Sono vegetariana da quando avevo 18 anni, con un anno da vegana che m’è venuto facile negli USA, poi allentato nuovamente fino a reintrodurre saltuariamente addirittura i frutti di mare.

Mio nonno faceva il cacciatore per hobby e mi portava con sè a caccia quand’ero bimba. Poi un giorno, in sogno, quando ero già grande e lui non c’era già più, mi ha insegnato come addomesticare un falco guardandolo semplicemente dritto negli occhi. Mio padre aveva vinto un maiale quell’anno che ero ancora piccola, l’aveva vinto alla sagra del paese indovinando quanti semi c’erano dentro una zucca; lo tenevamo nell’aia assieme alle galline, di lato al capannone della carrozzeria; l’anno successivo l’ho visto in pezzi sul tavolo della cucina nel seminterrato, ridotto in costolette e salami eccetera. I due conigli che avevamo, uno bianco ed uno nero, non ho mai saputo perché non ci fossero stati più ad un certo punto. La normalità. Mia mamma ha iniziato a fare la pellicciaia, artigiana d’ago e filo, quando avevo 8 anni; quell’anno a carnevale mi sono vestita da punk-metallara, così, mi ricordo oggi ‘sta cosa. Il padre del mio ex storico, quello con cui son cresciuta, faceva il macellaio; spesso, il sabato, dopo avergli rasato i capelli, lo accompagnavo al macello a ritirare quel che doveva ritirare per suo padre. Una sera, io e la mia sorellina, eravamo finalmente riuscite a convincere papà che dovevamo prendere un cane, un pastore tedesco, tanto che ci accordammo per andare all’allevamento il giorno successivo. Quella notte hanno abbandonato due cuccioli di gatto davanti alla nostra porta, in una cesta, dentro il giardino. Non siamo mai più andate a prendere il pastore tedesco, abbiamo anzi dato dei nomi ai due cuccioli di gatto ed i nomi li ha scelti lui, papà, proprio lui che aveva sempre odiato i gatti e preso a calci tutti quelli che si intrufolavano nel nostro giardino. Si chiamavano Renoir e Van Gogh: uno nero, uno fulvo, il suo preferito. Quando arrivò una gatta nera in giardino mamma la chiamò Clandestina e tenemmo anche lei, ma i suoi cuccioli non li ho mai potuti vedere, mamma li faceva fuori senza dirci nulla, finché non l’ho scoperto da sola. La normalità. La mia normalità di allora. Senza colpa. Dopo di che ho avuto sempre e solo gatti, la prima dei quali si chiamava Maya, un indimenticabile e graditissimo regalo i cui cuccioli ho visto nascere sulla moquette di una delle tante case in cui ho vissuto durante gli anni dell’università e che ho poi portato a casa dei miei quando sono partita per la California. Il primo nato della cucciolata papà, allora già operaio da molto dopo il fallimento della carrozzeria, l’aveva chiamato Arkan, come un antico re egizio e sì, era un vero re felino.

Qualcun altro che ci tiene a sapere perché sono vegetariana?

Mia mamma tenta ancora di sbriciolare di nascosto la salsiccia nel risotto di radicchio trevigiano e lo fa perché mi vuole bene e pensa di farlo per il mio bene perché viene da generazioni e generazioni di la carne fa bene, la carne ce la possiamo permettere, la carne è proteine, la carne è salute, la carne tutte le sere; ma non c’è verso, il mio palato ha il campanello d’allarme ormai: la carne è putrefazione, la carne è uccisione, la carne è uno strazio, la carne non mi è necessaria, la carne non è più necessaria, la carne non so nemmeno più che sapore abbia e non ne sento il bisogno anzi la riconosco come un elemento sgradito, altro, non ingeribile. C’è ampia scelta, ancora, in questo frangente spazio-temporale, ci sono il supermercato ed il mercato fatto dai contadini, gli spinaci, i carciofi, i fagioli, la chimica se strettamente necessaria. Ma io le vitamine B ed il ferro non li vado a cercare lì, ho scelto di mangiare formaggi ed, una tantum, uova. Perché sono stata svezzata a latte di mucca ed il mio sangue è ancora il sangue di generazioni e generazioni di carne quasi tutte le sere e bollita nel brodo la domenica. Anche se vi dirò, ero piccina quella sera in cui mia zia stava per farmi una frittata e dopo aver rotto l’uovo contro il bordo della padella ha strillato perché, invece del tuorlo, nella padella era caduto quel che sarebbe dovuto essere un giorno un pulcino, ero piccina ma non lo dimenticherò mai.

Anche perché sono emotiva.

Ed alla teoria evolutiva non dò molto credito, perché antropocentrica come l’ego ed il supergo, piuttosto dò ascolto alla medicina cinese se proprio devo, ma neanche, tra Freud e Jung resto sempre su Jung, che il complesso di Edipo ed Elettra vanno superati assieme alle colonne d’Ercole a mio avviso.

Qualcun altro a cui interessa deridermi perché mi vieto i piaceri della carne con il doppio senso che ne conviene?

Ve lo ricapitolo: amato nonno cacciatore, mamma pellicciaia, macello tutti i sabati, eccetera, penso con tutta me stessa che la visione antropocentrica sia un errore di portata atroce, ma nel probabile caso in cui quel che penso io valga meno di zero, chiedete allo sguardo di un beagle reduce da Green Hill et similia che ne pensa.

Mio cuggino mio cuggino è vegano, una specie di tragedia in famiglia dato che suo padre, mio zio, è tra le altre lodevoli cose un imbalsamatore. Mio cuggino mio cuggino ultimamente si è presentato all’apertura della stagione di caccia con il fischietto per avvertire ed allontanare gli uccelli, è stato intervistato dal tg locale, si è risparmiato la cazziata del padre semplicemente perché lo zio non guarda mai, davvero mai, la TV.

Forse non cambieremo il mondo, ma la nostra scelta l’abbiamo fatta in piena coscienza, dettata dal malessere del benessere e non dalla povertà, dalla volontà per farla più semplice, da un’intima necessità se proprio ci tenete che esageri.

A mia figlia non l’ho imposto, a lei piace tantissimo il prosciutto cotto e l’ho scoperto quasi per caso quando aveva poco più di sei mesi. Per questo vengo criticata a volte, da chi come me ha scelto di non mangiare pezzi di cadavere, come si suol dire nonostante Alive e la lettura del romanzo che l’ha preceduto, il libro preferito di mia mamma detto per inciso; zittita invece a tavola altre, ad esempio quando la mia baby mi chiede perché io non mangio la carne. Non è facile, sappiatelo. Cambiare il mondo intendo, non è per niente facile. Ma neanche fare le proprie scelte e portarle avanti con coscienza più che coerenza. Spero e sono certa che la mia piccola sarà capace di fare da sè la propria scelta, quando ne avrà autocoscienza. E mi auguro di essere con lei in quel momento. Anche per aiutarla a sostenere il confronto con certi carnivori barra onnivori irrispettosi delle scelte altrui, arroganti e privi di qualsivoglia briciolo di empatia od umiltà a cui non tanto si possa o si debba sbattere in faccia cosa essere vegetariani significhi ma dalle cui umiliazioni ci si trova a volte a doversi difendere.

Anche perché, a questo mondo, esistono non poche persone che con il pretesto, spesso intrinseco, di un determinato credo religioso identificano come bestie chi non appartiene al loro stesso credo e come tali li trattano, bestie da macello su scala bellico-industriale e quando arrivi a scoprirlo, a saperlo, a capirlo arriva anche il momento di non poter credere a nessuno finché non capisci tutto da te, come detto da Einstein, e capire tutto da sè è un’impresa davvero ardua, tanto che una mano su cui poggiare la guancia nei momenti di confusione o sconforto è quanto di più importante ci possa essere ed esserci significa continuare ad essere quella carezza. Non sto parlando di una religione piuttosto che dell’altra, di una tradizione rispetto ad un’altra, di carne di maiale o di agnello o vitello, no, parlo di ciò che ho imparato sulla mia pelle, lontana pochi anni luce da disturbi alimentari e cancro.

La catena alimentare parte da lontano, di era in era arriva dalla preistoria. L’homo sapiens non aveva mai visto un poster della piramide alimentare e non aveva nemmeno i mezzi per concepirlo. Noi sì, ce l’abbiamo in casa, c’abbiamo fatto un collage che ritengo sia davvero utile, anzi importante. E, già, conosciamo un beagle di nome Max.

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