Ad otto anni circa stavo annegando in piscina. Un piede in fallo, come si usa dire. Mi ha salvato il bagnino. Ero in campeggio e per il resto della vacanza il mio salvatore era, agli occhi degli altri ragazzini, il mio eroe che mi ci prendevano in giro.

Non ho mai avuto paura dell’acqua, poi, comunque.

A ventisette anni ho teso le braccia e aperto le mani per aiutare ad uscire dall’acqua di un torrente tra le rocce scivolose la persona che, cadutaci, facendo poi perno sulla mia presa mi ci ha involontariamente buttata dentro mettendosi in salvo nell’esatto momento in cui mi ha visto sparire sott’acqua, letteralmente. Una questione di pochi secondi, la spinta della corrente mi era arrivata al fianco di rimbalzo con tale forza da non farmi percepire altro che il punto d’arrivo, sotto una roccia. L’acqua attorno: a destra, a sinistra, davanti, velocissima. La schiena ben dritta contro una piccola parete fresca alle spalle, le ginocchia salve davanti agli occhi. L’aria. Le palpebre come assenti: l’incredulità, l’adrenalina. Ho respirato lì sotto l’aria più preziosa che abbia mai trovato. Me ne sono riempita i polmoni mentre cercavo di guardare oltre il muro d’acqua. La sua mano non era lontana, la superficie ferma neanche, ma ci voleva tutta la forza per risalire quei pochi metri contro corrente, oltre la parete d’acqua. Ce l’abbiamo fatta. Le ciglia come ghiacciate dallo stupore di ritrovarsi occhi negli occhi.  Il bruciore di ogni ferita anestetizzato dall’acqua del torrente, come neve sciolta sui reni e sulla nuca.

Non passò molto tempo che diventai mamma. A tutto tondo.

Poco, veramente poco più, che affrontai e vinsi il mio linfoma. Questo dopo quasi un decennio di vani tentativi diagnostici da parte di medici incompetenti che erano arrivati a definire le piaghe sulla mia pelle risultato di puro autolesionismo e certo non prima d’avermi fatto passare in sala operatoria varie volte, al vaglio dello zoom delle loro videocamerine high-tech ed attraverso terapie farmacologiche a tentativi per capire, dalle reazioni, le cause, tenute comunque genericamente a bada da quantità indicibili di antibiotici, cortisonici e altri farmaci non mutuabili. Furono la mia presa di posizione, il mio no alla psichiatria, il mio essermi affidata alla medicina naturale per un tot, lasciando la città e trasferendomi in riva al mare, a rompere quelle catene fino a permettere alla malattia di manifestarsi e lasciarsi diagnosticare per condurmi, nel giro di poche settimane da un’ecografia rivelatrice, dal prelievo del midollo osseo e dalla biopsia, alla soluzione delle soluzioni, necessariamente: la chemio. Perché nella sfiga ho avuto la fortuna di aver avuto un linfoma curabile, quello di Hodgkin, al secondo stadio.

Poi daccapo, molto, quasi tutto. La salute, l’energia, la fame, i capelli. La memoria, l’autostima, la stima, il rispetto oltre ogni cosa.

Poco dopo un incontro, un progetto emotivamente faticoso sui disturbi alimentari: una delusione immensa nel profondo, tanta l’incomprensione, fino al rifiuto, lo scontro, difese alte e stop. La superficialità sa essere così tagliente a volte e le persone talmente meschine.

Quindi fatica. Come rialzarsi da terra nonostante ripetuti calci all’anima e, una volta in piedi, dover correre al capezzale di mio padre. Paradossalmente, tristemente.

Fatichissima, per lungo tempo solo quella. Tanta da esser dovuta passare sotto il rullo di un’altra biopsia.

“Remissione completa” è una di quelle definizioni affibbiate alla stato delle cose che ad un certo punto mi risollevò.

Collaborazioni per vari motivi ancora inaffrontabili e strascichi di incomprensioni e mancanze, mi decido a voltare per un po’ le spalle all’arte indipendente ed a puntare all’università, a varie riprese, come ricercatrice. Esattamente nell’anno della bufera Beata Ignoranza vengo selezionata per affrontare gli esami per uno, due posti e mi rimetto a studiare Storia del Cinema. Quando vado dal prof per chiedergli su quali testi mi devo aggiornare, finiamo col parlare del figlio, oltre che del fatto che affrontare la selezione è pressoché inutile. Suo figlio, mi dice, era al terzo stadio e nonostante le cure non era stato possibile salvarlo.

La vita sa essere veramente un macigno.

Torno nell’acqua, seriamente, nell’autunno dell’anno scorso, a fluttuare, leggera, libera. L’acqua mi ha spaventata ma non mi ha mai fatto veramente paura, penso. La gente ed il suolo su cui si muove sì invece, anche se non prima di aver esaurito tutta l’incoscienza e bruciato l’ingenuità nell’amarla, tutta, incondizionatamente. Me compresa: mi son fatta parecchia paura da sola, in passato, a furia di odiarmi senza esserne pienamente consapevole.

Mi iscrivo ad un corso di salvamento, dicevo.  Mi sentivo in forma, finalmente, l’anno scorso. Ma torna ad infiammarsi ripetutamente un nervo che mi blocca anche il pensiero. In pochi lo sanno, del nervo in particolare. E’ quello su cui fa presa ogni cosa, anche la macchina fotografica.

Quella sera le vedo ridere, sedute lì davanti a me, dirsi che toccherà loro di sentire la storia della bagnina che viene salvata in mare dalla gente. Sto zitta. Non sanno, che parlino, che ridano se si divertono. Mi allontano. Gli otto anni li ho passati da un pezzo, penso poi, anche i due, anzi, soprattutto i due.

L’acqua sa tutto di me, invece, questo lo so. E mi vuole bene, in fondo.

Ed è pubblica come la speranza, essenziale come l’aria nei polmoni.

E’ la forza, la potenza, la paura, la carezza.

E’ al novanta per cento vita, la nostra.

E’ la fiducia ritrovata come una candela accesa mentre fuori diluvia.

La fiducia in sè, la fiducia nelle persone, la fiducia delle persone.

Un’orchestra senza direzione e tutta l’armonia degli attimi.

E’ stato meraviglioso provare la sensazione di una vera democrazia diretta; è stato bello vedere la folla all’ufficio elettorale dopo anni di astensionismo o sconforto o disillusione, come quella decantata dalla vecchietta lì seduta, inferocita contro la sola ipotesi dell’energia nucleare concretizzatasi nelle bollette a nostra insaputa; è stato splendido mettere quelle quattro schede nelle urne e vedere il sorriso di mia figlia mentre alzava la mano per darmi il cinque.

Grazie Quorum, anche le rocce si sono commosse.

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