Lui & Angie, originally uploaded by Marita Cosma.
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torno a casa e faccio un passo verso il corridoio: vedo i miei due gatti in agguato a fissare un punto, quatti quatti in posizione d’attacco. Non capisco. Guardo meglio il pavimento e dello stesso colore del legno dopo un po’ scorgo un cucciolo con le alette ferme, le zampette invisibili e lo sguardo moribondo fermo ad aspettare la sua sorte. Mi esce una specie di urlo e la mia micia nera fa un balzo, lo prende fra i denti e corre sotto il lettone seguita a tutta velocità dal micio bianco. Un secondo e sono china a cuore in gola e mentre nella testa mi si intrecciano pensieri sull’istinto e la casualità e la causalità, riflessioni lampo sulla catena alimentare della vita da appartamento piuttosto che da giardinetto o selvaticaselvaggia e tutti i sinonimi del caso, dico un no deciso quasi un mugugno alla mia pantera che scivola un po’ indietro e un poco attonita molla la preda. La prendo nella mano, è piccola piccolissima ed ha una ferita sotto l’ala ed una probabilmente sul collo non capisco bene, corro. Piccolina vieni andiamo dal veterinario sussù andiamo dobbiamo salvare quest’uccellino dammi la mano. Arriviamo al centro ENPA più vicino e capiamo quasi subito di non essere nel posto giusto: ci sono solo cani e gatti e quelli che vivono lì e si muovono disinvolti ad ogni altezza hanno occhi nasi baffi e corpi tesi verso la mia mano protettiva che un po’ cerco di nascondere tra le piante… Qualche minuto e arriva la veterinaria che tra gli altri e le foglie quasi non ci vede. La chiamo, le chiedo, mi dice che guardia forestale, lì. Lì, il primo portone è aperto il secondo anche ma la porta dell’edificio è chiusa con la grata tranne che per una trentina di centimetri. Ci infiliamo e troviamo un campanello da suonare, qualcuno che ci apre, delle scale da fare, una guardia forestale: “non è qui, mi dispiace: dovete uscire, qualche metro più in là oltre il portone c’è un altro edificio, suonate lì”. Ok, usciamo e facciamo quattrocinque metri a piedi e ci sentiamo chiamare dalla finestra che la macchina la dobbiamo portare con noi che poi chiude il portone grazie. E ok. Dieci metri in macchina, parcheggio, scendofaccioscendereprendo, suono l’altro campanello dove il portone è chiuso e oltre il quale vedo due edifici, spiego, mi sento rispondere: “No, no, sì, però non qui. Deve uscire e rientrare dall’altro portone di là: lì”. Lì è una sorta di casa con giardino nella pineta e sul retro il portone a cui avevamo suonato prima. Parcheggio-scendo-faccioscendere-prendo_guardonegliocchistaibenecisei? e saliamo una delle due scalinate a trapezio per trovare un corridoio di uffici e odore di polvere, un paio di impiegate che stanno staccando il turno e ci guardano molto più che perplesse ed un signore in camicia e cravatta che si alza appena dalla sedia dietro la scrivania messa di sbieco tra la finestra e la porta e le mensole di legno che sembra un po’ una barca un po’ l’ufficio di un vecchio preside e quasi ci sorride, mi dice: “sissì ha fatto bene, la dia a me”. E’ ferita, gli dico. E’ una cucciola?, non lo so. “Sì, sìssì”. Che cos’è?, gli chiedo. “E’ una capinera. Ha fatto bene a portarla, è una specie protetta”. Grazie e ci saluta e si avvia con calma, una camminata assorta, verso la pineta. Lo seguiamo un po’ con lo sguardo, silenziose e pensierose anch’io e la mia bimba, che mentre torniamo sotto il sole di quel pomeriggio e ci avviciniamo alla nostra sicurezza a quattro ruote mi chiede, quasi sottovoce: “Mamma, ma non c’era il dottore? Dove la porta quel signore?”…
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