: cosa, come, perché, dove, quando, quindi?

Non so raccontare storie che non siano scritte in me, su di me, sulla mia pelle, nella mia carne. Non ti so ascoltare come vorresti, entrare nei tuoi silenzi, ancora e ancora e ancora, per capirti. Affondare dove non c’è fondale, sprofondare nella vergogna di non saper amare, né raccontare, né tanto meno inventare.

So solo dove mi ha portata, prima della capacità di autocritica feroce, provarci: tra le fauci di pervertiti o negli occhi di estasiati. E so bene, molto bene, che non era lì che volevo arrivare. Ma forse doveva andare così, dovevo rinnegare questo dono, satura di dolore e vanità, per arrivare al tuo silenzio da dietro tutte le vie che ho intrapreso per evitarlo, da dietro l’obiettivo oltre il quale mi sono rifugiata, dagli angoli più remoti di tutte le mie sofferenze e le mie felicità, dagli occhi di tutti i miei amanti, dagli attriti con tutti gli amici rimasti o andati, attraverso conoscenti e nemici, fino a te, dove fa più male, dove non può non far male, dove riesci a ferire e lenire, ad arrivare.

La tua forza, la tua fermezza, la tua lucidità sono lì, oltre la mia debolezza, oltre la sensibilità che mi piega, oltre la confusione che mi assale. Non te le invidio, le ammiro, le contemplo, le amo… E non voglio scalfirle.

Vedi, se c’è una cosa che so fare e che ho mio malgrado avuto modo di constatare di saper fare, una tantum, è realizzare i sogni degli altri, credendo in essi più di quanto sia mai riuscita a credere nei miei. Parlo di desideri, di volontà, di passi da fare e traguardi da raggiungere. I miei sogni non esistono più, in tal senso. Mi restano le notti e quel che mi raccontano, i giorni e quanto mi lasciano e dove mi portano.

La tua premura per me è questo: un sogno che mi porto dentro… La sento, la riconosco, la ritrovo e ogni qualvolta è con me scioglie il ghiaccio che ho nel cuore, apre le cicatrici dell’anima e le lascia lacrimare come mai prima sia stato dato loro modo di fare… Con sincerità disarmante, con umiltà e calore. Cura e ferisce, smuove e lenisce.

Ho camminato su molte strade, ho percorso vie inesplorate e ho perso molta della mia incoscienza, se non tutta, buona parte della mia trasparenza, l’essenza dell’entusiasmo e della socievolezza, fino a piegarmi in due dalla rabbia e dalla paura, chiudermi a riccio e rinascere lentamente e vederti, lì, dov’eri sempre stato, in me, con me, in un noi che non so cos’è. E’ ritrovare meraviglia e stupore e sentirli scivolare tra le mani fino a soffrirne. Soffrirne così profondamente da non poterlo esprimere. E’ passione comune, sincerità reciproca, è fiducia. E’ più forte di me. E’ tutto questo e molto altro che solo le mie notti buie e io sappiamo. Poi è il cielo stellato.

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