Si può piangere, indiscriminatamente, ognuno nella propria mente. Se sei donna fallo pure apertamente. Se sei uomo guardati dallo scegliere accuratamente. Anche se si è sudati, tutti.

Tu sei un’ondata, un’ovatta di calore. Ti vedo cadere, piano, rinunciare anzi no decidere, seguire le tue vertebre, le tue costole sulle mie due ultime, le sento premere e scivolare, le mani ruvide che mi spostano le anche, gelide o bollenti non capisco. Il tuo sorriso, solo e soltanto quello, mi dice quando essere amazzone e non mi frega un cazzo del tuo giudizio. Che tu stia bene adesso, almeno in questo momento, solo questo, che manco ti conosco.

Ogni volta ci ricasco, in questa storia che mi manca un’ala e ad ogni occasione buona sto lì a cercarla nella rugiada. La senti la mia testa che si fa calamita? Che invece di tirare lancia, si lancia dritta verso una cassa toracica che sia abbastanza ampia da poter attutire il colpo e contenermi che mi faccio piccola nella guarnizione del cuore, piccola e muta e con un sorriso da idiota come quando piango nascosta sotto il livello dell’acqua. Sei lontano che sudo freddo, ho freddo ed è buio. Chissà tu che stai pensando. Non ti vedo, non ti guardo, sto ondeggiando. Sento le ginocchia che si sbucciano e ho caldo. Mi sento sospesa come tra le braccia di mamma quando papà fermava la macchina e lei mi teneva sollevata per farmi fare pipì sul ciglio della strada. Prendimi la testa fermala ora, tra le macchie di lacrime e sangue, ho paura, che mi si apra la ferita ed entri il gelo della distanza e la gravità smetta di essere e sai quanto mi sto antipatica quando mi sento in colpa per essere sopravvissuta? Ringhio indifesa, vattene ti prego, io ci tengo davvero.

Perdonami, lo sapevo, mi faccio costola che tu sei roccia, sto zitta, che di entrarti con un tuffo nello sterno non te lo farei mai. Ripigliati, miseria, non mi fai male, non più, sono una penitente dal ’77. M’han fatto capire subito quanto mi sarei dovuta incazzare, che dovevo amare e mettere in discussione la necessità di procreare e valutare quella di abortire, capisci? Non posso roteare tra le alghe languide. Ci sei? Ti sento respirare, cercare, con ritmo lento. Utrecht? Mi fai male. Non stringere, non tirare. Mi sento scivolare, cadere, volare.

E’ una parabola senza fine e una forza alla base la decentra. Le mani aperte e tese sulle tempie, mi viene da piangere che mi faccio schifo e sparisco, mi annullo, mi scindo, mi faccio atomo, esplodo, dove sono? Sento il suo corpo. Sta stringendo, da quanto non lo so. Parallele, le mani severe e la linea del naso, stringe e avvolge, le tempie, il cranio, la fronte, stringe e avvolge, è calore, poi tepore. Non capisco in che mentre del mio ventre siamo, non capisco se sono lacrime quelle che cadono sul lenzuolo. Dev’essere il suo cuore quello che sento, come un cut-up di parole smorzate in un loop, lontano, mentre annuso in silenzio.

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