non ci sono ancora stata
non l’avevo ancora vista
ancora mai vista
L’Aquila

vivo sulla costa
tra un canile, un multisala, un palacongressi, i grandi alberghi
il fiume e il mare,
una comunità senegalese, i cantieri e la stazione dei treni

c’è una piattaforma petrolifera all’orizzonte

la spiaggia ha un’altra anima quando finisce l’estate

ogni tanto faccio una passeggiata
con mia figlia

quel pomeriggio sembrava un quadro surrealista

c’erano delle sedie sparse sulla sabbia, qualche tavolino, una certa distanza tra ognuno, di ogni età, la bibbia tra le mani, un foglio e una penna ciascuno. si chiama deserto se non sbaglio. c’era un uomo che camminava assieme a dei ragazzini, il loro punto di riferimento, una sorta di perno mobile nel silenzio.

non sono riuscita a fare una foto
per discrezione credo
rispetto

ricordo quando
subito dopo il terremoto
ho chiamato tutte le persone che potevo
caricato due auto di vestiti e cibo
e portato tutto al primo centro di raccolta che sapevo
assieme a mia figlia, a sua nonna, alla cuginetta
ricordo
il nonno sul terrazzo che mi lanciava i maglioni che poteva
e poi quel giorno, quando
poco dopo il terremoto
gli sfollati sono arrivati negli alberghi
e la protezione civile ha allestito il centro di raccolta
a qualche passo da casa mia
sono andata lì
a piedi
con mia figlia per mano
e sacchi di vestiti
sul passeggino abbassato
era disorientata poi, dopo
e mi si è rannicchiata in braccio
e io camminavo così

tra le persone

perché volevo chiedere
cosa serve?
ma prima di riuscirci
mi son sentita dire

sottovoce

da un signore con dei sacchi
di pannolini in mano
signora, entri pure,
sono arrivati i vestiti per i bimbi

l’aria di pietra
l’angoscia

ho detto
no, io…
ho chiesto
cosa serve?
tutto, mi ha detto
ci sono tanti bimbi?
sì, molti
anche piccoli?
sì, e non hanno niente
e nel mentre
vedevo
arrivare dalla strada degli alberghi
le persone in ciabatte, una donna
senza calzini entrare nello stabile
e uscirne
con due omogeneizzati
tra le braccia
e basta

e ho capito, anzi sentito,
come un masso, il peso
della dignità
perduta
negata

ferrea

siamo tornate a casa, a piedi
io e mia figlia
abbiamo aperto il garage e le ho spiegato
perché prendevo la carrozzina e l’ovetto di quand’era
piccina picciò
e qualche giocattolo e
tutti i vestiti puliti che potevo
mi ha aiutato, ha scelto il suo cavallo preferito
quello bianco
e abbiamo caricato l’auto
e siam tornate lì

lontano dal gruppo
seduti sull’erba
vicino a dove ho parcheggiato
una bimba grandicella, sui setteotto anni
col fratello, che mi si è avvicinato tenendola
per mano
hai qualcosa per lei? mi ha chiesto in un italiano trascinato
l’ho guardata, le ho sorriso, le ho spiegato che avevo solo
cose per bambini piccoli
ma ho visto, in macchina, quel cappello un po’ fuorimisura
e gliel’ho provato
mia figlia ha approvato
e lei ha sorriso e ringraziato,
decine di volte, con lo sguardo

mia mamma mi ha sgridato
di aver dato via l’ovetto, che
sarebbe potuto servire poi, ha detto

c’erano mucchi di vestiti, scarpe, tante, giochi, tanti
ho fatto una, due foto, alle cose
al cibo da neonati
che serviva
e ho cercato
una persona
con cui parlare

gli ho detto di quest’associazione che stava organizzando attività da fare coi bambini e portare loro le uova di pasqua
gli ho chiesto a chi avremmo dovuto chiedere
per poterle portare anche ai bimbi negli alberghi lì

mi ha detto che era il comune a dare l’autorizzazione e i singoli alberghi ad organizzare ogni attività possibile

L’Aquila lì, all’orizzonte de La Bella Addomentata, lontana
come la punta del Gran Sasso quando il cielo è plumbeo

inaccessibile, in qualche modo
a me e mia figlia
da qui

lui non capiva
lui non voleva
lui non era, diceva
si rifiutava di reagire
come stavo reagendo io
la chitarra, gli ho detto
ok fa niente poi, io vado

e siamo andate in tre, quattro
in un altro albergo, con tanto di tesserino
a parlare con i genitori che scendevano dalle stanze
a chiedere loro di cosa c’era bisogno, se acconsentivano
a far fare qualche attività in quei giorni ai loro bimbi

non ci conosciamo molto tra di noi
ci troviamo in sala pranzo

il silenzio
scatoloni di uova di cioccolato fin troppe

il tempo, vuoto

la sala della reception

la stanza della caritas

una domanda di uno scout saccente: “ma voi siete di sinistra?”

erano tutti maschietti in quell’arbergo, ma giochi da maschi non ce n’erano, tranne qualche macchinuccia d’epoca per non dire piccola e rotta

così verso sera, verso le otto, eravamo di ritorno,
con i giochi ad hoc, i quaderni, i colori, i succhi di frutta, una gonna, qualche maglia, le scarpette numero 23-24, i libri da mettere alla receptionsalotto

la porta della stanza della caritas era chiusa ma non a chiave perché avevamo avvertito che saremo tornate

il tempo di poggiare le cose e una signora anziana con la sua badante ci ha guardate raggiante che la stanza era chiusa e non c’era nessuno e le serviva una sottoveste e alla sua badante un bagnoschiuma, qualcosa

poi una donna
poi un’altra
posso? mio nipote è in un altro albergo dove
non c’è la stanza della caritas e
è ancora con quel pigiama e
domani è pasqua

e siccome era pasqua, anche per gli scout era vacanza
dalle sei della sera del sabato santo

posso guardare? vedere se?
ho telefonato a
che mi ha detto che ci vuole la carta d’identità
che devono sapere che mio nipote è aquilano
che devo aspettare lunedì

signora, questi vanno bene?
un paio di jeans,
una maglia,
una felpa,
i calzini,
le mutande

prenda

sì, non si preoccupi

gli scriviamo un biglietto

lasciamo qui appeso anche il ns numero di telefono
alle mamme l’abbiamo già dato

il giorno dopo
pasqua
silenzio

chi aveva la macchina era tornato
a L’Aquila, nei campi
dove erano rimasti
la nonna o il fratello o
per l’assegnazione, sapete

qualche giorno dopo
torniamo, con altri libri
dalla libreriaassociazione

che li aveva raccolti

nella stanza della caritas un separè
da una parte i banchi di vestiario e prodotti per l’igiene
dall’altra gli scatoloni di giochi e uova di cioccolato

in una stanza, a porte chiuse, un corso di flamenco organizzato dall’albergo, un workshop, a pagamento

il pavimento

che tremava
percosso, batteva

tremava
e faceva un gran rumore

-io quella notte ero sveglia-

ci vorrebbe un corso di yoga, ci ha detto una signora, altro che
gli antibiotici

è tutto il giorno che sento tremare la terra, ci ha detto anche, una ragazza

i bambini erano ancora nelle stanze, uno a giocare a pallone con un ragazzo

abbiamo vuotato gli scatoloni per capovolgerli e appoggiarci sopra i blocchi di fogli e i colori, i libri e i giocattoletti che contenevano

è arrivata una suora
con dei bimbi, anche delle bimbe
dall’albergo dall’altra parte dello stradone

gli occhi cerchiati di nero, tutti loro
nero profondo, viola, il terrore, il segno del blocco renale, la paura
di quella notte

ma l’acqua?

l’acqua che avrebbero dovuto dare loro immediatamente?

l’acqua?

sono io che mi occupo di questi due alberghi, ci ha detto la suora

ne ha parlato con chi di noi organizzava laboratori d’arte per i bimbi da tempo, la stessa persona che mi ha spiegato il perché di quel nero intorno agli occhi

poi l’abbiamo salutata, sorrisi

ci sentiamo per organizzarci
siamo a disposizione
per aiutarvi

poi

poi dopo
il giorno dopo
una telefonata, mi ha detto

che così poi
non sono più stata lì

non sono mai stata

neanche a L’Aquila
neanche prima
non ho mai visto

com’era

neanche ora
che è ancora
macerie

vado ogni tanto al bar della via dei grandi alberghi

è difficile dire
facile sentirsi indiscreti
portare informazioni è ciò che mi vien da fare, di tanto in tanto

è capitato che sono andata ad attaccare delle locandine

vado più spesso dove il fiume incontra il mare

lì dove
quel giorno surreale
di un altrui deserto
c’era un ragazzo
senegalese credo
seduto su uno scoglio
che suonava
la sua chitarra
e cantava
la sua canzone
al Mare

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