è un sogno che ho fatto molto tempo fa e che non ho mai scritto perché è sempre stato talmente nitido e vivido nei miei ricordi che il solo pensare di raccontarlo mi dava la sensazione di sbiadirlo. Però mi sono accorta che si sta usurando da sè entro le pareti della mia memoria a tratti molliccia ed isterica e allora eccomi qui a cercare di salvarlo e a condividerlo con quanti abbiano voglia di leggerlo. Non ha un titolo, non è una storia, è un sogno che ricordo come un sogno sconvolgente per quanto intenso e rincuorante per quanto leggiadro, in realtà legato indissolubilmente ad un altro sogno che però non ricordo se era immediatamente successivo nel tempo, so solo che riemergono solitamente assieme nella mia mente, come il buio e la luce.

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C’era una scala, sospesa in un cielo stellato infinito e vagamente rotondo come solo l’universo.
Ne salivo i gradini, uno dopo l’altro, con calma.
D’improvviso la scala si stendeva, verso l’alto, si faceva superficie, dapprima liscia e piatta e solida poi ruvida e leggermente ondulata e leggera, gialla e sporca come una pergamena scritta, tesa, fino a svanire nel nulla lasciandomi lì a fluttuare nel vuoto stellare.
Attonita e impaurita, di lì a poco mi trovavo di fronte ad un vecchio che galleggiava con me nel vuoto, seduto a gambe incrociate, quieto e sereno, che mi disse: “Questo è la vita”.
[vuoto]
Poi una stanza.
Una donna dai capelli biondi e lunghissimi che pettinava lenta e pacata, seduta con un’eleganza d’altri tempi, davanti ad uno specchio.
Io dietro di lei, punto di vista in soggettiva, mi avvicinavo a lei appoggiandole delicatamente le mani sulle spalle fino a incrociarne lo sguardo azzurro attraverso il suo riflesso allo specchio e a scoprirmi essere un giovane uomo dai tratti tipicamente asiatici.
[vuoto]
Una macchina sportiva correva veloce sul lungomare, scivolando sull’asfalto fino a sbandare leggermente e frenare girandosi di scatto, ritrovandosi ferma ad un palmo da un cancello chiuso tra due tratti di una siepe fittissima.
Sono scesa dall’auto stordita e ho attraversato la strada con prudenza anche se con una certa fretta.
Oltre la bassa siepe che divideva il marciapiede dalla spiaggia, c’era una striscia di pietra bianca sopra la sabbia chiara che conduceva ad un tondo su cui erano poggiati dei tavolini circondati di sedie vuote e similmente abbagliate dal sole.
In mezzo una costruzione che poteva sembrare uno stabilimento qualsiasi ma che non aveva un bar che dava sull’esterno, solo una porta senza porta verso l’interno e finestre a mo’ di lucernario su tutte le pareti, in alto, e [se ricordo bene] anche sul soffitto.
Fuori, in piedi, tutti rivolti nella stessa direzione, decine di bambini dai capelli scuri che fissavano immobili la luce del sole.
Ho camminato silenziosa, piano, tra loro, guardandone alcuni negli occhi scintillanti e translucenti, incantati, per poi entrare nello stabile.
Il silenzio imperava anche lì. C’era una grande piscina dalla forma geometrica indefinita piena di acqua azzurra e senza bordi netti. In fondo, sotto un raggio di luce, una donna con un telo, assorta, china su di un lavatoio.
Mi ha sentita entrare e mi ha detto: “ben arrivata”.
L’acqua, lì, era calda.
[vuoto]
Siamo uscite e m’ha indicato il rubinetto per quella fredda.
Il cielo era d’un azzurro chiarissimo, la luce del sole perlacea, la sua voce sottile e dolcissima.
I bambini [non ricordo]

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