Margherita ha 20 anni e vive in un paesino dell’alta padovana, Tombolo, ottavo nano conosciuto più che altro come paese natale del calciatore Dino Baggio. Figlia di operai frequenta l’Università a Padova, secondo anno di Scienze della comunicazione, stimola con i suoi successi scolastici l’ambizione di genitori premurosi che su di lei sembrano investire speranza e vita. Non è per loro fonte di preoccupazione, in quanto ha un ragazzo fisso che come lei studia e sicuramente terminata l’Università si sposeranno, perchè sono insieme da tanto. Ma la prospettiva prima laurea, poi matrimonio sembra essere la massima realizzione dei suoi genitori ed in generale dei genitori di tutte le figlie, ma non la sua. E chi la conosce lo sa: è un’irrequieta esistenziale; intraprendente, vorrebbe essere indipendente ed ha voglia di vivere, di essere, di conoscere e di non dover rimpiangere. Non vuole diventare sua madre. Cerca vita e rispetto mescolando ambizione e semplicità, decisione e ingenuità, razionalità, introspezione esensibilità. E non si sente sola in questa voglia di partire, in questo bisogno di andare e di provare nostalgia del piccolo paese; sa di non essere l’unica irrequita esistenziale di questo mondo di fine millennio. Forte è in lei la necessità di costruire la propria strada, la propria personalità e proietta questo bisogno sulla sua vita di provincia, sulla vita di una 20enne qualunque.

Testarda e intenerita dall’incondizionata disponibilità dei genitori, lavora in una pizzeria d’asporto a S.Martino di Lupari, il paese vicino, e fa qualche ripetizione a ragazzini delle medie. Studia e lavora per sè, per un minimo di indipendenza economica e maturazione personale. Studia e lavora per i suoi genitori, per non deludere le loro aspettative e per non pesare sulle loro spalle disponibili. Investimento altrui, la 20enne Margherita diviene investitrice di se stessa, di quella se stessa futura che sta cercando di costruire. Futura nella testa e presente nel respiro, Margherita sembra non solo voler costruire una sua individualità, ma anche e soprattutto cercare una Vita possibile in cui compiere la sua ancora confusa personalità.

Chi la conosce lo sa. I suoi genitori lo sanno, ma la amano lo stesso. I suoi amici lo sanno, e forse la amano per questo. Certo gli uni e gli altri , anche se possono non condividere, la capiscono.

Chi non può saperlo è invece il suo datore di lavoro, Ferdinando detto Freddy, titolare di una pizzeria per asporto e domicilio, marchio giallo-rosso acquistato in franchising, che sembra averla assunta confidando nelle tecniche comunicative da lei potenzialmente acquisite all’Università. E poi,forse per scaramanzia o forse per ironia, quel suo nome da menù aveva secondo lei influito sulla disposizione di Freddy ad inserirla nel suo organico, a farne un membro di quell’equipe che si preparava a plasmare con l’inaugurazione della sua attività.

Le strade di quel 34enne imprenditore di se stesso e di Margherita si erano dunque incrociatae per l’inaugurazione della pizzeria 6 mesi prima, partendo da motivi e puntando a obiettivi decisamente diversi. Lui realizzava se stesso nella concretizzazione di un progetto di proprietà, successo commerciale e individualità formatesi su libri, convegni e quantaltre indicazioni di psicologia del sè, logica d’impresa e fede nel profitto. Lei vedeva una finestra sul mondo fuori dalla famiglia e dalla scuola e una possibilità di guadagno, economico ed esistenziale.

Ma se i motivi che l’avevano spinta a cercare un “lavoretto” sono più o meno gli stessi di altre ragazze della sua inquieta generazione (sapeva, sapeva di non essere da sola), Il luogo in cui si guadagna quei suoi spiccioli di maturità ha qualcosa di non comune, di paradossale.

Si dice pizzeria d’asporto e già si ha una commistione tra la tradizione italiana della pizza e l’americanata del take-away, sia insomma un simbolo dell’Italia di oggi. Non solo. Si dice pizzeria d’asporto in un paesotto di provincia e si ottiene una raccolta di istantanee della società dell’alta padovana, di uno spicchio, insomma, di questo discusso Nord-Est italiano. E non è ancora tutto, o meglio, qui finisce la normale simbolicità di una pizzeria d’asporto in un paesotto dell’alta padovana. Ma Margherita lavora nel “PizzaGood” di S.Martino di Lupari, dove attente riflessioni e ironiche constatazioni hanno la propria genesi principale al di qua del bancone, nella ribalta e nel retroscena di un’equipe dalle componenti eterogenee e significative.

Titolare: un leghista militante ma silenzioso, con una fede incrollabile nella logica del commercio e del successo, è da poco marito e padre orgoglioso della propria famiglia e della propria casa.

Unico pizzaiolo assunto in regola: una cubana nata a L’Havana quarant’anni fa, in Italia da tre anni, assunta da Freddy per darle modo di lasciare la pizzeria in cui lavorava sottopagata e sovrasfruttata.

E’ bella, Ines, dentro e fuori: corpo piccolo e morbido, sguardo sereno e pelle dorata, è dolce e spiritosa, spesso sorridente e silenziosa. Margherita cerca di percorrere con passi discreti la storia custodita da quello sguardo e scopre a poco, a poco una laurea in storia dell’arte, anni di studio all’Accademia della recitazione della capitale cubana ed un passato di attrice di successo nel suo Paese. Scopre insomma una vita affascinante e stimolante e conosce piano, piano una persona capace dia ascoltare e rispettare. E cerca di spiegarsi, Margherita, l’amicizia che lega Ines e Freddy, e che le fa dubitare delle voci arrivatele sulla militanza leghista del suo datore di lavoro. Eppure qualche parola calibrata e qualche atteggiamento soffocato di Freddy non possono non farle percepire l’odore sordo e indefinito di quel virus che si annida nel benessere di un paesotto un po’ egoista, di quel razzismo vittimista che circonda e ogni tanto penetra la pizzeria.

Virus ambiguo, che oscilla tra logiche ragioni economiche e gratuiti atteggiamenti di intolleranza sociale, esso è palesato fuori dal locale (tanto che il 4 ottobre Comencini aveva scelta il palazzetto di S.Martino come sede dell’Assemblea costituente della Liga Veneta), ma non all’interno. In pizzeria le fiammate di intolleranza economica e sbieca insofferenza sociale sembrano tornare sotto la brace rovente di un silenzio politico coprente. E’ una sforzata formalità di argomenti sof t quella sotto cui ribolle quel magma che ogni tanto affiora in sguardi o parole: paradosso di una società figlia di contadini e domestici che, con attacchi di confusa fattura ideologica e morale, sembra tentare di esprimere un’inquitudine economica e di difendere il merito di una proprietà conquistata con fatica e custodita con cieco accanimento. Eppure questi lavoratori fieri di essere tali e di esserlo nel loro Veneto non sono il Veneto, se ad esso ci si vuole riferire. I loro figli possono ignorare o contestare la loro fierezza e il loro vittimismo; possono ammirarli e seguirli oppure criticarli, accusarli, a volte compatirli e non essere i soli a farlo. Non sembra infatti esserci, in questo “Veneto”, una contrapposizione generazionale, ma sociale e soprattutto culturale: operai, imprenditori e commercianti possono venir criticati o derisi non solo da figli sapienti, ma anche da patriottici padri, da studenti come da insegnanti, da autonomi come da sacerdoti e anche da altri operai, imprenditori e commercianti. E’ insomma un groviglio sociale a fare da casa ad quello scontro culturale silenzioso che, ogni tanto, fa capolino nella pizzeria, di qua e di là del banco. Nascosto da parole opache su timori e speranze riguardanti tempo atmosferico, calcio e lotto, e perciò riguardanti tutti, ogni tanto si fa sentire, come se se ne fosse stato da tempo seduto lì dentro con lo sguardo attento e il respiro sospeso. Volendo, si può spesso percepire la tensione sottesa alla meditata atmosfera della pizzeria; volendo, si può cogliere l’orgoglioso distacco di chi non crede ai confini di questo Nord-Est e il suo rifiuto di discutere con chi ne ha fatto una fede. Volendo, tendendo l’orecchio si può facilmente sentire il respiro sospeso di quel cliente permanente: è sufficiente tendere l’orecchio e la mente, come Margherita fa normalmente. Tutti i suoi sensi sembrano percepire una sorta di guerra fredda, una contrapposizione tra arsenali ideologici taciuti e smorzati in quell’ambiente paradossale. La pizzeria in cui lavora diventa nelle sue riflessioni un luogo in cui un pizzaiolo, che per interesse deve livellare attriti potenziali, fa da mediatore e in cui il gioco del lotto sembra avere un ruolo preponderante di collante sociale. E il mediatore Freddy, consapevole della loro strumentalità, sembra voler usare con padronanza pronostici e commenti, considerazioni e delusioni che possono a volte dimostrarsi incontrollabili rivelatori di miseria, di quella miseria sociale (perdita di un benessere ormai necessario come il pane) il cui ricordo e il cui timore sono la base comune su cui si forma la speranza umile del giocatore. Al Lotto gioca lo studente come l’operaio, al lotto gioca l’intero groviglio sociale, veneto e italiano, perchè al lotto gioca l’Uomo. E sono dunque uomini quelli che entrano nella pizzeria e nello sguardo di Margherita: sono uomini impegnati a vivere la loro esistenza sociale. Da quella porta entrano dunque clienti che nascondono la loro umanità sotto strati di ruoli sociali: sono clienti, ma sono anche rappresentanti di svariati tipi sociali; sono il Nord-Est e sono l’Italia di oggi; sono insomma l’italiano che sta per diventare europeo e uomo del secondo millenio. Ma se, per tale motivo, è interessante guardare alla pizzeria d’asporto di un paesotto di provincia, lo è ancora di più se questo paesotto è S.Martino di Lupari, in quanto sede di quella riunione di veneti orgogliosi e di una fervente attività di gioco al Lotto. Anche i veneti dichiarati, dunque, giocano al lotto e sperano, sperano sul serio e con umiltà, di qua e di là dal banco.

Un week-end nel PizzaGood di S. Martino può quindi mostrare non solo la vita che riempie la pizzeria, ma anche quella che la circonda, la cinge e la penetra. Due giorni possono diventare esemplificativi e simbolici e possono essere raccontati attraverso lo sguardo di una 20enne qualunque, la cui mente giovane e critica vuole essere aperta, non vuole credere ai confini e vuole sentirsi cittadina di una nazione detta Umanità.

Sono gli occhi di Margherita a constatare e creare i paradossi di un sabato e di una domenica particolari vissuti al PizzaGood. Il sabato è quello dell’estrazione del lotto che assegna i 63miliardi ai vincitori di Peschici: il 31 ottobre 1998, un sabato italiano. Ma è anche quello che in pizzeria svela l’intolleranza leghista di Freddy, che in modo paradossale si lascia scappare una frase su quei “terroni” vincitori, e se la lascia scappare proprio con Ines. E’ un sabato qualunque di clienti prototipici e scene da ribalta ed è anche il sabato delle risate in cucina con Vania, 19enne, aspirante cantante, neodiplomata e “neomollata” da un amore su cui aveva investito presente e futuro. Margherita chiede a lei ed a Enrico consigli su come passare il sabato sera e scopre che nessuno dei due a un’idea chiara di come potersi divertire. Ma mentre Enrico sembra avere l’intenzione di farlo in questo o in quel locale con gli amici, Vania confessa che amici con cui passare il tempo non ne ha: racconta di come avesse dedicato vita e tempo ad un marito mancato che se n’era da oco tornato a “divertirsi”, lasciandola sola con un’agenda di numeri mai più chiamati. Sola a doversi ricostruire la propria vita,a recuperare quella se stessa lasciata lì per terra come un dono disprezzato. Ed aveva tutte le intenzioni di farlo, la piccola Vania, ma era ancora presto ed aveva iniziato a cantare su un gruppetto rock-casalingo solo da 1 mesetto, troppo poco per diventare amica di quei ragazzi contattati per la loro inserzione su un giornale “cercasi voce femminile”. Quel sabato sera, quindi, Vania sarebbe forse rimasta a casa e la sua storia accennata da poche frasi un pò sconnesse è servita solo a giustificare questa anomalia. Margherita, respirata l’aria di malinconia, cerca di evitare silenzi imbarazzanti citando una frase in cui crede e che non si ricorda da dove viene:”le donne sono come le bustine del tè: sembrano fragili, ma al momento opportuno dimostrano tutta la loro forza”. Non è una citazione vera e propria perchè non riesce a mettere a fuoco parole precise e provenienza, ma il senso è chiaro. Ed è chiaro anche per Vania: “Che tipo di tè conterrei io, secondo voi?”. Vania tè alla mela, Margherita al bergamotto, Ines al tabacco dei sigari cubani. “Ines, perchè te ne sei andata da Cuba?”: frase incastrata con umiltà tra una risata e un sorriso della loro pizzaiola “cubista”. “Pecchè quando, nella miseria, comicci ad avere qualcosa, no capisci più quali sono i amici veri”. E si torna alla ribalta per l’arrivo di nuovi clienti e lo squillo del telefono. 21 e 30: iniziano le pulizie e piano si cala il sipario e ci si prepara ad uscire e rituffarsi nelle proprie vite. Margherita si lascia alle spalle la pizzeria ed il sorriso di Enrico che sembra iniziare a volerle bene. “OK, piccolo Enrico, questo è il mio numero di cellulare, ma non mi molestare, eh!” le aveva detto lei sorridendo con quegli occhi diretti. “Non ti preoccupare” erano state le parole uscite dal sorriso premuroso di lui; e lei non si preoccupava sul serio. Il suo dopolavoro è il sabato sera di 4 ragazzi di provincia esistenzialmente irrequieti: la statale verso il mare, l’autoradio, la loro musica e i loro sogni, i rimpianti, i desideri e le paure accennate controllando quella velocità amica e nemica. Guida lei, Margherita, una pandina rossa riempita degli amici più amici che ha: Tom(maso), 23 anni, Stefy e Lisa,21. Guida lei verso il mare, mentre insieme scelgono di acoltare Tracy Chapman e di parlare di viaggi, vita, libertà e verità. E guida lei anche al ritorno, mentre gli altri dormono e le fanno compagnia i loro respiri, “Canzone della bambina portoghese” di Guccini e l’immagine di un’incidente intravisto in quella giovane notte sulla statale. Statale 53 del cazzo: sporca, tra un semaforo e l’altro, di troppo sangue d’agnello. Finisce la canzone e Margherita si accorge tardi che Guccini si è messo a cantare “Canzone per un’amica”, ma quando se ne accorge non lo vuole ascoltare e lo sostituisce di scatto con “Salvation” dei Cranberries e l’energia della loro piccola Dolores. C’è “Cordell” nella macchina quando arriva a casa di Stefy e la saluta sottovoce per non rompere del tutto il suo sonno e c’è poi “perfect” degli Smashing per Lisa. E infine Tom, “ava adore”. Ed è presto domenica: domenica di pioggia come ironica e prepotente risposta alla frase del pizzaiolo “se domani piove, Margherita, vieni alle 5 e 1/2, se non piove alle 6”, calcolo di probabilità per il domicilio e istantanea sociale.

La domenica inizia in cucina, nel retroscena, con Ines, la sua Cuba e la sua Vita, e con parole come Rispetto e Rimpianto cadute dalle labbra di lei e di Margherita su patate e pomodorini. E poi subito clienti tipici e simbolici: padri e figli, extracomunitari, coppiette silenziose e vecchiette.

E fin qui, tutto normale.

Ma fuori la pioggia aumenta. I clienti presenti decidono di aspettare che diminuisca e lasciano le pizze già pronte sulla piastra calda del banco. Però la pioggia non accenna a calmarsi, anzi, i tombini della strada sembrano perdere efficacia e riaffiora nei clienti il ricordo dell’alluvione del 7 ottobre, quando nella vicina Loreggia era straripato il Muson, e riafforano anche le polemiche su quella burocrazia che aveva impedito di prevenirla svuotandone e abbassandone l’alveo. Timore e consapevolezza crescono a seguito di una serie di episodi indicativi della gravità della situazione. Il primo di questi sintomi si ha quando un bel probabile single sulla trentina, appena uscito dal negozio con una diavola per se stesso, rientra di corsa chiedendo il permesso di mangiarla lì. La cosa sembra non dispiacere a Chiara, 32enne iperefficiente per cui la pizzeria costituisce il secondo lavoro (il primo la vede operaia in una ditta di confezioni) e la garanzia di poter sopravvivere all’affitto, ma di certo non piace a padri ed altri delegati ora preoccupati per le rispettive famiglie. E da una di queste viene il secondo sintomo: suona il telefonino di un distnto ometto stile barbour e si capisce che sta parlando con la moglie che lo stava aspettando in macchina assieme alla figlioletta. Hanno paura e freddo, le sue donne, e la bimba si lamenta insistentemente di dover andare in bagno, per questo la giovane madre, informata dal marito sull’impossibilità di arrivare presto a casa, decide raggiungerlo e chiede di poter accompagnare la piccola nel bagno della pizzeria. Mentre Margherita guida la bambina nel”retroscena” della pizzeria, la divisione equipe/cliente inizia ad incrinarsi non solo per l’apertura del cancelletto del banco, direzione bagno, ma anche per la pressione dei segnali di un effettivo isolamento: il terzo e significativo sintomo si ha con una telefonata ai vigili del fuoco. La famiglia che vive sopra la pizzeria (figlioletto di 3 anni, padre e madre impiegati in posta) è rimasta chiusa fuori di casa, chiave spezzata nella serratura, e non può telefonare perchè il cellulare si è scaricato. Freddy offre all’ometto il telefono della pizzeria allungando il filo oltre il banco, ma si rivela impossibile poter chiamare: sembra che lultima famiglia che ha chiamato per un domicilio abbia riagganciato male il telefono e non abbia interrotto la comunicazione. Dietro il banco si respira aria di panico: Freddy prova più volte a telefonare dando le spalle alla famigliola, ma non è possibile richiamare quella famiglia sbadata che è rimasta inconsapevolmente in linea. Mentre Chiara cerca tra i domicili il nome di questi disgraziati, dall’altra parte del banco la famigliola sfrattata dal caso chiede la disponibilità di un telefonino: riesce ad ottenerla da un una signora solo rimborsandole l’importo della chiamata. Ed eccola qui la preoccupante telefonata ai vigili del fuoco, cui Freddy non fa però subito caso perchè impegnato a dare disposizioni a Alberto, uno dei due ragazzi del domicilio (Alberto e Enrico, due fratelli di 19 e 22 anni che Margherita chiama speedy-boy), che alla prossima consegna ha il compito di fermarsi nella casa in cui è rimasta incastrata la linea telefonica, avvisando dell’accaduto e ponendovi rimedio. A quella telefonata presta però inevitabile attenzione terminate le disposizioni a Alberto e percepito il cresciuto vocio dei clienti: i vigili del fuoco non avrebbero potuto aiutare la famigliola interessata a causa dei diffusi allagamenti in cui sono prioritariamente impegnati. Accertata la gravità della situazione, qualche attimo di silenzio ha appiattito lo spessore di un banco divisorio traballante come il dente di un bambino che teme le conseguenze dolorose della sua caduta. Partiti sia Alberto che Enrico, in Pizzeria sono rimasti quei clienti incastrati dalla pioggia e poi Freddy, Ines, Chiara, Vania, Marco (24enne quasi ingegnere, ragazza fissa e sabati nel solito pub) e Margherita tra le file incrinate di un’equipe che resta meno rigidamente tale. Tra i clienti il single della diavola che sembra avvicinarsi a Chiara, la famigliola sfrattata dal caso, il cui figlio timido viene piano,piano trascinato dalla vitalità della bimba di 5 anni che era andata in bagno. Ci sono naturalmente i genitori di questa mora ricciolina, e c’è poi un 70enne serafico col nipote adottivo di origine albanesena, età 9 anni. C’è anche un’ arzilla vecchietta di 83 anni, spiritosa cliente abituale del PizzaGood, che abita lì vicino e che tutte le settimane viene ad acquistare una pizza e sfogare un pò di triste allegria. E c’è anche una coppietta silenziosa ed elegantina di 18enni: lui controlla la batteria del suo telefonino e lei si chiude nelle spalle, tenendo stretta con la mano la tracolla della sua borsa di pelle nera, mentre la vecchietta inizia a parlarle del marito defunto e del fidanzato in bianco e nero che era stato. C’è infine anche un extracomunitario, Tuba, che ordinando una pugliese aveva parlato un pò con Margherita, la quale era però stata costretta a ristablire una certa distanza difronte all’allusione di ricerca di una sposa. Era entrato in pizzeria due ore prima, Tuba, alle 18.00 quando non c’era ancora nessuno e Freddy si era lasciato sfuggire una frasetta un pò leghista (“se non stai bene in Italia è perchè non c’è lavoro, ma quello non c’è neanche per gli italiani”, una chicca cui Tuba aveva risposto con voce placida e sguardo basso “no, non è il lavoro; quello c’è. Sono le abitazioni” e poi tutto era stato infornato con le pizze preparate) ed era ancora lì e si mangiava silenzioso la sua pizza pronta da un’ora. Nella pizzeria cresce il senso di isolamento e la tensione per l’attesa del rientro degli speedy-boy si unisce alla pena per i parenti non presenti e per le proprie case probabilmente allagate. Non solo. La radio non trasmette notizie e i vari cellulari iniziano a “morire”. La scontrosità di un panico egoistico si trasforma faticosamente in solidarietà: scambiando le tessere, si utilizzano i pochi telefonini carichi per avere notizie su case e parenti. E gli speedy-boy? Sono entrambi bloccati ed in pizzeria non lo sa ancora nessuno. Alberto, con la pizza maxi-4 gusti da consegnare e la sua missione-telefono, è bloccato in un sottopassaggio allagato e non può aprire la porta insidiata da un livello d’acqua crescente, ma non ancora preoccupante. Enrico, che era partito per una consegna in motorino, è rimasto “bloccato” in una famiglia semplice e ospitale che l’ha invitato a fermarsi finchè la pioggia non si placasse. Casalinga rubiconda, operaio all’acqua Vera di S.Giorgio in Bosco, due figli di 16 e 8 anni, una figlia di 13 e la nonna paterna sulla poltrona davanti alla Tv: questa la famiglia che cerca di mettere a suo agio un Enrico dal forte senso del dovere, che rifiuta lo spicchio di pizza e il buonumore offertogli e che si preoccupa di telefonare subito in pizzeria. Il telefono risulta sempre occupato. Inizialmente pensa che si stiano susseguendo ordinarie le richieste di domicilio e si limita a telefonare ripetutamente col suo cellulare (non vuole approfittare del telefono di quella casa così disponibile), ma dopo un’ora pensa di chiamare sul cellulare di Margherita: era partito alle 19.00, prima dell’arrivo della famiglia del piano di sopra, e stava già iniziando il tg5. Per fortuna o per destino la sera prima aveva chiesto a Margherita il numero del suo cellulare, per poterle spedire il nome del pub in cui sarebbe andato a parare, meta indecisa di un sabato sera per la cui organizzazione lei gli aveva chiesto consiglio. In pizzeria, il cellulare chiuso nella borsa indiana di Margherita viene udito di striscio da Vania che sta passando a fianco dello spogliatoio: è Enrico. Margherita parla un pò con lui poi porta il telefono a Freddy. Il silenzio che circonda la telefonata fa ascoltare ai presenti il sollievo di Freddy per le notizie rassicuranti sullo speedy-boy di cui è responsabile e sull’Enrico di cui potrebbe essere amico. E si ascolta anche quell’assoluzione che tranquillizza Enrico e gli fa tornare la fame: pizza finita, gli viene offerto un pò di salame. Anche in pizzeria la fame sembra salire con un crescendo di distensione. Si è ancora preoccupati, dipendenti e clienti, per Alberto di cui non si hanno notizie da più di 40 min (era partito alle 19.30 circa) e della cui missione il telefono ancora isolato dà ancora segnale negativo, ma dopo la telefonata di Enrico si è un pò più tranquilli. E tranquillo è ancora anche Alberto: non si è fatto prendere dal panico, ha chiamato col suo telefonino i vigili del fuoco ed ha ottenuto la promessa di un repentino intervento (allagamento). E’ lì da circa 1/2 ora con la musica di radio Bomba ed ha deciso da poco di concedersi uno spicchio di quella maxi umida e infreddolita che, se fosse riuscito a consegnare dopo l’arrivo dei pompieri, non poteva non essergli perdonata. Sa di non poter chiamare in pizzeria e non si preoccupa nemmeno di farlo, visto che ancora non si preoccupa per sè. 20.15: Alberto si concede un altro spicchio di maxi; Enrico sta mangiando pane e salame in una casa in cui comincia ad allagarsi la cantina e in pizzeria Freddy propone di fare una maxi da mangiare tutti assieme. La scena si sdoppia tra la realtà e l’immaginazione di Margherita: dalla proposta di Freddy si ruota in senso orario all’idea di Margherita, blocchetto alla mano, di fare uno spicchio al gusto scelto da ogni persona, una 1000gusti. La scena continua a ruotare rimbalzando sul desiderio di ogni cliente entusiasta e poi torna circolare alla bocca di Freddy che pronuncia la parola “Margherita” e poi il suo sguardo sul blocchetto “margherita per tutti”. E’ fragile e molto sottile la divisione equipe/clienti, eppure continua ad esserci, ci deve essere dal momento che gli ingrendienti sono costosi con la pioggia come con il sole. Ines prepara la maxi eccezionale abbondando di mozzarella e sorridendo dice di aver nascosto dentro questa pizza la ricevuta dei 63miliardi vinti la sera prima. E scatta l’idea comune: giochiamo! Si decide di iocare tutti assieme al Superenalotto e di tentare anche la schedina del Totocalcio, si tentenna e poi si lascia cadere l’ipotesi di giocare anche a Totip. Partecipano tutti alla scelta dei numeri e ai pronostici delle partite, tutti tranne quel pensionato silenzioso e serafico che non contribuisce alla schedina: vuole giocare la “sua”, quella che si ostina a giocare sempre uguale da anni. Qualcuno, forse il lui della coppietta, gli chiede il perchè e la scena si sdoppia. Si sente la voce del vecchio spiegare con pacatezza le sue ragioni e, attraverso i suoi occhi, si vede un platea distratta e disinteressata. E’ questa platea indifferente che lui teme tanto da rinunciare a giustificare agli altri e a se stesso quel rituale. Così si ascolta la voce dei suoi pensieri spiegare la paura di non giocare anche solo per una volta e l’attesa di un appuntamento con la fortuna che non voleva dover rimpiangere, tanto ormai, malato di cancro, stava aspettando solo quella e la morte e non sapeva quale sarebbe arrivata prima. E poi si torna sulla sua bocca e si sente la sua voce rauca dire semplicemente “perchè no”. E poi viene sfornata la maxi margherita e si mangia. Sono le 20.45, il telefono è ancora isolato e i soccorsi attesi con fiducia da Alberto si ostinano a tardare: la maxi da consegnare è oramai una mezza maxi e la tranquillità dello speedy-boy inizia a gorgogliare per l’aumentare del livello dell’acqua tutt’attorno. Preoccupato, Alberto vorrebbe poter chiamare in pizzeria per giustificare il fallimento della sua missione e chiedere in tal modo un implicito aiuto, ma sa di non poterlo fare. Pensa allora di chiamare il fratello Enrico sul cellulare, credendolo già rientrato in pizzeria, ma lo trova alle prese col bagno della casa che lo sta ospitando da quasi due ore. Ancora una volta, nella pizzeria isolata suona il telefono di Margherita e la batteria quasi scarica permette con i suoi ultimi respiri di ricevere notizie sul disperso Alberto, ma non certo notizie tranquillizzanti. La tensione stemperata non tarda a ritornare acuta quando Margherita passa il suo telefono agonizzante a Freddy che si fa spiegare bene la situazione e chiede specificazioni sulla localizzazione di Alberto e della propria auto. Freddy lascia trasparire una forte preoccupazione per la propria auto e l’atmosfera in pizzeria si fa pesante, tanto che il bimbo di tre anni sfoga quel senso di claustrofobia, stanchezza e sfiducia imperante in un pianto nervoso che Chiara cerca di calmare con un palloncino del PizzaGood, ma quando si avvicina al bambino con fare premuroso e voce in falsetto, questo sembra maggiormente sttirato dalla spilla a forma di pizza puntata sul suo petto. Chiara decide di regalargliela, da un’occhiata a Freddy che annuisce ad occhi chiusi e poi toglie la spilla mostrando al bimbo l’ago cui deve fare attenzione. Per insegnargli il pericolo pungente, cerca di simulare il dolore su un proprio dito e si fa male veramente. Il bimbo le prende la mano e le dà un bacetto taumaturgico, con semplicità disarmante. Così mentre la madre attacca la spilla sulla felpa del figlio e gli raccomanda di ringraziare, Chiara rimane impietrita nello sguardo cristallino del bambino e persa in uno stupore dolce e penetrante: la sua vita sembra cascare ai piedi di quel piccolo come un mazzo di carte tenuto da mani orgogliose ma deboli. Moglie tradita, era ripartita con caparbietà per una nuova vita che vedeva ora realizzata in un’indipendenza pagata con lo scorrere del proprio tempo tra lavoro, spese, pulizie e una settimana l’anno di vacanza. Non è una delle cose più facili del mondo lavorare al fianco di una persona che come Chiara si fida solo di se stessa, inconsapevolmente e inevitabilmente, ma non si può non capirla: Margherita all’inizio ne era intimorita, a volte infastidita, ma poi ne è stata sempre più intenerita… Perchè le cose che danno fastidio, viste da un altro punto di vista possono fare tenerezza, nel peggiore dei casi pena. E quella scena, quelle carte invisibili sparse sul pavimento fra Chiara e il bambino sul volto di Margherita non possono non diventare tenerezza infinita. Tutt’attorno, comunque, la frenesia continua e Freddy si sta adoperando a suon di telefonini per raggiungere l’infreddolito e preoccupato Alberto. Ad offrirgli il cellulare è il signore stile barbour con un gesto silenzioso e carismatico e con esso Freddy pensa di telefonare a casa di suo padre, contadino pensionato e affezionato a quei due campi di pannocchie. Perchè suo padre? Perchè Napoleone ha un trattore che non dovrebbe certo temere qualche centimetro di acqua e che potrebbe raggiungere lo speedy-boy e trainare la macchina fuori dall’acqua, alla faccia del camion dei pompieri. Ironia della sorte, appena terminata questa importante disposizione suona il telefono della pizzeria: attimi di stupore e di sguardi interrogativi e ipotetici circa la modalità e il momento di ripristino della linea intrappolata e poi la risoluzione. Risponde Freddy, padrone della situazione, e al di la della cornetta trova la famiglia con cui è stato collegato fino ad allora: sono quasi le 21, lì a galliera le pizze devono ancora arrivare e hanno pensato di chiamare per lamentare la loro fame. Ignari di tutto, telefono e pioggia, si sono sentiti dire che quelle pizze non erano mai partite grazie a loro e non se lo sono sentiti dire con molta diplomazia commerciale: clienti o meno, Freddy era arritato sul serio, nel profondo, probabilmente sotto lo spessore di autoconvinzione. Ore 21.15: il clima nella pizzeria è molto più trnquillo ora che il telefono è risuscitato e Alberto sta per essere salvato. Chi ne sente il bisogno, passa dietro il banco per telefonare a casa, per andare in bagno o per scaldarsi un po’ le mani avvicinandole al forno. In cucina a mangiare un po’ di patate ci sono Chiara con due “uomini” sorridenti e complici: uno di 30anni, Daniele, e uno di 3, Matteo. La pioggia sembra iniziare a diminuire, lo dice la vecchietta che, abitando lì di fronte, vorrebbe tentare di attraversare la strada per andare a vedere come stanno i suoi gatti. Ma la strada è allagata: non importa, perchè Risotto e Spaghetto, i suoi gatti, se la sanno cavare. E proprio mentre il PizzaGood mette il naso fuori dalla porta, si vede arrivare dal semaforo un trattore che passa fiero davanti ai vetri appannati del locale e riporta lo speedy-boy al suo quartier generale. Sono le 21 e 30 circa quando arrivano due vigili del fuoco per aiutare le persone a rientrare nelle loro case. Vengono accolti da col sollievo della famigliola sfrattata, con le accuse sottese di inefficienza di Freddy e Alberto e con l’indifferenza dei più impegnati a conoscersi ancora un altro po’ed a scambiarsi i numeri di telefono in caso di vincita collettiva al Superenalotto. Si giustificano distrattamente, loro, e tentano di rifarsi indicando loro le strade percorribili e tranquillizzandole sui danni occorsi: “non è stato così grave come il 7 ottobre, quando era dovuto intervenire l’esercito”. “Forse no, ma in compenso è intervenuto Napoleone”: frase pronunciata con intento polemico dal padre di Freddy e sfociata nella risata di Daniel, il bambino albanese, e nell’inevitabile ilarità generale.

 

 

F r a m m e n t i

 

Doveva essere a lavoro alle sei e come al solito era già meno cinque, se non addirittura meno tre. Salì in macchina con le braccia tese verso il sedile di destra per lanciarci borsa, cassette e camicia bianco pulito della divisa. Non era ancora del tutto convinta di quei pantaloni, ma non aveva altro tempo da dedicare allo specchio della sua camera ed ai vestiti accumulatesi sulla poltrona della sua indecisione: il sabato sera post-lavoro l’avrebbe ormai vista vestita con quei colori grigiastri. E adesso via, in pizzeria… Seduta di fronte al volante della sua pandina rossa, mani e sguardo ancora in quel mucchietto di cassette doppiate: Pearl Jam, Alanis, Cranberries, REM, Guccini, No Doubt, Radiohead, Lorenzo, Bono, PJ Harvey, Carmen Consoli, Tracy Chapman e Garbage si scontravano con i plastificati tintinnii di quel mescolare frenetico, indeciso e soprattutto in ritardo. Ok per i Garbage: motore e retromarcia finché il nastro si riavvolgeva; prima, REW e PLAY oltre il portone di casa, allo stop e sulla strada. Volume al massimo di decenza del suono, in bilico tra il motore arruffato e prepotente ed i bassi distorti ed offesi.

Strada di paese: case della via e bar con le macchine e i motorini dei papà e dei nonni ed alcuni di loro, gli uomini, sulle porte ad osservare lo scalare delle marce.

Stop e poi strada fra paesi, strada di confine che scorre intorno come un treno di pixel in contromano.

Lei pestava la frizione balorda e l’acceleratore sconfitto, aggredendo con la sicurezza di un genitore le marce in ascesa di quella sua coprimotore, lattina di Coca per colore e consistenza. Riempiva di musica e di se stessa quel mucchietto di milioni materni, pensando alla sicurezza di una voce incazzata capace di rimbalzarle nella testa e di portarle adrenalina nelle mani mentre lo sguardo le cadeva inconsapevole sul paesaggio già visto che investiva scontato la sua corsa. Correvano lungo e oltre le sue braccia poche case dal giardino grande e ben curato, correva oltre il cartello di fine e inizio paese, correvano i consueti campi e le montagne sulla sinistra. Dove finiva il suo paese e dove iniziava l’altro era di fatto poco comprensibile: prima e dopo questo pugno di famiglie c’erano un po’ di campi e di curve dolci che rendevano indifferente a quelle persone l’andare a messa in uno o nell’altro paese. I cartelli non segnavano un confine virtuale ed assurdo come nella periferia di Padova o, per esagerare, di Milano: i cartelli non servivano, perché il confine non era una linea immaginaria, ma una fascia d’aria, un pezzo di strada abbastanza lungo da permetterle i 110 e più di 3/4 di canzone.

 

Bella constatazione, questa, circa il confine tra i paesi dell’alta padovana; se n’era resa conto perché si poteva generalizzare a tutti i paesi limitrofi all’ottavo nano, Tombolo, in cui viveva da ormai 20 anni. Tutti simili questi tunnel di campagna tra un paese e l’altro. Bella constatazione, ma non la stava facendo in quel momento: era solo una delle tante custodite nelle scatole della sua mente e spesso riversate nello specchio nero-inchiostro della sua penna. Io sono la sua penna. Io sono la protesi della sua adrenalina mentale e l’aorta della sua energia vitale, sono la sua compagna di viaggio, la sua confidente e la sua pulce prepotente, sputtanatrice del suo orgoglio e amplificatrice della sua pena. Sono qui per raccontarvi una vita tra tante, una vita tra tutte perché tutte possano sapere, sentire e capire che è la Vita stessa a raccontare il paradosso dell’Esistenza e dell’Insistenza, il quadro assurdo, buffo e tragicomico di Sicurezza, Ricerca, Volontà, Felicità e Serenità di un’apparente sopravvivenza alla conquista di se stessa.

Pensieri di provincia su quella strada di pochi minuti, pensieri impliciti e già fatti che lei in quel momento credeva di non avere dentro, riempita com’era di quella canzone energica e concentrata su quella lancetta che segnava categorica il margine sottile del suo quasi ritardo. Scalava le sue marce con prepotenza all’affusolarsi della strada che come uno spicchio appuntito sembrava entrare nel centro del paese. Il semaforo rosso, come al solito, rendeva inutile l’irrequieto sorpasso di quella coppietta col <i>BMW</i> blu frustrato. Lo sguardo attraverso lo specchietto retrovisore, automatico, cadeva qualche secondo dietro la sua testa e poi ci finiva dentro, dentro con la musica che indice e pollice stavano provvedendo a potenziare e la voce a sottolineare. Divenuto verde il semaforo, la pizzeria entrava nel suo campo visivo prima ancora di darle il tempo di mettere la seconda: era un pulsante rettangolare giallo elettrico e rosso pomodoro, luccicante nella vetrina trasparente che permetteva di vedere il lavoro già iniziato all’interno: c’erano già dei clienti, un uomo con la figliolina seduti in paziente attesa ed un altro con i gomiti sul bancone e lo sguardo teso verso la testa china di Chiara. Era ottobre, l’estate era finita e la gente iniziava a cenare sempre prima, per questo il sipario era già stato alzato ed i forni cominciavano a riempirsi di pizze, desideri e risparmi.

Mentre si dirigeva verso il suo solito parcheggio, pensava che probabilmente a Chiara era come al solito stato chiesto di arrivare 1/2 ora prima rispetto agli altri e si chiedeva chi altro avrebbe trovato una volta aperta la porta del retro. Spenti il motore e la radio, prese tra le braccia la divisa e, facendo cadere un po’ di cassette, riuscì ad infilzare il braccio destro nella tracolla della sua borsa indiana, a chiudere col fianco lo sportello ed infine, appoggiandosi al finestrino, a far girar la chiave nella serratura. Occhio alla strada per attraversare, era costretta a passare a piedi davanti alla vetrina e, con la speranza che i vestiti non perdessero il precario equilibrio raggiunto sulle sue braccia, si chiedeva sempre se qualcuno la stesse osservando. Di solito percorreva quei 4-5 metri con la testa china; solo quando non c’erano ancora clienti la alzava verso l’interno, scambiando sorrisi e sguardi di intesi saluti e di sottointesi commenti con quei compagni di lavoro curiosi di vederla e di conoscerla nella vita senza divisa, otre il cappellino rosso e la spilletta che identificavano il franchising, ma non lei. Iniziava a spingere la porta del retro con la spalla e spesso la sentiva allontanarsi subito dalla sua instabile spinta, aprendosi per mano di uno degli speedy-boy che dietro quella porta attendevano lo start. Se ad aprirle era stato Enrico, doveva ricordarsi di dargli la cassetta degli Smashing che gli aveva registrato. Oh yes, Enrico. Sorriso, cassetta e di corsa nello spogliatoio stirando dietro sè un “Ciao a tutti”. Chiusa nello spogliatoio, si cambiava veloce facendosi spazio tra le fototessere che il saluto ricambiatole da ogni voce stampava lì dentro come nella sua mente, come in una finestra di icone cliccate da quei “ciao” restituiti. Freddy, Ines, Chiara, Vania e Marco. Tutti tranne il secondo speedy- boy, Alberto, convocato per le 18.30. Tutti lì, nella pizzeria e nella sua testa.

Era il primo vero momento di stasi della serata: non c’erano clienti presenti, i domicili erano appena stati infornati ed il telefono al momento non suonava. La radio confondeva il proprio suono con il vorticare impercettibile dell’aria e accompagnava timida l’imbarazzo che coglieva Margherita quando non sapeva cosa far fare a quelle mani pagate per starsene indaffarate. Freddy aveva posato la paletta e stava dando un’occhiata generale alla situazione, approssimando forse un informale bilancio… Poi l’ora, la memoria, l’orecchio teso e lo scatto verso il bancone: “alza il volume!”. Silenzio, silenzio: la radio stava per comunicare i sei numeri necessari per la stratosferica ed irreale vincita del superenalotto. Le estrazioni erano già state fatte 1/2 ora o 3/4 d’ora prima, ma l’unico modo che avevano di raggiungere la pizzeria era la testimonianza di un cliente informato o di un dj incaricato. Anche questa volta, come era già accaduto a giugno per i rigori della partita Francia-Italia, il mondo avrebbe fatto capolino nel tempo caldo e calmo delle pizze infornate per mezzo di una voce modulata e amplificata. Il susseguirsi cadenzato di numeri cadeva come la pallina del karaoke sui nasi all’insù di quelle esili speranze in ascolto concertato e concentrato. A braccia allargate ed energicamente puntate sul banco, Freddy seguiva attento quella voce quasi palpabile e teneva strette le fila di un mutuo silenzio, fino a quando non piegò sconfitto la testa, rilassando di scatto i muscoli del collo come a tagliare con un colpo d’accetta le redini dell’attesa collettiva. Nessuno di noi era diventato miliardario. Nessuno avrebbe avuto il “problema” di dover associare a quella cifra un’immagine mentale adeguata. Nessuno l’avrebbe potuta e dovuta gestire. Giù la testa. Seguirono commenti di reciproca consolazione e frasi di circostanza per stemperare la tensione e per attutire con ironia quella buffa esposizione di umile e sincera speranza. Era stato un attimo, ma era bastato per spogliarsi di fronte agli altri, ognuno nella propria piccola, grande miseria personale; era bastato ad umiliarsi un pochettino credendo per un po’ al Paradiso, così completamente ed ingenuamente come in una scena della vergogna da “credo a Babbo Natale” confidato ai compagni di 5^ elementare. Tra coloro che avevano giocato, nessuno aveva vinto e tutti abbassavano lo sguardo, quasi spieccandolo sul pomodoro circolare di una pizza da creare. Anche Freddy, Ferdinando, il capo, s’era fatto spazio tra i suoi neopizzaioli e con le spalle al mondo s’era messo a fare la prossima pizza da infornare. Margherita osservava disattenta i ragazzi fermi attorno a lui, scoprendo dentro sè quello strano sollievo che prova chi, come gli altri, non ha vinto perché, semplicemente, non ha giocato… Ma questa spicciola introspezione veniva subito disturbata dai suoi sensi: c’era un silenzio di fragorosa tensione che non si poteva non percepire. Ci voleva una frasetta, un commento da bar che potesse coinvolgere le menti impegnate in quella fuga a picco. Decise così di porre a tutti un quesito da osteria che in una o due occasioni aveva anche avanzato con convinzione: “perché una cifra così abnorme ad una sola persona e non una più equa e razionale redistribuzione delle speranze? 63 miliardi?!” Recitava. Stuzzicava la polemica per deviare la delusione, per incanalarla nella lotta sorda della critica, nell’umile riscatto del distacco personale, nella presa di posizione o anche nell’accusa, nella rabbia, insomma, nella triste rabbia del vinto. Il gioco di consolazione da lei alimentato avrebbe raccolto i suoi partecipanti, ma non immediatamente come avrebbe sperato. Occhi e mani sulla pizza, Freddy sciolse la sua piccola amarezza e le diede libertà con parole ferme e basse come il suo sguardo: “No, no, io li avrei voluti tutti!”, così, con greve semplicità. E come se uno dei fili di tensione non fosse ancora stato spezzato, Chiara lo seguì, sorriso forzato, denti e occhi opachi, confessando che lei non tanto li avrebbe voluti tutti, quanto ne avrebbe avuto bisogno.

Margherita ascoltava con pena sottile quella breve breccia di verità, ascoltava bevendo un bicchiere d’acqua in cucina e respirando per un po’ quell’atmosfera mattutina, poi si riaffacciò col sorriso e ribadì ciò che aveva detto qualche ora prima: a lei sarebbe bastato il 28 su Cagliari, non pretendeva molto. Freddy non commentò e non la guardò, fece un sospiro rigeneratore, riaccese il suo sguardo da attore brillante e, inclinando vagamente il corpo all’indietro, si avvicinò ad Ines che non aveva ancora parlato dopo il suo “Nooo” di non sentita delusione… “Ah, Signore!” disse gesticolando un sarcastico dissenso e trascinandosi verso di lei con i piedi in avanti: “Ti pareva che non finissero a Bari, nelle mani dei terroni!”

Dalla cucina Margherita non riusciva a vedere Ines, ma non la sentiva neanche parlare, nè ridere. Poteva però vedere Freddy ed aveva visto quel sorriso convinto della propria ironia… Aveva visto e non aveva ben capito se si era trattato di sarcasmo o di un costrutto. Pensava al fatto che le era stato detto che era leghista e le tornavano alla mente poche e sottovalutate frasi sui migranti, gli immigrati, come ad esempio: “a me non piacciono tanto”. Ricostruito a ritroso il ricordo era molto sfocato… Cercava di non distorcere la sua memoria per comprendere e si rendeva conto che ben pochi erano i mezzi che aveva a disposizione per capire se quel potenziale leghista attingesse da un interesse economico o da una convinta intolleranza. Di una cosa era certa: quella frase, quello sguardo ed il silenzio di Ines le avevano smorzato quel sorriso che poco prima s’era creata. Raccolse le sue sensazioni e tornò al banco, richiamata dall’elastico cigolio della porta. “Buonasera!”. Sorriso, sguardo ricaricato e corpo atteggiato. Poi lo scontrino al probabile delegato di una piccola riunione di parenti e tipico cliente da scontrino, vista la quantità delle pizze ordinate. Avrebbe potuto fare la somma a mente ed aprire semplicemente la cassa come il pizzaiolo le raccomandava spesso di fare, lavorando per lui e “non per D’Alema” e lavorando in nero, sottolineava, per se stessa. Rimasta vicino alla cassa, mano sinistra sul banco e destra sul fianco, guardava con sorriso marmoreo Chiara e Freddy fissare il forno, voltando a volte le loro teste verso di lei ed i clienti presenti. Continuava a pensare. Pensava piano e recuperava le fila di quel quesito: era razzismo ciò che aveva udito? Non voleva, non riusciva a rispondersi con precisione e proprio la consapevolezza di questa difficoltà di far chiarezza le fece prendere coscienza di una cosa di non poco conto: se non aveva indizi e mezzi adeguati all’interpretazione era perché Freddy non parlava mai della Lega, non parlava mai di politica. In pizzeria non si affrontava altro che argomenti “soft”, come il tempo e il lotto e, ovviamente, la politica non era tra questi. La politica poteva creare attrito sia con i clienti che s’era sforzato di conquistare, sia con membri di quell’equipe che era impegnato a compattare. Si sentiva critica nei confronti di quel titolare calcolatore formatosi al corso del franchising a botte di libri di Og Mandino. La sua mente iniziava a portare alla luce flashback coerenti. Era entrato un uomo, qualche sera prima, che aveva fato allusione al convegno della Liga Veneta di Comencini, lanciando un sasso con l’intenzione e la convinzione di vederlo rimbalzare in superficie. Ma quel sasso era stato sapientemente inghiottito dall’acqua salubre di una frase di circostanza, così come quello stesso convegno si era svolto nel paese in cui lavorava e lei non aveva avuto modo di accorgersene: inghiottito anche quello.

“Buonasera!”

Una coppietta: “Piccola, tu cosa vuoi?”.

2 margherite e 12.000 lire senza scontrino.

“Scusi, le mie pizze? Se non sono le prossime me ne vado!”.

Driin, driinn: “Buonasera, PizzaGood!”.

“Uff!”… Aria, aria. Sospiro. E poi il recupero di quell’immagine con l’aiuto di Enrico, <i>speedy-boy</i> in attesa delle pizze sulla porta a soffietto in fondo al banco. Gli aveva raccontato l’accaduto e le sue perplessità, sottovoce, accertandosi previamente della sua complicità, così insieme si resero conto di come in pizzeria non si fosse mai parlato di quel convegno pur così vicino. Con parole sillabate e silenziose, ricordarono quell’omone che aveva ordinato una maxi S. Martino (patate, salsiccia e scamorza) raccomandando il pizzaiolo di non sbagliare con Campo S.Martino, come aveva fatto il tg5 del 5 ottobre credendo di riferirsi alla sede dell’assemblea costituente della Repubblica Veneta e non sapendo che Campo S.Martino era un altro paese fedele alla Lega di Bossi: “Mi raccomando, una S.Martino, che non faccia come il tg5…”

Flop: “Eh, cosa vuole, i giornalisti sono una brutta razza…”. Senza nemmeno voltarsi a guardalo Freddy aveva sparato il luogo comune più opportuno e sordido. Flop nella palude.

Mentre Enrico partiva per una consegna, Margherita s’era ritrovata con i pensieri fuori di lì, nel pranzo di una famiglia in una domenica d’ottobre. Perché forse quel sasso non era stato inghiottito solo da un’indifferenza costruita ad hoc per l’interesse commerciale del PizzaGood. 4 ottobre. La sua famiglia. Sua madre, suo padre e la TV della cucina in antagonismo sonoro con l’Mtv della sorella in soggiorno. Tg5: servizio sulla Liga di Comencini e la comparsa in sovraimpressione della scritta “Campo S,Martino”. Risultato: delusione dei suoi genitori per l’errata citazione dei propri luoghi sul tg nazionale. Ma non importava, perché sul video scorrevano volti conosciuti, visti o incontrati: “Quello? Sai chi è? E’ il marito di…”, “con quello ci ho parlato, una volta…”, “sua moglie… ; fine del servizio. Ancora flop. L’indifferenza sembrava molto meno circoscritta e razionalizzabile di quella ravvisabile in Freddy. Quell’interesse per i volti e per le immagini era stato un totale disinteresse per le parole. E le poche parole percepite sembravano generare, se non consenso, una vaga derisione: un rimbalzo sbilenco e poco più.

 

 

Quel suo uovo rosso-lattina scivolava come marmo sull’asfalto mentre lei, sonnambula al mondo che investiva, si lasciava riempire dalle melodiche parole di Guccini. Indifferente a ciò che vedeva avvicinarsi, affiancarla e lasciarla andare, guardava nel movimento delle sue dita quei pensieri in musica… E la sua vita… Cantava e pensava, Margherita. Guidava con ostentata sicurezza e scontata competenza. Vedeva le case e le strade, ma ci cantava sopra come se avesse tolto l’audio alle immagini che la inghiottivano e la perdevano. Finché una di quelle immagini mute non richiamò con prepotenza la sua attenzione e, reclamando la propria forza, si impose sulle note palpabili di quel volume di gomma: una macchina ferma e dolorante… Due macchine ammaccate, sfasciate… Ed il silenzio tra quei sedili vuoti e sbilenchi…

Il suo guscio scivolava molto più lento, molto meno deciso, sempre più timido, quasi umiliato… Persone… Ragazzi attorno a quel silenzio caduto… Sguardi stupiti, inorriditi per quel che era stato: un lampo, un tuono di paura ora vinto dal tempo e dal silenzio e che pure continuava a rimbalzare nelle loro teste… Immagini mute di un pianto… Una ragazza dal volto nascosto e piegato sulle sue mani spalancate nell’orrore, spalle basse, abbassate dallo stupore e schiena curvata da un pesante terrore… Quel rumore, quell’odore, quel fetore: la morte, la paura…

La musica continuava dentro il suo guscio, ma non trovava altro varco nella mente rapita e nei sensi in allerta: sentiva quel pianto, Margherita, sentiva quel grido soffocato, quel senso d’impotenza, conosceva quell’angoscia viscida ed appiccicosa. Aveva visto le gambe di quella ragazza piegarsi dal dolore e portava quella scena dritta infondo alle sue ossa, lasciandole prendersi gioco della sua corsa. La sua pandina inconsistente era scivolata piano dentro e a fianco a quella scena che continuava a ripetersi lenta nei suoi occhi. Nei suoi occhi quelle gambe vinte ed il sapore pieno e gonfio della voglia di piangere. Angoscia e tristezza come la gelatina di un ricordo appiccicoso e pungente che credeva sigillato. Gli occhi le tornarono insensibili alle immagini fuori da quel guscio rosso-lattina e poi sonnambuli anche alle note fuori dal guscio dei suoi pensieri. Quello scrigno di vissuto si era aperto, di nuovo, dentro di lei, con prepotenza. La prepotenza della realtà.

 

Era presto e non c’era ancora molto lavoro.

 

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