Mio padre non la cantava spesso ma la amava e mia madre la canta tutt’ora, un po’ per lui forse, che era molto più stonato di una campana, atono direi, come quando cantava Vecchio Scarpone senza melodia nè armonia ma col sorriso, comunque la sapeva a memoria e la ricordava ogni giorno e riascoltava spesso da quando aveva iniziato a lottare assieme al Comitato degli Ex Combattenti, di cui era diventato membro onorario, per mantenere la posizione di quel monumento al milite ignoto che, dal 1925, tanto aveva fatto parte della vita di piazza del paesetto dell’alta padovana in cui era nato e cresciuto e vissuto. La statua guardava al Monte Grappa, il basamento in marmo custodiva e nascondeva i mattoni della vecchia filanda ed aveva fatto da scenario di gioco e crescita e da panchina un po’ per chiunque. Nonostante la mancata autorizzazione del Ministero dei Beni Culturali, il Tar del Veneto non diede retta al Comitato che si rivolse allora, grazie ad una colletta raccolta fondi, al Consiglio di Stato. Quest’ultimo bloccò lo spostamento, ma non prima che il Comune avesse già mandato una gru a prelevare il milite e a fare di quelle mattonelle cocci da buttare, vergognosamente. Il blog che dedicò mio padre alla questione si intitolava “Eroi. Oblio e vilipendio”. La giunta che l’ha compiuto era ed è leghista, paradossalmente. Purtroppo. Non aggiungo insulti solo perché sono parte della quotidiana retorica che ne contraddistingue l’operato. Contraddittorio. Questo fiume, il Piave, “fiume sacro alla patria”, mormora ancora, straripa lento e silenzioso di tanto in tanto, muove l’aria e la colora come una nuvola sottile di foschia tra gli alberi sopra la terra umida, racconta. Racconta di un confine per cui si è lottato, racconta un’invasione respinta, definisce ciò a cui la parola “straniero” originariamente si riferisce. Dice cosa sia la guerra come la Costituzione Italiana la contempla tra le possibilità, quella cioè di difesa, pura difesa. Il Piave mormorava e mormora ancora e dubito fortemente dica quali siano i nuovi confini da tracciare sulla carta. Alzino anche un muro di sterco e paglia tra nord e sud, io passerei il confine a nuoto nell’Adriatico con il cuore pulsante del pianto di tutte le balene che vi sono venute a morire pur di rivedere la mia amata Venezia senza sentirmici straniera. Le mie radici mi fanno male, parafrasando Alda Merini, ma non abbastanza da abbattere la mia speranza che l’ignoranza e la cecità di chi non vuol vedere, la sordità di chi non vuol sentire, l’amnesia di chi non vuol ricordare, la superficialità di chi sa solo come disgregare, dividere e tracciare parti e controparti, linee e segmenti, coordinate e matrici, finiscano un giorno oltre il vetro opaco del calore interno alle loro ville lì nel freddo della notte, quel freddo che apre gli occhi, stappa le orecchie e rischiara la mente. A nord e a sud. Perché la storia è importante e la retorica degli ignoranti arrogante, presuntuosa e vuota come solo quella razzista. Il monumento al milite ignoto recita questo:

“Son sepolti lontano ma d’essi a sera qui s’adunan le ombre”.

Per questo, anche, mio padre e amici non volevano che venisse spostato. Per questo, soprattutto, lo ricordo. Mi ci sedevo quasi tutte le domeniche alle cinque e mezza del mattino, d’inverno, mentre aspettavo l’allenatrice che passava a prenderci per andare a giocare le nostre partite, e lo rileggevo ogni volta, a quel tempo, prima dell’alba. La canzone del Piave su cui spero di non sentire mai più fare indebita appropriazione di stampo fascista canta:

« Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio
dei primi fanti il ventiquattro maggio;
l’esercito marciava per raggiunger la frontiera
per far contro il nemico una barriera!
Muti passaron quella notte i fanti,
tacere bisognava e andare avanti.
S’udiva intanto dalle amate sponde
sommesso e lieve il tripudiar de l’onde.
Era un presagio dolce e lusinghiero.
il Piave mormorò: “Non passa lo straniero!”

Ma in una notte triste si parlò di un fosco evento
e il Piave udiva l’ira e lo sgomento.
Ahi, quanta gente ha visto venir giù, lasciare il tetto,
poiché il nemico irruppe a Caporetto.
Profughi ovunque dai lontani monti,
venivano a gremir tutti i suoi ponti.
S’udiva allor dalle violate sponde
sommesso e triste il mormorio de l’onde.
Come un singhiozzo in quell’autunno nero
il Piave mormorò: “Ritorna lo straniero!”

E ritornò il nemico per l’orgoglio e per la fame
volea sfogare tutte le sue brame,
vedeva il piano aprico di lassù: voleva ancora
sfamarsi e tripudiare come allora!
“No”, disse il Piave, “no”, dissero i fanti,
mai più il nemico faccia un passo avanti!
Si vide il Piave rigonfiar le sponde
e come i fanti combattevan l’onde.
Rosso del sangue del nemico altero,
il Piave comandò: “Indietro va’, o straniero!”

Indietreggiò il nemico fino a Trieste fino a Trento
e la Vittoria sciolse l’ali al vento!
Fu sacro il patto antico, tra le schiere furon visti
risorgere Oberdan, Sauro e Battisti!
Infranse alfin l’italico valore
le forche e l’armi dell’Impiccatore!
Sicure l’Alpi, libere le sponde,
e tacque il Piave, si placaron l’onde.
Sul patrio suolo vinti i torvi Imperi,
la Pace non trovò né oppressi, né stranieri! »

A ridefinire la guerra, lo straniero, ciò che è eroico e ciò che è sacro. A presente e futura memoria. A mio padre.

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