Ti racconto la verità che ho vissuto: la loro quotidianità, parole nell’aria che a tratti acquistavano la pesantezza della storia, la tristezza e la rabbia che ci si aspettano dall’eco di una guerra. Persone come particolari di un quadro profondo, che parla anche di te, spettatore lontano, anche di te, essere umano.

 

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Boljanić, sabato 14 agosto 1999.

“Eeehyyyii… guarda che vogliono te, ti stanno aspettando. Hanno svegliato tutti, dicono che dovete andare in montagna, che vi eravate accordati per le nove: adesso te la sbrighi tu…”

Era il mio nome che sentivo e nella testa mescolavo al ghigno che, sfocato, intravedevo in quello sguardo. Erano le casse prepotenti dello stereo che disperdevano nel corridoio le note frenetiche degli <i>Off Spring</i>. Corridoio di scuola in vacanza, corridoio fantasma. La mia testa, ancora sul blu di quella tela scricchiolante, recuperava la consapevolezza di quel che succedeva, finalmente capiva: una promessa non fatta a due ragazzi che l’avrebbero desiderata. Era il penultimo giorno di viaggio, penultimo giorno di permanenza a Boljanić e penultimo giorno da dedicare ai ragazzi di quel villaggio serbo: nord della Bosnia, distretto di Doboj, un ponte di distanza da Gračanica,  Bosnia Erzegovina. Era credo il 14 agosto, era credo sabato.
Ogni giorno aveva un nome, un volto, un posto, non certo un numero. Quello di giorno stava cominciando con la voce di Andrea, 25enne presidente dell’ACD (Azione di Cooperazione Decentrata), associazione di volontariato con la quale ero partita una settimana prima, nel mio zaino sacco a pelo e rullini in bianco e nero.

Il giorno precedente, questo lo sapevo, ero stata a Sarajevo. Tre ore di macchina per riempire di realtà quel nome ed altre tre di rientro, per riportare il mio tempo a quei ragazzi in attesa. Erano i ragazzi del paese, i bambini delle case vicine alla scuola in cui noi volontari alloggiavamo, erano loro che mi aspettavano quella sera, ed erano sempre loro che mi stavano aspettando quel mattino.

Gli <i>Off Spring</i> sparati nella quiete delle aule erano opera di due di loro, l’avevo capito: Darko e Osrem, i due sedicenni più intraprendenti ed aperti tra quelli che nei giorni precedenti avevano riempito il cortile, le scale e l’atrio della scuola. Il cortile con il pallone, le scale con la chitarra e le parole, l’atrio con lo stereo a disposizione. Eravamo, in quei giorni, un insolito punto di ritrovo e di riferimento per chiunque vivesse in una di quelle case distese ai margini della spessa linea di cemento, la strada, pennellata tra i due campi interminabili di quel paesaggio antico. C’erano montagne e nuvole di cenere nel punto più lontano del campo visivo che si estendeva in quell’asfalto ferito; poi le case, le loro case, nel punto più vicino. Scivolavano, quelle case, sui fianchi di ogni veicolo che proseguiva il suo zig-zag salva-sospensioni tra i solchi, tra i colpi di un passato ancora vivo, scivolavano silenziose. Campagna, contadino, famiglia e autoconsumo i termini che, nell’immediato, il mio pensiero aveva udito da immagini che in realtà ancora tacevano. Mi passavano a fianco pacate, stuzzicando le corde tese della mia curiosità, senza intenzione di provocare, né forse di comunicare. Stavano lì, semplicemente, vere, dettagli di un quadro reale. Mi passavano a fianco cortili di legno recintati, giardini senza confini definiti, muri segnati dai proiettili, grigi e bucherellati i più, ricostruiti e colorati gli altri. Il mio sguardo si appiccicava come miele ai venditori di maiale seduti accanto all’animale abbrustolito, fuori da quella che era presumibilmente la porta della loro casa, e scivolava poi denso sui chioschi vendi-tutto, verdi e precari, posizionati su una striscia d’erba e terra sconfitta dall’asfalto. Immagini che tacevano. Quadri che non si imponevano. Foto che non dicono ma raccontano.

Dare un po’ del mio tempo a quei ragazzi, essere loro utile: per questo, credo, ero lì soprattutto. Al di là del mio bisogno di sentire, ascoltando le loro storie, la consistenza pungente della Storia, la verità irritante della Guerra. Ero lì per loro, ma anche per vedere, per capire. Per questo bussavo alle porte socchiuse ed entravo con discrezione in quelle che mi venivano aperte. Erano usci che sprizzavano entusiasmo quando, con un sorriso, si spalancavano. Cortili e giardini dai confini indefiniti che non cigolavano diffidenza. Ed io ero ospite, non visitatore: persona da accogliere, storia da ascoltare, vita da rispettare. Il poco mi è stato offerto con premura e orgoglio: ho bevuto caffè turco e rifiutato un sigaro nel chiosco vendi-tutto davanti alla scuola; ho mangiato prugne e anguria nel cortile di una famiglia in festa; ho parlato una lingua che non conoscevo; ho ascoltato sguardi e sorrisi che non sempre capivo. Con disarmante spontaneità mi è stato sgocciolato addosso tutto il senso dell’umanità, valore trascurato, straccio calpestato. E nella semplicità ogni cosa riacquistava la sua verità: ridimensionandosi nel duro confronto delle necessità, un sorriso autentico riprendeva la sua grandezza, la sua importanza e la sua potenza. Ho viaggiato per il mio zaino di foto e racconti, per me stessa e la mia esistenza.

Ho viaggiato anche per dare ora alle mie parole la forza del resoconto, la potenza del riflesso e la pretesa della trasparenza. E ho viaggiato per loro, per quei ragazzi, per ascoltare i loro occhi bassi, le loro storie accennate, le loro vite intuite: occhi di bambino che ti chiedono attenzione, labbra serrate che ti riescono a parlare. Prendono le tue mani per ballare l’entusiasmo della Vita assieme a te. E, ballando, calpestano quella ferita che senti tremare alla base di ogni loro discorso, alle radici di ogni loro desiderio. E’ l’impronta di una guerra che c’è stata e che ha lasciato la sua traccia, dentro e fuori ad ogni cosa: nella mente di un soldato sedicenne, nei solchi della strada dissestata dalle mine, nei <i>black-out</i> di una piazza di nuovo illuminata, nei silenzi di una bimba per tempo denutrita.

I ragazzi venivano alla scuola di solito nel pomeriggio, ad orari sfasati, non costanti, orari che ci avevano impedito di organizzare un’animazione formale. Eravamo lì, solo questo, ed offrivamo loro tempo e stereo, comunicando in disponibilità qualcosa di impreciso: il motivo della nostra presenza, qualcosa di importante, anche se forse per loro non del tutto rilevante, non almeno per quel cerchio di ragazzi impegnati a non lasciar  cadere non tanto quel pallone, quanto i propri pensieri. Giocavano e non pensavano, ed io stavo al gioco: mi lasciavo pettinare, rincorrere, catturare e schernire.

Parlavo così, col corpo, perché l’inglese lì non era un esperanto. Osrem, 16 anni, mi ha spiegato che durante la guerra era difficile studiarlo: non c’erano i professori deputati ad insegnartelo. Lui, che in qualche modo l’aveva imparato, riusciva a parlarmi ed anche a farmi sapere quel che altri tentavano di dirmi in serbo. Anche Mirela, 15 anni, parlava inglese, lo parlava proprio bene, l’aveva imparato, mi ha spiegato, grazie ai programmi americani trasmessi in lingua originale. Il doppiaggio non solo non era essenziale, ma anche controproducente; non c’era in Bosnia, comunque. Se si fosse trattato di una stima di necessità oppure di un calcolo formativo, il risultato era ad ogni modo il mio dialogo con Mirela. Un buon risultato, quindi. Osrem, lui, non ho capito come l’avesse imparato, se come Mirela avesse avuto un televisore in periodo di guerra, tanto è che tra i ragazzi era con lui che parlavo soprattutto, con lui e tramite lui con gli altri, con Darko in primo luogo. Darko che di me si era innamorato, Darko che mi avrebbe sposato e che avrebbe per me anche ammazzato, Darko che voleva fare il soldato. “Fuck english“ ripeteva abbassando le braccia con rassegnazione ogni volta che avrebbe voluto dirmi qualcosa e non trovava le parole. Se le faceva suggerire, a volte, altre le faceva proprio dire, da Osrem appunto, che, sguardo forte ed intelligente, parlandomi disarmava la mia mente. Osrem sedicenne, bisturi nella mente e coltello nella borsa, Osrem mi teneva testa. Io dovevo credere ad ogni sua traduzione e lui non mi mentiva, mi prendeva in giro quando lo faceva: enfatizzava la menzogna, la evidenziava e la rendeva ridicola, divertente, innocua. Mi aveva raccontato che lui e suo fratello avevano inciso un cd e io ci avevo creduto, tanto che mi stavo interessando entusiasmata al genere musicale che lo vedeva impegnato. Ma Darko: “no, no, he is a…no, no”, mi aveva detto con la mano oscillante fermando il mio passo al fianco dell’amico. Avevo capito, non era vero, e Osrem aveva riso. “I believe in everything”, gli ho detto, ed il suo sguardo stupito aveva continuato a sostenere i miei occhi intonando una cantilena perforante: “Really? Ohhh: I can fly! I can fly!!!!”. Io posso volare, credi a questo, piccola ingenua, credi a tutto e stai attenta al mondo: questo ho sentito, credo, questo mi ha perforato. Sedici anni e si prendeva gioco di me, avendone pieno diritto. Sedici anni. Lui che certe consapevolezze non le aveva pensate, ma vissute, le insegnava a me che credevo di averle capite. Osrem piccolo medico che voleva salvare le persone. Osrem piccolo uomo che era capace di mettermi in discussione, con il suo essere serbo, il suo sentirsi diverso e capace di ritenersi un essere umano. Uomo, lui ragazzo, uomo al di là di ogni simbolo. Al di là anche di una croce, quella croce serba incisa dal suo coltello, incisa per me sul tronco di un albero, incisa nel mio ricordo.

Quel coltello era stato la prima cosa che aveva estratto dal suo zaino ed esibito con orgoglio, era stato anche il mio primo appiglio ad un passato intravisto, un passato a cui avrei bussato. Un coltello di cui essere orgogliosi era per me indizio di un valore non mio che andava ascoltato per essere capito. Ho bussato ed Osrem mi ha aperto. Era la porta della sua casa in guerra, era la paura in ogni casa simile a quella: mi stava mostrando quello stato di necessaria difesa da cui ogni coltello, anche il suo, era arrivato. E l’avevo capito. Avevo capito quel coltello. Ma la croce, quel simbolo serbo inciso con lo stesso orgoglio disarmante, quel simbolo muto era per me vuoto,  il suo significato mi doveva venir spiegato, altrimenti avrei sbagliato, di sicuro l’avrei fatto.

I suoi occhi brillavano nell’ombra del bosco mentre incideva il legno con fare liturgico, sottolineavano l’importanza che dovevo attribuire al gesto di cui ero, capivo, privilegiato destinatario. Ma non potevo sapere quale fosse il valore di quel privilegio: parlava serbo quel silenzio. Darko lo capiva e tratteneva il fiato con rispetto. Io non potevo, sapevo solo di dover essere grata di un gesto che, in quanto serbo, forse non condividevo. Simbolo di un popolo in lotta per una superiorità che era per me semplice diversità: ai miei occhi, disorientati nella nebbia di una cultura che non conoscevo, di una storia che in realtà non sapevo, ai miei occhi, dicevo, quella croce era simbolo di un popolo non capace di rispetto. Questo il preconcetto che volevo confrontare con chi formava quel popolo, con le persone, con le loro storie, le loro paure, le loro distanze. “Solo la Solidarietà salva il Serbo” era il simbolo che più compariva sulle loro mura ferite, sulle pareti di una grigia Doboj e sulle targhe delle vecchie automobili.. E che più spaventava. Offesa o difesa?Se chiudi la tua mente non puoi capire.

Io non volevo fingere gratitudine insensata. Provavo riconoscenza, ma volevo darle consistenza. E, per farlo, avevo bisogno delle parole: “why, Osrem?”, discreta ma incisiva. <i>Why?</i>. Mi ha guardata un attimo, quasi stupito, poi ha risposto, con la premura che un padre riserva ai perché di un figlio ancora bimbo: “to protect us” .Protezione: questo il significato. Adesso sapevo di dovergli essere grata. Il simbolo, la croce, quello non importava, il suo significato era universale e mi arrivava dritto al cuore: protezione. Sedici anni, Osrem, chiedeva al suo cielo protezione anche per me e me lo stava dicendo.

Anche Darko aveva trovato un altro modo per comunicarmi il suo amore. Darko il soldato, che per me avrebbe ammazzato. Mi era stata rubata una cassetta, alla scuola, nei giorni precedenti. Darko sapeva chi era stato. Anch’io lo sapevo, ma non ci davo peso, perché non biasimavo quel piccolo ladro, diciamo che me l’aspettavo, anche se, lo ammetto, speravo non sarebbe dovuto accadere, speravo che la fiducia data sarebbe stata riconosciuta e rispettata. Lo speravo, ma non ci credevo troppo. Il piccolo furto, ad ogni modo, c’era stato: una mia cassetta vergine, un caso isolato. Un caso condannato dagli altri che ha poi in realtà sottolineato il nostro aver dato giusta fiducia a ragazzi che, semplici e maturi, avevano saputo valorizzarla. Ma se questo caso isolato non aveva provocato me, aveva dato a Darko un pretesto per dimostrare quel che non riusciva a dire: il suo amore. Ma se questo era il principale obiettivo il senso più vero del suo intento, lo avrei capito poi, perché passava attraverso il suo essere serbo.

“I kill him”, diceva alzando il mento. <i>I kill him</i>. Servendosi di una formula inglese un po’ precotta, attinta forse dai testi delle canzoni dei <i>Metallica</i>, continuava a ribadirmi che avrebbe ucciso quel ladro, che l’avrebbe fatto per me. “I kill him”, ripeteva mentre io lo avvertivo di smetterla anche solo di dirlo, mentre io speravo smettesse di pensarlo. Io, stupida, che non stavo ad ascoltarlo ed attribuivo a quel verbo, <i>kill</i> senza futuro, un valore che era il mio, un significato che non era il suo. Parlava sorridendo, Darko, parlava spesso con imbarazzo, ma quel sabato avrebbe parlato con cinismo di se stesso. L’avrebbe fatto con me e con Osrem, camminando sul sentiero che, inventato tra campi e boschi, ci avrebbe portato a quello spiazzo verde che era stato pista d’atterraggio. Fino a lì sarei arrivata quel mattino per una promessa che non avevo fatto e che avevo deciso di mantenere.

Venerdì. Ero stata a Sarajevo, loro ancora non lo sapevano e mi aspettavano. Scendendo dall’auto li guardavo, sentendomi un po’ colpevole di non esserci stata quel giorno. Il primo resoconto della giornata alla scuola l’avrei avuto dall’inglese di Osrem. Un inglese a cui credevo ma che, pur dicendo il vero, non conosceva il futuro. Per il giorno dopo, il sabato mattina, era stata organizzata un’escursione in montagna, nella quale Darko e Osrem sarebbero stati le guide. Successe però che le ore piccole di una notte imbevuta di rakja, potente liquore di prugne, avrebbero ristrutturato qualsiasi intenzione di raggiungere quote che non fossero oniriche. Il programma per quel sabato mattina era insomma stato definito dalla notte, ma i due ragazzi non potevano immaginarlo. L’avevo vista, nei loro occhi, quella notte di attesa, quando mezza addormentata li avevo affrontati. Ero riuscita a spegnere lo stereo, ma non avevo avuto il coraggio di gettar polvere sul loro entusiasmo. La parola mi era stata tolta dalle borracce riempite e dalle mani frenetiche, pronte ad afferrare quella giornata di sole. Tutto il valore delle loro zone, delle storie di cui erano state ed erano la base, non mi poteva che far piacere il loro voler rendermene partecipe, anche se quella loro spontaneità d’azione passava forse attraverso un’infatuazione. Di questo ridevano i miei compagni di viaggio e per questo si è offerto di accompagnarmi Alessandro. Io non avrei voluto, ci sarei andata lo stesso, l’avrei fatto per loro… e forse, se ho liberato le mie gambe da quella coperta ingombrante e mi sono infilata le scarpe, forse all’inizio l’ho fatto veramente solo per loro, per assecondare un entusiasmo non ancora mio, ma che avrei sentito crescere poi ad ogni passo e concretizzarsi nel pianto commosso e sconvolto al ritorno, nell’abbraccio con Andrea nel tentativo di comunicargli l’importanza di quell’esperienza.

Sassi sul sentiero come buchi nel mio pensiero. La mia mente presa a calci da un presente che si faceva ascoltare, finalmente: le parole, parole vere e penetranti, indizi di un qualcosa di più vasto, dettagli induttivi di un popolo, quello serbo, e di un pianto, quello umano. A parlare era Darko, col suo sorriso imbarazzato ed il mento alzato, si inseriva nei discorsi inglesi che io e Osrem facevamo: “I kill him”, ripeteva testardo. “Next year, next year I give you your cassette and his heart…”: diceva che mi avrebbe ridato la cassetta e che l’avrebbe fatto consegnandomi il cuore di chi me l’aveva tolta. Parole così taglienti che mi ferivano la mente, ma mi sforzavo di vuotarle del loro significato più immediato. Sta recitando, mi dicevo, è rappresentazione melodrammatica… Ci speravo così tanto che facevo finta di arrabbiarmi e forzavo la minaccia. Da tre giorni, però, la cosa continuava e non riuscivo a farla smettere, non riuscivo soprattutto a non farmi gelare il sangue. Pensavo che forse credeva a quelle parole, che forse sapeva cosa voleva dire uccidere e lo diceva comunque. Forse.

Quel forse era cresciuto quando mi aveva detto che avrebbe voluto fare il soldato, quando mi aveva raccontato che suo padre era un eroe, suo e non solo, un eroe perché in guerra aveva ucciso un soldato americano. Darko, sedici anni, figlio di un padre che si era vestito da eroe. Forse. Darko ci credeva, comunque. Non avevo il coraggio, io che non avevo in realtà mai sofferto in quel modo, non avevo il coraggio di dirgli dove stava il vero, non potevo saperlo, io che non ero mai naufragata lì dove la sopravvivenza diventa vita e la Giustizia trasla le sue nobili coordinate. Gli potevo solo e soltanto offrire il mio punto di vista, tentare di relativizzare il suo pensiero, per me opaco. Gli ho detto che una cassetta non era nulla al confronto di una vita, gli ho detto che con due dollari l’avrei ricomprata e che nulla, invece, avrebbe riportato il tempo di una vita, nulla… L’ho fatto perché temevo il rimorso di un soldato, temevo il suo rimorso di uomo: “Darko, ti prego, ascolta, pensa al valore della Vita, pensa”. Darko mi guardava stupito, colpito dalle mie parole: si sentiva giudicato e, tra le righe del silenzio, tentava forse di mettersi in discussione. Silenzio quando gli dicevo che fare il soldato era uccidere persone che non erano le stesse dalle cui armi erano partiti i proiettili che l’avevano sfiorato. Silenzio e disordine, un sorriso tremante.“Darko”, ma avevo paura delle mie stesse parole: perdevano il loro senso di Giustizia nel momento stesso in cui tentavano di ricomporlo. Darko voleva fare il soldato e non potevo dissuaderlo perché non potevo biasimarlo. Mi aveva mimato l’attimo in cui una pallottola gli aveva sfiorato l’orecchio, quel dolore, me l’aveva raccontato a gesti, con gli occhi, con la voce. Darko voleva uccidere per una cassetta, così diceva. Una cassetta. Almeno in questo argomentavo qualcosa che mi sembrava sensato. Il mio discorso prendeva forza, avevo quasi vinto sulla sua presa di posizione e avevo forse ridato consistenza a quei pensieri, i miei valori, che eran stati così equilibranti. Ma l’illusione era durata un attimo: nessun silenzio tra i pensieri di Darko, solo una risposta immediata, istintiva, pesante e vera: ”it wasn’t a cassette, it was your cassette”. Darko sapeva che con due dollari avrei ricomprato una cassetta, ma sosteneva che non sarebbe mai stata la mia: la mia. Aveva ragione e lo sapeva: lo si percepiva dalla sua voce ferma, stupita del fatto che io non l’avessi capito prima. Era importante, quel concetto, così reale, quel senso di proprietà, da rendere una cassetta simbolo non sostituibile di chi l’aveva posseduta: io. Darko avrebbe ucciso, diceva, l’avrebbe fatto per me.

Tra le mie labbra disordine e silenzio. Stavo affondando nelle crepe di un concetto per me importante, la Giustizia, ed in quelle di un valore per me indiscutibile, la Vita. Sentivo nella gola l’acqua invadente di una realtà troppo vera: la Guerra, dentro ogni discorso, come un punto fermo, un perno. Da lì tutto era ripartito e tutto era cambiato. Tutto in relazione, tutto per reazione. Medico e soldato: non era, credo, la loro vocazione. Non potevo che sforzarmi a capire, stare ad ascoltare e non parlare le mie parole, leggere, che mai in guerra avevano dovuto tacere sotto verità troppo crude, troppo vere. Impulsi e rimorsi intrecciati come una spirale senza ritorno, verso l’oblio di ogni motivo. Come un ponte di ferro, quello tra Boljanić e Gračanica: un ponte, una distanza per confermarsi serbi, per scoprirsi ragazzi.

Mi pensavo in quel momento capace di essere loro utile, sentivo di poterlo fare dando loro un’occasione di confronto. Quel ponte, che per me non aveva significato, andava capito e discusso. Gračanica cos’era? Perché non ci potevano andare a scuola? Alla base c’era un limite formale, legale, o solo una volontà generale? “A Gračanica ci offendono, ci trattano male” e la necessità di difesa diventava condizione di distanza e di potenziale offesa. L’ostilità di una singola persona ed il suo risentimento diventavano generale sentimento di un popolo e motivo di riconoscimento e coesione. Gračanica era un’entità al di sopra delle persone. Gračanica come Boljanić, riempita di rimorsi e morti, di ripicche e dolori.

Pensavo alla voce di Mirela che mi sussurrava il rumore che fa la guerra. Pensavo, ricordavo. Mirela era nata e viveva a Gračanica ma non aveva paura di raggiungerci alla scuola, perché la conoscevamo, perché l’ACD l’aveva salvata dalla denutrizione, perché suo padre era stato la prima vittima di Gračanica, perché suo padre era morto nel proteggerla, col suo corpo, da una bomba. Cercavo di capire il senso che loro riuscivano a dare ad un presente di mute offese e di irremovibili difese. “Mirela is a good person”, mi aveva detto Osrem. “Mirela is a person”, avevo sottolineato, Mirela è una persona, non è Gračanica e Gračanica non è lei. Sguardo basso rivolto al proprio passo, lui ragazzo serbo, studente a Doboj per inevitabile distanza da una scuola più vicina, mussulmana: “but Mirela is a good person”, aveva ribadito, consapevole dell’inconsistenza di ogni generalizzazione, ma consapevole soprattutto di una diffusa presa di posizione, quella spirale di distanze, quell’iperbole di lontananze. Polvere accumulata su motivi e dolori, polvere di rancori e differenti colori che non cedeva al vento del tempo, alla fine di ogni tragico momento. Per loro aveva un senso. Offesi, si difendevano. Offesi, reagivano. Ed ancora si allontanavano e, purtroppo ancora, soffrivano. Non potevi non capire, se stavi ad ascoltare.

Era mia intenzione comprendere, mia presunzione discutere. Con ingenuità mi ero offerta di parlare e con umiltà mi ero costretta a tacere. stupita del mio stesso pensiero, prima di quel loro discorso. Avevamo l’erba sotto il nostro passo a riposo ed il cielo sopra la nostra fame da ora di pranzo. Mangiavamo io ed Ale, affamati e lusingati, quello di cui i ragazzi avevano riempito i loro zaini: prodotti italiani recuperati chissà dove, tonno, fagioli, carne in scatola ed acciughe, più il loro pane. Ed ancora il cielo sopra noi. In quel cielo, in quel momento, passava un aereo. Darko l’aveva visto ed eccitato me l’aveva indicato: “quelli sono americani”, aveva detto col suo inglese telegrafico. Ed aveva aggiunto: “I wonna kill american people”.

<i>Why?</i>.

Perché <i>american people</i> hanno fatto del male al mio popolo.

Io avrei sommessamente cercato di argomentare che coloro che desiderava uccidere non erano le stesse persone che gli avevano fatto del male. Timida ed insicura, parlavo di Giustizia universale; facevo un discorso per me troppo grande. Per me, ma non per Osrem. Sguardo forte, aveva in quel momento soccorso il passo incerto delle mie parole ed aveva sorretto quel che di vero cercavano di dire. Grazie. Per aver guardato Darko ed avergli detto che non erano gli americani, ma i soldati, quei soldati americani. “Ok…” aveva ribattuto Darko, ancora sicuro, ancora diretto, “I wonna kill american soldiers”.

Il mio sguardo, pallina sospesa sul filo del discorso, cadeva tra i loro occhi tesi, colpito dalle ultime parole di Darko come una mela dalla forza di gravità. Così deciso il loro arrivo, così autentico quel pensiero. Con un flop profondo quella pallina mi era caduta dentro e in quei cerchi concentrici stavo annegando. Osrem mi ha come salvato, con una frase perfetta, una risposta sicura e diretta.

“I wonna kill american soldiers” aveva detto Darko, col sorriso fermo di chi accredita un istinto omicida. “But american soldiers are american people”, gli aveva risposto provocatorio e premuroso l’amico.
Forse l’aveva ferito.
Forse però, salvato.

 

(Padova, 1 dicembre 1999)

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