Ero arrivata da pochi giorni a NewYork, erano i primi di aprile. Il primo giorno, ricordo, nevicchiava. Qualche giorno dopo, c’era un sole caldo e potente e camminavo dentro un vestito estivo a spalle scoperte.
Una di quelle sere, mi arrivò un sms di mio padre, il primo che mi avesse mai scritto forse. Diceva qualcosa come: “ho tanti pensieri nella testa, tante cose che ti vorrei dire, spingono per uscire e non so quale per prima passerà dall’imbuto e diventerà un fiore per te”.

E’ così che mi sento stasera. E molte altre.
Pensieri, ricordi, sogni e ricordi di sogni e considerazioni di gesti quotidiani e di errori epocali e di non detti e di urlati e mancati e dovuti e perduti e evitati e cercati. Frammenti.

Sto rimettendo mano a vecchi scritti.

Ho smesso di bussare a troppe porte. Ho smesso anche di uscire, ma ci sarà il momento di ripartire.

Non riesco a guardare tutte le immagini che arrivano da Haiti. Non sono (ancora?) abbastanza cinica, sono profondamente triste. E arrabbiata. Lo so, ieri Israele ha inondato Gaza. Fa male. Anche la notizia dello sgombero del laboratorio Zeta fa rabbrividire.

Oggi ho stirato tre, quattro ceste di panni per poi sentirmele rinfacciare che stirare è fare niente, è inutile e controproducente.

So che devo cercare. Devo sapere. Devo spedire. Devo decidere, scegliere, pianificare. Devo tornare a viaggiare…

Domattina intanto un altro calcio in culo e si ricomincia.

Mi si è staccato il bollino del rinnovo della patente e chissà dove e come poi, fatto sta che mi tocca rifarla e mi spiace, sia per lo sbatti del modulo di richiesta per usura o quel che era che m’han detto devo fare ora, sia per la fototessera…
Non sopporto l’idea di dover rifare la fototessera…

E poi c’è questa canzone che non mi si toglie dalla testa:

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