Fuori dalla portafinestra del monolocale non piove, non ancora.

C’era questa festa ed eravamo andate io e lei e forse un’altra amica e ricordo soprattutto lei che puntava i piedi e metteva il muso che era stanca e bastava così e l’altra in una stanza che pareva una cucina, ma solo con un tavolo ed un frigorifero, mi faceva un cenno con la testa simile ad un occhiolino dai resta e le punte leggere dei suoi capelli castano chiari che le ondulavano sotto l’orecchio. Ma questo era poi, dopo.

Prima.

La festa era in una sorta di discoteca con un megagiardino all’aperto con tanto di laghetto su un terreno poco più ripido di una collina. Era buio ma le luci non mancavano, alcune si muovevano simili a fiaccole altre ad insegne al neon, tutt’attorno al laghetto. In alto, sopra la passeggiata affollata, c’era una specie di sfera non molto grande ma abbastanza da avere una porta che ricordo d’aver pensato che forse c’era una terrazza di là visti i trequattroforsecinque gradini di metallo che ho fatto per aprirla e ritrovarmi in una sorta di abitacolo con un sedile grande quanto una poltrona e una fessura panoramica ondulata nella quale scorreva un logo nelle sue varie variazioni sempre sul bianco stile neon piegato come ferro caldo, mentre tra una lettera e l’altra e tra ogni vuoto di rotazione si intravedeva il cielo di quella notte e non ricordo se anche le stelle. Ricordo che quando sono uscita da quella sfera c’erano due ragazze ai piedi della scaletta che mi guardavano incredule del fatto che quella porta fosse aperta e che sarebbero salite di lì a poco a vedere che c’era dentro quella cosa.

Prima ancora.

L’interno del locale era semibuio e semideserto. Il dj concentratissimo ma la musica non la ricordo. Ricordo che mi vedevo dormire sul divanetto a fianco alla consolle e il dancefloor che pareva cemento lucido e qualche cubocuscino colorato lungo la parete dov’era la porta senza porta e seduta qualche persona intenta a chiacchierare, mi pare di ricordare. Poi forse una nota acuta o il volume un po’ più alto e una fase di dormomaveglio in cui vedo entrare due figure scure e piuttosto alte, una poco più dell’altra, che mi si avvicinano assorte e silenziose evitando ogni raggio di luce e restando ombre. Mi si richiudono profondamente le palpebre per un attimo, poi le sento vicine e vedo il più alto dei due che mi stende una coperta sopra e mi sento calda e protetta nel controluce della stoffa che cade e volteggia, ma nell’attimo in cui mi si avvicina al volto alzo entrambe le braccia d’impulso e sento il rumore di un passo ed il movimento d’aria di un’altra mano che ferma e piega un po’ la coperta e me la adagia con delicatezza sul corpo. Sorrido piano mentre lenti gli occhi mi si socchiudono, la luce dietro quelle due persone è bianca e troppo forte per poterne distinguere anche solo i tratti del viso, ma so chi sono e anche se non li vedo allontanarsi ma come sparire, mi alzo poco dopo, forte della loro presenza e, come rincuorata da quella premura, esco nella folla dove la musica è ancora e il laghetto luccica. La mia amica è oltre il cancello e la raggiungo con passo leggero muovendomi nella penombra come fosse fatta di minuti. Vedo un motorino acceso ed un bambino biondo che con passetti da paperotto tenta di salire sul sellino col papà mentre la mamma ci saluta ch’è tardi ci dice e devono andare che ci abbracciamo che lei ha il casco in mano e buonanotte ciao, ciao, ciao, a presto! Torniamo dentro, nel giardino dove la musica era ancora ma che cos’era non riesco a ricordarlo.

Poco dopo.

Siamo dentro e c’è un amico seduto in una stanza vuota con tre pareti di vetro che ci dice di rimanere che la festa non è finita che a concerti terminati e strumenti riposti si sta tutti un po’ assieme lì. A questo punto mi ricordo seduta anch’io, mentre lei puntava i piedi e se li guardava che volevano andare a casa e la luce nell’altra stanza sembrava dire facciamo una tisana, vuoi un succo di frutta? una birra? dai vieni qui. A quel punto, mi ricordo lì, in una luce simile a una qualsiasi luce che si possa riflettere sulle piastrelle di una qualsiasi cucina ma solo con un tavolo ed un frigorifero. Poi ricordo il bagno, lungo e stretto, con una parete di legno scuro e senza porta, ed un altro davanti uguale ma con una porta scorrevole oltre un quadrato di pavimento in cui iniziava a passare della gente. Ricordo un rotolo di cartaigienica dentro il water in uno ed una persona nell’altro a luci spente, al telefono, che teneva -o si teneva- alla porta semiaperta, mentre anch’io mi fermavo con la pancia gonfia in quel quadrato di pavimento tra i due bagni e le altre stanze prive di porte e da una rampa di scale poco più in là scendevano altre persone e pochi altri attimi prima di quel luccichìo sulla sua guancia quando arriva lui. Lui che quando mi passa davanti mi accorgo avere come due chiodi piantati lungo la linea del sorriso, poco sopra la mandibola, che brillano. Lui che appena si accorge di me mi fa un giro attorno e senza toccarmi, semplicemente avvicinando le mani ai miei fianchi, con tre movimenti veloci, mi fa vibrare al punto che non sento altro che quella vibrazione arrivare dalle sue braccia, l’intensità del mio stupore ed il calore del suo sorriso a pieno volto.

Un microsecondo dopo.

Mi ha stretta a sè con forza ma senza costrizione, come un magnete con il ferro quando ogni resistenza è nulla e qualsiasi interferenza assente. La testa poco sotto la scapola, il tepore avvolgente delle sue braccia, gli occhi di entrambi chiusi e siamo diventati un disegno, nero su bianco: il disegno di quell’abbraccio. Dapprima stilizzato, poi dettagliato, poi spigoloso, quasi cubista, un istante, poi un fumetto. Le pagine si sfogliavano e ce n’erano due piene di un’unica scena in cui, nero su bianco, il dettaglio di un corteo disordinato di persone camminava su di un marciapiede lungo il lato di una casa con una ringhiera alta su cui era attaccato uno striscione con una scritta che diceva, più o meno: “la follia è della gente”. Da qui la pagina non si girava da sè, ma scorreva ed oltre il bordo c’era una stampa a colori non vivaci ma fioriti eppure un po’ sbiaditi di un altro dettaglio del corteo: fitte come un canneto, le braccia alzate di un gruppo di donne che stringevano ognuna in una mano le proprie scarpe, di ogni tipo: tacchi di legno, zeppe di paglia, suole di gomma e via dicendo. Poi di nuovo noi, il nostro abbraccio, quel muro a cui ti eri quasi appoggiato e i nostri occhi che lentamente si aprono mentre ti guardo e ti chiedo, incredula e commossa: “Pier, sei tu!”

Poi un colpo contro la parete, sordo ma potente, mi sveglia. E’ ancora notte e fuori dalla portafinestra del monolocale non piove, non ancora, non questa notte.

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