the time he drew our tattoo, originally uploaded by Marita Cosma.

Mentre le cicatrici si raccontano ai tatuaggi


Una pioggia tropicale che fa l’aria gialla e il tramonto un’immensa nuvola porpora e la notte lampi d’umidità nell’ombra. Non esattamente come quel pomeriggio in cui ha fermato l’auto sotto il nubifragio, aspettando e sperando, per poi ripartire e attraversare il muro d’acqua finché eravamo fuori dall’incedere delle secchiate sui tergicristalli più inutili mai stati. Non esattamente e comunque simili, queste serate di temporali estivi cadenzati dalla meraviglia negli occhi e dal silenzio di una solitudine familiare e confortevole. Simili nell’effetto di fibrillazione sottopelle, simili nelle fessure delle tapparelle quando la notte è sonno a finestre aperte, uguali anche senza le maiuscole. Fermano il tempo e muovono a rovescio, rivoluzionano i piani e rimescolano i momenti, in pochi minuti di contemplazione, nella tregua dai raggi di un sole spietato che non permette di sottointendere alcuna perfezione, nell’attesa di una notte di nuvole ancora elettriche capaci di ricaricare le stelle e proteggere per un po’ la Luna dall’immaginazione. Mentre le cicatrici si raccontano ai tatuaggi.

Il draghetto alato della caviglia immaginava si sarebbe sentito raccontare dal polpaccio di un foro di lancia, di quelli da parte a parte, invece gli tocca di sentire la storia di una squadra di dermatologi e istologi che mentre filmano in macro gli effetti di cause non identificate si complimentano con la caporeparto per il caso interessante e alzano i calici al dottore che festeggia l’anniversario di carriera e non si accorgono delle lacrime acide che scendono sulle guance in quella stessa stanza, non prima che abbiano appesantito più o meno irreversibilmente gli angoli della bocca.
Il sole nero sulla mano stenta a credere che siano stati dei morsi, lì, dall’altra parte, e non riesce a sentire la timida voce di quella più nascosta e silenziosa di tutte, qualche centimetro circa di introversione, sotto l’ascella.
All’Om alla base della colonna vertebrale c’è poco da dire, sa già tutto da sempre.
Getting to know one another, come due feti nello stesso cerchio ed una minima spirale poco sotto la nuca con il loro paio d’onde volanti, da un bel po’ ascolta tutto in presa diretta e sa a perfezione la storia della tecnoporta di titanio e silicone sotto la scapola e del taglio alla gola che pare l’opera di un vampiro ed è invece quella di un bisturi molto meno romantico di due canini.
C’è un altro sole nero, il più antico, che da dove si trova può forse aver visto affiorare quelle fatte per delle videocamere e che forse è l’unico a cui può parlare la cicatrice fatta da un freno di bici con la complicità di un’auto svanita di corsa e quella di un chirurgo dalla discutibile abilità sartoriale e con un fastidioso senso dello humor.
Mentre le tracce lasciate dai vecchi piercing fanno ancora quel po’ di rumore e qualche glitch di tanto in tanto.

Eppure c’erano delle storie che tutti loro, i tatuaggi, volevano raccontare a gran voce come solo tramite l’inchiostro si può fare, ma come l’inchiostro di cui sono fatti quelle loro storie sono sempre rimaste sottopelle, mentre invece quelle che hanno creato quei segni indelebili di ferite risanate continueranno, ogni estate, silenziosamente, ad urlare le proprie in quelle giornate in cui in assenza di pareti gli unici specchi possibili sono i raggi di un sole capace di rimbalzare in superficie e riflettersi negli sguardi della luce, chiari e imperfetti come certi ricordi inenarrabili eppure espliciti.

Nel silenzio dei lampi all’orizzonte, in un cielo che si fa liquido e cade sulle ciglia fino a socchiudere le palpebre e smussare gli zigomi, la consapevolezza d’esser vivi è talmente potente che nulla può trattenere la spinta delle labbra a farsi mezzaluna per raccogliere la felicità.

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