Appurato che la nuova capitale dell’Egitto è Tel Aviv e che anche l’Egitto ha alzato un [altro] muro e sbarrato i cancelli e abusato della forza nel senso più bieco del termine… Restiamo umani e non ci piove. Messo in chiaro che da Gaza non si esce e a Gaza non si entra nè a piedi, anche se si è in 1400 dimostranti pacifici che per aprire le coscienze oltre che i cancelli si affidano allo sciopero della fame, nè con un convoglio di 200 camion di aiuti umanitari passato quasi inosservato dai massmedia ma carico di solidarietà e speranza come solo un’ondata di manna -altro che oro incenso e mirra-, non si passa, dicevo, se non a gocce… dove per gocce, alla luce attuale, non intendo quelle del fatale Willy Pete, ma intendo gli aiuti umanitari flitrati col contagocce che ha ridotto le 1400 persone della Gaza Freedom March in un centinaio e in parte snellito il convoglio di VivaPalestina passato di lì non del tutto indenne, sotto e oltre 2000 poliziotti egiziani in tenuta antisommossa.
Ieri sera, ora, finalmente, gli aiuti sono arrivati a Gaza, per 48 ore.
Che sia un caso che ora, proprio ora, un’ora fa, adesso, la prigione a cielo aperto ch’è Gaza, la ferita al cuore del mondo, sia di nuovo sotto attacco?
Nulla accade per caso, credo.
E non trovo le parole adatte ad esprimere tutta la mia indignazione per questo in questo dato momento, tutta, ma più ancora.
Tranne forse queste, nel coro:
shame on BBC!
shame on you Egypt!
Shame on you IsraHell!
on USA! Shame on shame!
Stop the War Now!
“Break the siege on Gaza, let them live in peace and dignity”
e già, una canzone che dice molto di, se non tutto, quel che c’è da dire: Long Live Palestine!
e non soltanto dice, fa: dalla sua pubblicazione il 1° gennaio ad oggi, senza alcuna major alle spalle, è prima in classifica su AmazonUk e seconda su iTunesUk, anche perché i proventi vanno appunto a Gaza.

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