Ci sono sere in cui mi devo muovere, non posso stare ferma, devo andare. Dove importa fin lì. Quella sera, estate abbastanza piena, metteva i dischi Marco, dj Dsastro, cosa che ultimamente non fa spessissimo, vinili intendo. Jeans, scarpe da ginnastica, rosso e viola: “io vado,” ho detto, “ciao”. Al cellu: “ti passo a prendere, vuoi? Io vado.” Ok e andiamo e balliamo tutta la notte, come un’eccezione, un dispetto a tutte le albe di un agosto torrido, alla facciaccia delle nostre vitacce.

Ho l’insana ma viscerale abitudine di starmene davanti al woofer, resistenza ad oltranza, sola nel mucchio. L’hip hop old school, righta in da skull. Flashback: era il nicotine circle, al Rainbow Gathering in Idaho, c’era questo ragazzo chino sulla sua chitarra, una sorta di cantastorie, un menestrello, genere folk grezzo, cantilena più che canzone, andava avanti a pochi accordi, simile ad una nenia più che ad una ninna nanna, andava avanti a raccontare canticchiando e noi ascoltavamo in silenzio con lo sguardo sulla penombra delle sigarettine che stavamo rollando un po’ per noi stessi, un po’ per chiunque; dal buio arrivano due tipi spavaldi, entrano nel cerchio di luce del fuoco, restano in piedi, lo guardano e non aspettano un minuto di più per battere sulla cassa della loro chitarra e dare il via alla loro personalissima, implacabile beatbox di voce fino a coprire ogni singola possibile timida nota del cantastorie e sormontarne il canto con un rap cadenzato, ritmato, spietato, capace di zittirlo in pochi istanti; mancanza di rispetto, certo, ma indiscutibile. Free style attorno al fuoco, back to the future. Non si apre un cerchio davanti alla consolle qui, quasi mai, ci si deve fare spazio, possibilmente con grazia e va bene così, non sono mai stata una breakdancer e mai lo sarò. E’ un microcosmo di bicchieri che oscillano e gomitate da evitare tra le onde del suono nei corpi che si muovono. Occhiatacce escluse, tutto bene, mi ci so muovere, ma mi sento più tranquilla davanti alle casse, tutto scorre senza attriti in quel semicerchio distorto, interruzioni a parte, stacchi bruschi a fermare le onde come muri di silenzio e poi via ancora, a pioggia, verso la spontaneità del tutt’uno con le vibre. Corpo, anima e poco altro, meglio che in mezzo alla mischia a volte, catarsi permettendo, ha quel suo che di taumaturgico. Meglio il pogo? Diverso. Non ho stile, ho il mio stile, pressoché epilettico, un’eredità genetica suppongo. E comunque, avanti ad acqua, come un esercizio ginnico privo di pretese edonistiche. Corro al bancone con la gola secca, bypasso la massa, mi appoggio alla porta senza porta, supplico a mezza voce e mentre aspetto mi accorgo che poco dietro c’è Dsastro che chiacchiera con una coppia, una staccionata a dividerlo da loro, le mani ad appoggiare il corpo. Mi avvicino e gli chiedo se vuole dell’acqua, qualcosa. “No, grazie” e torno in posizione d’attesa, un metro e mezzo più in là, gli dò per un attimo la schiena. In quell’istante mi arriva una mano tesa sulla nuca. Mi volto e non vedo nessuno, nel senso, nessun movimento, nessuna alterazione sulla scena così com’era. Punto interrogativo lampeggiante nel buio, per un secondo penso di essermi immaginata il colpo ma il dolore semiacuto non mi dà scampo e rimango appesa al mio punto interrogativo mentre  mi arriva un bicchiere d’acqua freschissima. Mi avvicino nuovamente a Marco, la staccionata tra me e lui, gli porgo l’acqua, gli chiedo: “sicuro?”

La tipa più o meno circa dietro di me mi afferra per il collo usando entrambe le braccia robuste e mi stringe a sè alzandomi da terra. Sgrano gli occhi, perdo due acche di respiro, mantengo la calma e le chiedo, lì per lì: “sei tu che mi hai fatto il coppino?”.  “Sì,” mi risponde, “e adesso ti faccio anche il coppone”, continua. Al che mi lancia contro lo steccato, ci arrivo addosso di petto, per poco non sbatto la faccia sul torso di Marco. Lo guardo, mi chiede se sto bene, mi lacrimano gli occhi e non riesco a rispondergli, mi dice andiamocene, mi allontano da me. Voltarmi, reagire, dire altro, sarebbe stata la peggior cosa che avrei potuto fare con una tal attacca brighe, penso tra me e me, ma intanto non mi spiego il perché. A serata finita, vado a salutarlo in consolle mentre smonta, lo abbraccio, so e sappiamo entrambi che ne parleremo un altro giorno.

Qualche sera dopo lo incontro e mi racconta che a lui, poco dopo, è arrivato un pugno in faccia dal tipo di lei. Le droghe pesanti, abuso di alcool compreso, fanno male, cazzo se fanno male, penso poi. Gli chiedo se la tipa se l’è presa anche con me perché s’era ingelosita o che. Mi dice il perché. Ah ecco… Oh cavolo, che storia! Di voyeurismo e forse anche, un’ipotesi ipotizzata poi, d’eroina. Ci guardiamo ancora increduli. Mah, chiudiamo con un bah! Anzi, peace brotha,   p e a c e.

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